lùmina

A tea cup in Frankfurt am Main (lùmina, n.29)*

a Eugenio Calabi e Shing-Tung Yau

a parte il capitolo inaugurale del mattino
– a colazione con lettura dei giornali –
in quale spazio di Calabi-Yau somatizzi la storia?
ammetti la tua volatilità verbale
da incantatore di basilico? eh,
ora più vivente che esistente
perfezioni il cibo in punta di forchetta
ingurgiti centimetri di fibre e carni
resisti in ogni specie
                       dal tuo catalogo di universi:
i micromondi, le superstringhe
                                 oblunghe
pendenti al pezzetto duro di lapis lazuli,
la superstizione di parole in-crociate
che si ripetono a frantumi di matière à penser,
di frasi, di forse, di accerchiamenti densi
sorvegliati una volta e l’altra stringati ai denti,
disegni della croce in odor di morte
l’ordinata composizione delle mani, irreale quasi

(aussi faut-il qu’Il soit parfois
assassiné)

*In lùmina (archivio apocalittico farsesco) (La Camera Verde, 2012).
Un’edizione critica può essere ordinata QUI.

compendio al trucco del viso femminile (lùmina, n.21)*

devi dare fondo al fard in altre terre rare
se la carnagione è chiara, le tonalità rosate,
il beige e l’albicocca nella vera tinta
sotto gli occhi scura, come tra le ciglia
di matita nere, attorcigliate a un filo
di emozione, preferisci i toni intensi
del mattone, la prugna e la ciliegia.
se sei scura la cannella, se rotonda
sulla guancia sfuma punteggiando
dalla tempia, poi da guancia a collo
in giù, se sei lunga dall’orecchio
al naso, poi nel quarto alto della fronte
e sopra il mento, orizzontale.
lascia a sé lo zigomo, o sotto
o sopra segna appena il suo colore.
evita però l’azzurro agli occhi,
il fondo del turchese tante volte visto
e considerando di altre forme il pianto.
devi mettere sui denti i punti
del discorso, l’ansia,
il fiato buoni a dir le cose,
devi averci un po’ di voce infine
da coprire il cuore.

*In lùmina (archivio apocalittico farsesco) (La Camera Verde, 2012).
Un’edizione critica può essere ordinata QUI.

paragrafetto predicativo (lùmina, 24)*

 

sarò breve, solo un sermone improvvisato
monologando a perfezione l’errore di partenza,
dilatandolo cioè a dismisura di bellezza,
non farfugli, ma parlando in dono naturale
d’eloquenza, o a piacer d’eloquio aprendo
una parentesi dall’altra, non chiudendo mai
il discorso, anzi accumulando locuzioni
senza motivo, come sui binari morti, scure
le locomotive, illuminando un corridoio a filo
fitto di perifrasi e anacoluti, dove a capolino
chi s’affaccia segue a stento il pissi pissi passe-
-partout da trobar clus e capìtolano attoniti
gli sguardi in una pigia di sonno, in un clima
d’operetta mobile, dove vo’ funambolo fumando
laido apostrofando male chi m’ascolta muto,
sordo a tanta grazia, senza un cenno, sino in fondo

3 giugno 2010, Pian Marino

 

* In lùmina (archivio apocalittico farsesco ecc.) (La Camera Verde, 2012).

ad Adriano Astesi (lùmina, 4)*

Adriano Astesi è un contadino che vive solo in una casa di pietra, nei boschi sull’Appennino ligure. Ci incontrammo più di un anno fa: io vagavo per un sentiero in mezzo ai castagni, lui era fermo sulla soglia di un teccio e guardava il tetto sfondato dalla neve. Accanto a sé una vecchia oca, che prese a farmi un verso cattivo, simile a un fischio, quando provai ad avvicinarmi.
Trascorsi un po’ di tempo con lui, a parlare degli anni della guerra, dei tedeschi e dei partigiani che si affrontavano da queste parti, del freddo e dell’isolamento dell’inverno già trascorso, dei temporali e della notte in cui vide il grande cinghiale nero nella fascia sotto casa.
Promisi che sarei tornato a trovarlo, per annotare tutto di lui e di quelle storie. Ancora non l’ho fatto e sono triste per questo. A lui sono dedicati i versi, (more…)