l’esorcismo contrario (lùmina, 11)*

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Alexanderplatz Ensemble (suoni), Nino Pinti (voce), Federico Federici (riprese)

* In lùmina (archivio apocalittico farsesco) (La Camera Verde, 2012)

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ad Adriano Astesi (lùmina, 4)*

Adriano Astesi è un contadino che vive solo in una casa di pietra, nei boschi sull’Appennino ligure. Ci incontrammo più di un anno fa: io vagavo per un sentiero in mezzo ai castagni, lui era fermo sulla soglia di un teccio e guardava il tetto sfondato dalla neve. Accanto a sé una vecchia oca, che prese a farmi un verso cattivo, simile a un fischio, quando provai ad avvicinarmi.
Trascorsi un po’ di tempo con lui, a parlare degli anni della guerra, dei tedeschi e dei partigiani che si affrontavano da queste parti, del freddo e dell’isolamento dell’inverno già trascorso, dei temporali e della notte in cui vide il grande cinghiale nero nella fascia sotto casa.
Promisi che sarei tornato a trovarlo, per annotare tutto di lui e di quelle storie. Ancora non l’ho fatto e sono triste per questo. A lui sono dedicati i versi, Continue reading “ad Adriano Astesi (lùmina, 4)*”

Lettera: Finale Ligure, 29 Gennaio 2010

 

caro *,

sono io a doverti ringraziare per la pazienza che mostri nell’accogliere miei scritti così polemici, per quello spirito mai domo che cerco di educare al mondo degli uomini, senza riuscire, non scrivendo con pudore e certo contro ogni amor d’elogio, ogni ronzante vaniloquio – ai più caro di ambulanti adulatori.
Non si consola il cuore perfezionandosi davanti a tutto e a tutti, né resistendo a oltranza in posizioni impopolari s’insegna più a se stessi libertà. Sempre quel dovere, di dare contro alla miseria che ci opprime, sottrae dalla voragine più vera di noi stessi, eccita i discorsi ovunque, li piega per tonalità più alte, via via stridenti, mentre mille volte e più dovremmo imparare la sonora pronuncia del silenzio. Ed è nella miseria consumata viva ed estrema nei rapporti, che han valore i gesti che ci insegnano “civili”, e pesa così doppio, nell’indifferenza dura, quel lasciarci vivere, o morire perché non adatti, non dissimili per sorte da forme pullulanti, bipedi, di insetti. Eppure non sembrava identica la condizione di tutte le età, le epoche, quando, in uno slancio accresciuto forse troppo alla parola poetica, tracciavamo un bilancio sommario del futuro, dai teoremi schizofrenici del tempo.
Tutto questo mi ricorda l’erba calpestata fine di un giorno, non strappata, non lasciata libera seccare nel suo solco: Continue reading “Lettera: Finale Ligure, 29 Gennaio 2010”