Nika Turbina: 17.12.1974 – 17.12.2016

quadernifront

In occasione del suo compleanno a Mosca.

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Ника Турбина (17.12.1974 – 17.12.2014)

The short film shot on her birthday HERE.

Я год хочу прожить.
Как миг,
Хочу я время
Превратить в минуту.
Хочу, хочу, хочу!
Но почему я вижу
В страхе вскинутые руки?
Я не хочу
Так быстро жить!
Кричит планета, задыхаясь.
Мой долог век,
И я стараюсь
добро творить. Continue reading “Ника Турбина (17.12.1974 – 17.12.2014)”

ника турбина – inediti (e altri testi dimenticati)

I testi che seguono sono inediti in traduzione, presentati per la prima volta sull’ultimo numero della rivista Ulisse (n. 15, 2012). Ringrazio la famiglia di Nika Turbina e tutte le persone che le sono ancora vicine per la pazienza e il supporto al mio lavoro. Attualmente è in preparazione un’edizione trilingue (russo, inglese, italiano) che riporti in luce le parti meno esplorate del suo percorso poetico e raccolga a margine alcuni appunti dal diario.

 

Белый лес.
Белые глаза.
Люблю белое.
Хотелось снегурочкой стать –
Строка обгорелая.

Bianco, il bosco.
Bianchi, gli occhi.
Sono bianche le cose che amo.
Il mio desiderio di fanciulla di neve, [1]
ridotto a una riga bruciata.

 

 

Слышу звук свой
Надорванный,
В нем мысли и чувства
Собраны.
Строчку диких рисунков
В стихах запишу –
Почитать бы кому. Continue reading “ника турбина – inediti (e altri testi dimenticati)”

All the letters of this alphabet – Nika Turbina

Nika Turbina’s poetic path opens and comes to an end over only the shortest lapse of time. She seems to have known this from the beginning, once writing in her journal:

“I said everything there was to say about myself in my poems, when I was just a child. I needn’t have grown into this woman’s body…”

Adulthood has not the value of experience that we look forward to for so long, and though not in itself desirable, childhood seems to contain all the facets of life. While seeking their path, with the burden of “[…] life and death/on the shoulder”, all have to hurry up. For as night follows day, the day will come when the sun sets forever.
Nika Turbina was concerned early on with this impending sense of time, which meant loss, change, disappointment from her soon to be abandoned hopes. How to escape having known so much so young? Forgetfulness comes only with eternity, yet “[…] the old house/[…] stands by the river of memory” – the place where we lived while yet we might again. The gradual loss of innocence Continue reading “All the letters of this alphabet – Nika Turbina”

ника, 11.05.02–11.05.11

 

Новые слова замучили меня.
То пропускаю буквы,
То ударенье не туда поставлю.
Забытым словом хвастаюсь давно.
Оно легко ложится в речь.
Значение его – Любовь –
Мне подарило время
В предчувствии покоя.

New words have tortured me.
I skip some letter here
I won’t stress it there.
I have long bragged
that I forget the word.
It is so easy to say it.
But time gives its meaning
to me as a present – which love is –
in the presentiment of rest.

 

 

Золотую рыбку обманули:
Все ее дары назад вернули.
Даже те слова,
Что о любви сказала,
Мы назад отдали —
Горькое начало…
Отчего же снова
С берега крутого
Мы с мольбою смотрим,
Ожидая слова?

The gold fishie – deceived:
all of his gifts given back.
Even his words of love
returned – a bitter start.
Why then do we cast
glances of entreaty
from the cliff edge
expecting a word?

 

 

Подожди,
Я зажгу фонарь
Осветить откос,
По которому
Ты скатишься во тьму.

Wait,
I will light up a lamp
will light up the slope
on which you slip
into the dark.

 

text by ника турбина
translation by Federico Federici
tonight’s venue: reading from All the letters of this alphabet (Russian, English, Italian), Maya Dubrovskaya and Federico Federici, 22:00-23:00.

(Photo and texts courtesy of Nika Turbina’s family)

Cinque domande di Giulia Siena a Federico Federici su Nika Turbina

 

 

Come nasce la tua attenzione per la poetessa Nika Turbina?

Nika ed io siamo stati coetanei per tutto il tempo della sua vita, ma non ci siamo mai conosciuti. Nei primi anni Ottanta, quando la sua vicenda poetica già sembrava destinata a luminoso avvenire, io non ero che un bambino un po’ vivace, che aveva forse imparato qualche filastrocca a memoria, ma ignorava tutto della poesia, cresciuto in un’anonima provincia ligure. Tra noi non c’erano solo molti chilometri, ma troppe vite, troppe generazioni. Forse mi capitò anche di sentire al telegiornale la notizia del suo viaggio in Italia, della premiazione a Venezia, ma non ho ricordi di allora.
Ci volle la sua morte, nel 2002, perché venisse di nuovo pronunciato il suo nome, perché io lo udissi finalmente alto, risuonare forte, unico, sullo sfondo di quel tragico fatto di cronaca. Fu una sensazione strana, come scoprire di aver perduto improvvisamente qualcuno, qualcuno di cui non si sapeva niente. Iniziai così un percorso verso la sua poesia, la sua vita, da tutti per molto tempo taciuta, e che di colpo dava spunto a sempre nuovi e odiosi pettegolezzi. La mia attenzione nacque dunque per caso e si alimentò via via per necessità, per l’esigenza di ricomporre, anche a livello personale, una vicinanza definitivamente mancata. Mai avrei immaginato che, nell’arco di alcuni anni, per una serie interminabile di coincidenze, sarei entrato in contatto con la famiglia, avrei parlato al telefono con la nonna, tradotto stralci del diario e altri inediti, dato fiato a una nuova scoperta della sua opera.

 

 

Hai tradotto le poesie e curato questo volume, quale è stata, qualora ci sia stata, la difficoltà più grande?

Penso che due siano state le difficoltà maggiori, in qualche modo inseparabili.
Mi sono avvicinato ai testi, tentando di renderne insieme il senso e qualcosa dell’originaria poesia – tentazione suprema, credo, di chiunque s’impegni in questo lavoro. Per mesi ho elaborato una traduzione che, pur non potendo rispettare le rime dell’originale o certi suoi costrutti, data anche una certa distanza tra le lingue, restituisse però al lettore un corpo di poesia. Non volevo, insomma, fare solo un’accurata “parafrasi” dei versi. Ho incontrato in ciò due ostacoli (al di là di quello meramente linguistico): la differenza di età tra la bambina che aveva scritto quelle parole e l’uomo che ora provava a ri-pronunciarle e, non da meno, il mio stile in poesia. Per non riprodurre nessuna struttura o espediente formale che fosse in qualche modo a me riconducibile, ho cercato anzitutto un’intonazione diversa, innocente eppure matura. Se, da un lato, la maturità di quella bambina colmava un po’ della nostra differenza anagrafica, dall’altro la sua parola acuta, ma innocente, chiedeva ascolto e purezza. Ho provato insomma a ricordare com’ero in cuore da bambino.

 

 

Come mai il titolo “Sono pesi queste mie poesie”?

Si tratta del primo verso della prima poesia (senza titolo) nel libretto, una delle più note di Nika e, insieme, vera e propria dichiarazione di poetica. Mi sarebbe anche piaciuto un conciso ed enigmatico “Кто Я?” (“Chi sono io?”), i cui caratteri cirillici costituissero ammonimento e misteriosa interrogazione d’apertura. Alla fine però, anche per rispetto dell’identità di collana, si è concordato con l’editore di lasciare tutto in italiano, titolo compreso, ricadendo così la scelta su “Sono pesi queste mie poesie”.

 

 

Nika Turbina compose le sue prime poesie a tre anni, una bambina prodigio?

L’unicità di Nika sta soprattutto nella precoce lucidità dei suoi versi. Non si tratta solamente di riconoscere un’inconsueta maturità di stile, quanto di accettare una precoce ma profonda coscienza del mondo, della vita, come se dagli occhi degli adulti si sporgessero il dolore, i fallimenti, l’intima vulnerabilità d’intere generazioni, e si ritraducessero per lei in parola, facendone esperienza propria. In questo io ravviso il vero miracolo.
Ci fu molto scetticismo all’inizio. Lo stesso Yevtushenko confessa di essersi completamente ricreduto solo dopo l’incontro di persona nel 1983, a Peredelkino, nella casa di Pasternak. A convincerlo fu il modo in cui Nika recitò per lui alcuni versi: la voce, l’intonazione, scuotevano le parole dal loro profondo, le afferravano dal testo e le porgevano o scagliavano di fuori, nel modo in cui solo può un poeta.
In seguito, specialmente dopo la morte, ci sono stati alcuni tentativi di spiegare il prodigio del poeta-bambino, attingendo a risvolti biografici non sempre documentati con precisione, oppure travisando con malizia aspetti abbastanza comuni nell’Unione Sovietica del tempo, legati soprattutto alla vicenda familiare. Si tratta – secondo me – di tentativi a vuoto, buoni ad alimentare mistificazioni letterarie spesso contrastanti, laddove si sarebbe potuto invece spiegare molto con le stesse parole di Nika: “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna.”

 

 

Dalle poesie della Turbina emerge un forte senso del dolore, a chi sono rivolti questi scritti?

Come ho detto, l’acuta coscienza del dolore ne presuppone una conoscenza che non è esprimibile da una bambina di quell’età, se non per via di una sensibilità che permetta di raccoglierlo come perpetuo, invisibile pianto negli occhi di tutti.
Spesso le parole si rivolgono affettuosamente ai familiari più vicini (la mamma, la nonna soprattutto), oppure amici, persone conosciute appena, nascoste dietro le iniziali dei loro nomi, ma frequenti slanci abbracciano l’umanità intera, la Natura, secondo quell’amore che nei bambini è dono senza condizione, perché proprio nel dono si nasconde la richiesta dell’unico amore.
Altre volte Nika interroga se stessa: qui è la voce di una bambina, un grido mai udito così alto, che tenta di sciogliere la tragica fatalità cui tutto sembra da subito consegnato. L’infanzia è quel giardino ogni momento più intricato che portiamo dentro. Adulti e bambini insieme sono chiamati a un unico destino. Si incontrano così brevi invocazioni, richieste di un abbraccio, una carezza, formulate però da una distanza, quasi voluta, cercata affinché la scrittura si compia prima della vita, dica quello che sarà. Una distanza da colmare poi, rimarginare, perché giunga la parola nel culmine della dolcezza, prima della fine.
In un inedito degli anni Novanta che ho tradotto tempo fa, Nika scrive: “Mi hanno tormentata le parole nuove./ Ora qui tralascio qualche lettera,/ ora lì un accento manca./ Mi sono vantata a lungo/ di quella che ho scordato./ Così facile da dire./ Mi regala il suo valore il tempo/ – che è l’Amore –/ nel presentimento della quiete.”

 

 

Ника

 

Ника, a short footage about Nika Turbina’s poetry and life, has been edited by putting together archive materials with new original scenes. It focuses on one of the theme she insisted upon the most in her writings: that of asynchrony in the sometimes painful split of time – no need to become a woman, when I once was a child.
There are no proper dialogues inside, but many sorts of infinitely pleated monologues, in a maze of sounds, voices which Nika’s lines emerge from, whispers or cries, and meanwhile passers-by gather stiff loneliness.
The film ends in the late darkness of the last day. Time continues much as before, like a taboo, a compulsion splitting into further hours, minutes, seconds. No need to speak the name: whose voice is thus swallowed? All questions unanswered remain. All toys keep watching over the silent child sleep.

 

A short film by Federico Federici
Courtesy of Maya Turbina, Ludmila Karpova, Alexander Rather
Original texts by Nika Turbina
Music by Bardoseneticcube and Federico Federici
Translation by Federico Federici