Dunkelwort (e altre poesie) – Nuova edizione

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Dunkelwort (e altre poesie) (ISBN: 978-1326223373)
Edizione riveduta e ampliata, con una lettura di Marta Vilardaga.

Il libro è disponibile su Amazon .IT, .COM, .DE, .CO.UK

Estratti dalla sezione L’imitazione di Dio

Über das Sehen

Ein Wort in einem dunklen Mund
ein Nest in der Finsternis eines Zweiges,
der ein Baum, dann ein Wald,
dann ein Berg und die Welt.

Das unbedingte Licht,
das die Zeit lenkt
und das Dunkel umgibt,
hat, auf dieser Seite,
einen festen Durchgang
zur Ewigkeit: das Auge,
wenn es abhält, erhellt.

n.44

La dura inesattezza dei profili taglia e non trattiene luce. Il buio occulta la lama che ti trafigge in un urlo mentale. Il discorso copre di dettagli la memoria, i muri di graffi mai fatti. Non ha pace la mano contratta a soffocare il lume, o tesa a schermare l’occhio dal fuoco: l’innocenza insegna a guardare solo ciò che non si scopre.
Non sai pronunciare parole nate in bocca alla notte, fatui fuocherelli esausti, piccoli soli neri intorno ai quali non si fa mondo. Aggiorni metodico gli elenchi dei prati e dei boschi, raccogliendo bacche scure, spine, cortecce, gusci d’insetti. Nessun altro sorveglia i movimenti dell’erba.
La nostalgia ti ha addomesticato, come tu hai fatto gettando lo sguardo sugli animali selvatici. Le porte, allora, si sono chiuse di scatto.
Le parole sono chiavi del silenzio.

Symmetry Breaking*

we can’t be in love at once:
that’s a real quantum state
weird matter inwardness

no care if we know it or not
if we’re quantum physicists
or blind guides in despair

its exclusion principle works
no calculation needs
the world to arrange itself

we’re so anti-symmetric
though we would not say
wrapped, bones-framed

spans of fingers measure
convex curves of skin
on reticulates of veins

these are quantum jokes,
tears and dots, draining
estuaries of blood map genes

many quantum traps await us
between eyebrows and nose
kinds of singlet, doublet states

but no real pair of us remains

 

*Editor’s Pick on The Unrorean (vol. XV, issue 2, Farmington, 2016)

Senza illusioni

Nell’epoca della comunicazione in 150 caratteri, dell’hashtag e delle istantanee che diventano virali a colpi di clic, Giancarlo Rossi, storica voce di Radio Uno, raccoglie in un unico, corposo volume le proprie riflessioni sugli ultimi 15 anni da inviato su alcuni dei fronti più caldi in Italia e all’estero. Nel suggestivo intreccio di grandi scenari e piccoli palcoscenici, la memoria del gionalista e quella dell’uomo si incontrano raccontando la Storia, senza tralasciare i retroscena e le ripercussioni nei rapporti, non sempre facili, all’interno di una redazione.
Dalla guerra in Kossovo, primo vero e proprio banco di prova in zone di guerra, lo sguardo penetra nel vivo dei vertici internazionali (senza banalizzarli, a dispetto della «realpolitik stracciona di qualche collega») e tra le pieghe dei viaggi organizzati dal governo italiano («una sottospecie dei vertici internazionali […] che permette(va) al politico di turno di farsi pubblicità a spese del contribuente»); registra i disastri dell’industrializzazione incontrollata e l’emergenza rifiuti in Campania; testimonia il dolore dei terremotati e il beffardo sperpero in mille rivoli oscuri degli aiuti di Stato («anche le faglie tettoniche obbediscono all’economia politica?»), benché i ritardi nella ricostruzione siano schiaffo alle popolazioni colpite e danno per l’economia nazionale.
Muovendosi tra gli scavi di Pompei e le macerie del Kossovo e dell’Afghanistan, ci si addentra in una specie di The Russian Jerusalem di Elaine Feinstein, incontrando, invece che poeti e spiriti di genio, comparse senza nome, figure ambigue o derelitte, schiacciate all’ombra delle maschere grottesche di un potere ugualmente crudele a tutte le latitudini.
Nella narrazione, Rossi restituisce uno stile radiofonico privo di enfasi letteraria, Continue reading

n.43

Le dita hanno compiti particolari nelle tasche: riordinano i sassi mentre cammini.
Anche il pensiero non occupa a caso la testa: aggira punti fermi arbitrari, indaga, nella parola, la propria sostanza. In bocca, mastichi solo rumori, briciole taglienti.
Dopo lo schianto del tuono, il fruscio di una foglia gonfia il petto del bosco. L’acqua, senza peso, scivola in superficie.
I sassi nel rivo sono scomparsi, rotolate le voci in una corrente di silenzio.

n.41

Mi piace l’italiano in bocca a certe persone, educate più nel sentimento, che nella sintassi. È una lingua affatto carica di invenzione, di musicalità e molto altro.
La lingua che scivola precisa negli automatismi, invece, suggerisce l’ultima stretta del potere, data con un meccanismo inutile, ma estremamente articolato, che controlla la vita dall’interno e nella rappresentazione che ciascuno ha di sé. Solo in un momento di lucidità estrema, o di pazzia può incepparsi. La sua aridità risalta persino nell’insopportabile ripetitività di certi errori e nell’insofferenza (o indifferenza) di chi li commette: mai che si colga l’inclinazione naturale verso un altro stile, mai il rumoroso palpito di una scoperta. Per paradosso, questa lingua mira all’oggettività del mondo, moltiplicandosi in parvenze vuote. Non basta respingere ogni atto dovuto per opporsi, né provocarla con gli strappi di una fantasia qualsiasi. Bisogna, senza tante belle frasi, spingere chi se ne serve a vergognarsi.