weißes werk

Carteggio XXVII

federico federici:

L’altra metà di un carteggio (di tanto tempo fa). Il video a cui si accenna nella lettera è QUI.

Originally posted on carteggi letterari:

Caro Federico,

Il fuoco con gli anni si va spegnendo e dovrebbe tornare la misura. Non ci sono date precise per la crescita, né per la misura, io ho sovvertito le regole prevedibili per natura per diverso tempo, ma oggi sono tornata ad essere vecchia, per fortuna, con   autoironia insperata. Riesco ad essere sempre meno “social” anche per questo, per l’esigenza di tornare a esprimermi in linea retta, per estensione, ma soprattutto per elezione e misurata selezione. I social sono dei tritatutto che centrifugano velocemente ogni pensiero e il nostro modo di intendere la comunicazione si va avvilendo sempre più, mutando inevitabilmente al passo con i tempi e con le esigenze frenetiche di questo continuo mordi e fuggi. Leggo prose e prosette piene di punti e accapo, o senza punteggiatura, quasi prive di sintassi. L’oggettivazione di tutto e la rapida assimilazione dello stretto necessario pare essere il nostro pane quotidiano. Non c’è da sorprendersi…

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Giancarlo Rossi su “Appunti dal passo del lupo” (Quaderni della Luna, 2013)

Gli Appunti dal passo del lupo di Federici, usciti nella collana “Quaderni della Luna” curata da Eugenio De Signoribus, offrono lucide meditazioni intorno ai temi della scomparsa e dell’abbandono. Ambientati in paesaggi nei quali sembra caduto un inverno perenne, che quasi cancella il corso delle stagioni, insistono sulla figura dell’Uomo, essere consapevole della morte, che conferisce alle cose la propria tragicità e si fa testimone e custode della creaturalità degli animali, o del segreto delle piante nel cuore del bosco. Qui, la Storia si concretizza nei manufatti dispersi tra i ruderi sull’Appennino, nei rifugi di guerra scavati nella pietra, o nelle trincee crivellate di colpi, dove i soldati, feriti o dispersi, hanno lasciato combattendo una sete d’aria e di luce inestinguibile.
La fatica di chi tira su ancora i tronchi con le funi dai fossi, o risale sentieri coperti di ghiaccio da solo, l’incontro fortuito con una volpe, o l’estenuante lotta tra insetti su una pietra infuocata dal sole ispirano la stessa gioia amara della contemplazione.
Pur trattandosi, almeno formalmente, di prose, la parola è tesa e asciutta, quasi rispetti la cadenza di un verso, ma quella misura è anzitutto morale e non retorica.
In appendice, le struggenti lettere al padre che, lasciando alle spalle ogni suggestione biografica, raccontano la solitudine e la paura dell’abbandono senza essere intimistiche ed esprimono quel mistero senza svelarlo.

Giancarlo Rossi

Per ordinarne una copia, scrivere qui, con oggetto “appunti del lupo”.

il rovescio a parola (lùmina, n.12)*

eppure ti scrivo
parola a venire
t’invito nel tuo futuro
che non porti altrove,
troppo sarebbe averti
per nome

qui sono i giorni
di ogni altra attesa
parola staccata
mutilazione terrestre
escrescenza del tempo
che accosta e compone
le parti, nostre disinteressate
morti di spirito

vera o non vera per poco Read the rest of this entry »

Lettera: Chianale, 21 Febbraio 2015

Caro *,
oggi ho finalmente posto fine ad anni di fatica intorno a un testo. A breve, ne stamperò una bozza da inviarti, perché tu veda quanto impegno sia costato scriverlo, nella speranza sempre di raggiungere, con l’esattezza della forma, un contenuto di “verità”.
Le poesie, raggruppate ora in due sequenze, sono quasi tutti quelle di partenza, con parecchie ricomposizioni interne però e smottamenti da una parte all’altra, o rimozioni di strofe intere.
È un paesaggio carsico, quello che si offre al peso della scrittura, puntellato da ossessioni, scavato in certi punti più che in altri, nella frenetica ostinazione di seguire, attraverso il ventre della montagna, una vena, Read the rest of this entry »

Die Beiden Seiten

Schwachsinn, zu fragen wie es dazu kam. (D.G.)
Berlin and the wall’s death strip on the east side seen through the eyes of a Stasi spy and of a contemporary traveller:
Die Beiden Seiten

Il video è una prima ricognizione di Berlino, costruita incrociando l’occhio della Stasi (da documenti d’archivio) con quello di un viaggiatore contemporaneo, che si soffermi, in un giorno qualsiasi, sugli scenari che lo circondano.
Tra i luoghi indagati, spiccano la striscia della morte a Bernauer Straße e la stazione di Nordbahnhof, una delle celebri “stazioni fantasma” dei tempi del muro.
La linea del tempo è azzerata: passato e presente si confrontano sullo stesso livello, attraverso il meccanismo della proiezione, che di continuo ribalta il primo piano e lo sfondo.
Da ultimo, il pallone aerostatico che simboleggia il mondo, ripreso in volo da dietro i resti del muro lungo Niederkirchner Straße, si erge a simbolo quasi chapliniano del goffo trasformismo di cui il potere è, per sua natura, maestro.

Peter Fechter (1944-1962)

August 17, 1962: Peter Fechter was shot while trying to make his bid for freedom. He bled to death in agony right behind the Wall in Zimmerstraße near Checkpoint Charlie.

Walled in, death
by wall and concrete,
neither too tall, nor thick
but an empty zone
open to the appointed
West. The last jump,
the spark long since kept
lit against the spying
of the dark, Read the rest of this entry »

Poem after the waste wall

Most parts of the Wall were pre-fabricated segments, originally designed for other kind of buildings. It was never seen as the wall of a house, though.

An almost invisible thread
had guided crowds for years.
Rushing out from shelters
and bunkers, they gathered
here to eavesdrop winds
and western whispers
behind the wall. The firm
back of the winter’s hand
halted them all before it.
It didn’t upturn the hourglass,
nor did it shake and clean
its clogged throat.
The days were dust,
the dust that was their house.
Now none dares to speak to
those who’ve chosen to forget.
And we all go with them.
Dead men only speak
a language of regret.

November, 1961

As early as November of 1961, skilled and unskilled workers were practically employed around the clock to reinforce the first generation Wall under the command of construction engineers and the guns of guards on duty. There were actually four generations of the Berlin Wall.

Let this wall hide the wall that stands behind
the wall of itself. Feed another stone into
the wall, another word fed into the silence
that walls up the emptied rooms of the dead.
Most of the wall is centered about ourselves:
it’s up to us to believe it falls down in the end
or not.

On foot to Ost-Berlin (from an old guide)

Take the U-Bahn line 6 (direction Tegel-Alt Mariendorf), or the S-Bahn line 3 (direction Wannsee-Friedrichstraße) or the S-Bahn line 2 (direction Lichtenrade-Frohnau). At Kochstraße the conductor will say on the mic: “Kochstraße – letzter Bahnhof in den Westsektoren, letzter Bahnhof in den Westsektoren!”. The train will proceed slowly then under the wall, reducing speed (without stopping) through Stadtmitte and Französische Straße station, that has been closed and kept in half-dark since 13 August 1961. Rdt police officers control the passage of the train until it arrives at Friedrichstraße, the frontier station. The atmosphere is quite unreal there, for it’s unusual to cross an underground frontier to move from one place to another within the same State. You’ll immediately notice the quite impressive coming and going and especially the huge number of old people, retired women and men, who are for one day calling on their relatives living in West Berlin.
All you have to do now is to follow the Grenzübergangstelle and stand in a queue at the Andere Staaten gate waiting for your turn.
Being there no later than 10 o’clock is a good trick not to be standing too long.

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