n.71 – Savigliano

Rendere limpidi gli ultimi testi, ormai ridotti a un pugno di sillabe, è arduo senza scalfirli e franare nel vuoto che aspetta una rima falsata, una pietra morta, un inciampo. Oltre la misura del verso, la campagna incolta: il frinire delle cicale, il trillare dei discorsi.

n.70

Cos’è la fitta, il colpo che senza pace rintrona dentro, come non ci fosse mai abbastanza vuoto, abbastanza spazio per smorzarlo? Però nel libro c’è una scomparsa, una morte forse, ma non so di chi: la mia? la sua?
La morte non è mai astratta, perché ha bisogno di un corpo e di affetti da recidere per compiersi: un sasso che si sgretola non muore.

Seppellitemi in montagna

Seppellitemi in montagna, evitando il disgustoso catering del funerale. A piangermi penseranno i temporali, a portarmi un fiore le stagioni. Più giro nei cimiteri, più resto incredulo dell’oltraggio dei vivi ai morti. Altrimenti, lasciatemi insepolto di fronte a una boutique, a una banca, o a una gioielleria, a puzzare e sputare vermi, atto certo meno rivoltante che usurarsi (o usurare) in prestiti, gadget, gioielli.

n.68

In guerra, chi non uccide muore senza colpe? O è l’esser stato in guerra già una colpa sufficiente a condannarlo? Essersi dato a corpo morto nell’annientamento collettivo, aver sperato nella buona sorte per schivare il colpo, avere sprecato il meglio delle proprie forze solo per salvarsi non è abbastanza?

n.66

Come sempre ai primi di ogni mese, salendo in auto all’alba alla sorgente del Melogno, credevo sarei stato l’unico nel bosco. Quel giorno, invece, un uomo già sciacquava la borraccia e bilanciava i pesi in uno zaino enorme. Salutandomi, si informò subito se sarei disceso a valle dopo. D’istinto, risposi di no, ma mentivo. Vedendolo avviarsi con quel fardello in spalla, tagliando a caso per le curve di un sentiero, iniziai a chiedermi se non avessi malamente liquidato un messaggero.
Tornando, lo incrociai un chilometro più sotto e, prima che facesse un cenno, accostai per caricarlo. Iniziammo a chiacchierare, come fa chi viene per la stessa strada da opposte direzioni. Partito a piedi da Torino ventisette giorni prima, e diretto a La Spezia lungo l’Alta Via, nei boschi di Sampeyre aveva incontrato un eremita, che vive in simbiosi con uno sciame d’api e produce un miele selvatico e puro come la propria anima; a Elva, un vecchio che legge Omero pascolando il gregge. Ci tenne a precisare che era partito solo e senza libri, e senza altre indicazioni che due vecchie mappe, affidandosi alla guida degli alberi più antichi e ai tracciati delle stelle e allo spessore dei muschi sopra le cortecce. I venti avrebbero fischiato storie eterne dalle incisioni mute dentro i tronchi e casomai la morte gli avesse soffiato forte nell’orecchio, avrebbe preferito non resisterle e fermarsi lì per sempre, sulla lingua di un ghiacciaio o tra le radici di un faggio, a ricordarsi di quando già era stato montagna o bosco.
I messaggi che portava erano questi, limpidi e forti.

n.65

Quanto desolati e vuoti devono apparire la solitudine e il silenzio, a chi resta improvvisamente chiuso fuori dai propri testi, escluso dal loro significato, ricacciato in quella zona di incomprensione in cui non si era ancora consumato l’incontro con la parola e ogni possibile spiegazione rigettava l’arbitrio della memoria.