Mrogn – Stanza della Madonna della Neve, 6 gennaio 2018

Lettura effettuata il giorno 6 gennaio 2018, presso la Stanza della Madonna della Neve a Pian dei Corsi. Suoni campionati sul Colle del Melogno nei giorni 4, 5, 6 gennaio 2018.
   

Mrogn, di Federico Federici, Zona 2017, ISBN 978-8864387024.
Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016.
In tutte le librerie su ordinazione e presso i principali rivenditori online.

Advertisements

Mrogn 21-33

Lettura effettuata il giorno 6 gennaio 2018, presso la Stanza della Madonna della Neve a Pian dei Corsi. Suoni campionati sul Colle del Melogno nei giorni 4, 5, 6 gennaio 2018.
 

(altri rilievi, non prove), p.21

Che parola mise sulle tracce,
o che parole erano le tracce?
Chi parlò,
               senza coprirsi di silenzio?
Le radici, i fili, i rami,
dure dita di insepolti,
non trattengono le frane.
Non ha ossa il bosco.
Non c’è luogo nel paesaggio,
strada o varco: solo buchi
nella polvere dei gechi,
solo fischi dietro ortiche
e sterpi: aria o serpi?
Ogni tanto a una spari,
per vedere se sia viva
o ha forma, se esca fuoco
o sangue. Mentre salta
ancora da quel colpo colta
in testa, pensi: siamo tutti
serpi?
 

(congetture e un corsivo), p.33

Al segnale si rintana, salta
a corpo morto nell’ortica,
vibra basso il ventre dove
frana l’erba, si frantuma
secca nell’intrico, irto il pelo
addensa nella macchia.

Non c’è
          prima dello sparo,
mira!

   

Mrogn, di Federico Federici, Zona 2017, ISBN 978-8864387024.
Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016.
In tutte le librerie su ordinazione e presso i principali rivenditori online.

Mrogn 13-19-20

Lettura effettuata il giorno 6 gennaio 2018, presso la Stanza della Madonna della Neve a Pian dei Corsi. Suoni campionati sul Colle del Melogno nei giorni 4, 5, 6 gennaio 2018.
 

(altri rilievi, anatomie di scena), p.13

Non è molta altezza
che separa cielo e terra.
Non esiste il punto
dove il fiume penetra
nel bosco, né
le vene il corpo.

Le formiche sopra un buco
– questa macchia nera.

Corrisponde poco
al fondale il bosco.
 

(la casa cantoniera), p.19

Pochi passi al muro
ben piantato in terra.
Ha pulito la radura l’ascia,
corre a filo d’erba il vento.

Non si penetra nell’ombra.
Entra in noi l’ombra del bosco.
 

(presso una casella sul pendio), p.20

La radice sotto i piedi
penetra nel mondo.

Sembra quasi che sia
lì tra i sassi il passo,
i passi dove siamo
già passati.
   

Mrogn, di Federico Federici, Zona 2017, ISBN 978-8864387024.
Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016.
In tutte le librerie su ordinazione e presso i principali rivenditori online.

Mrogn 11-12

Lettura effettuata il giorno 6 gennaio 2018, presso la Stanza della Madonna della Neve a Pian dei Corsi. Suoni campionati sul Colle del Melogno nei giorni 4, 5, 6 gennaio 2018.
 

(primi rilievi, ipotesi), p.11

In un punto solo
                             un’orma,
nessun altro segno
il ghiaccio, neanche
ghiaia smossa o erba
pesta. Una sola impronta
resta: di animale menomato?
o lo slancio, il netto stacco
di una poiana in volo, il tocco
scesa bassa su una preda?
– persa o presa tra gli artigli,
poi sparita.
 

(primi testimoni non oculari, didascalie), p.12

C’è chi aveva udito un fischio,
altri della serpe il soffio,
chi dei frulli d’ali e un grido.
Fosse
           un biancone, un falco,
un nibbio? o un suicidio,
un passo falso? Troppo
vaga forma o breve
quel contatto. Palmo
a palmo si battevano
le forre, il dirupo,
l’orrido del Carmo. Non
grumo di sangue, piuma,
corpo. Solo il fischio
delle piante al vento.

Si infittiva a vista d’occhio
il bosco.
   

Mrogn, di Federico Federici, Zona 2017, ISBN 978-8864387024.
Premio Nazionale Elio Pagliarani 2016.
In tutte le librerie su ordinazione e presso i principali rivenditori online.

Giancarlo Rossi su “Mrogn”, Premio Pagliarani 2016

Mrogn: entroterra appartato tra Piemonte e Liguria, sparsamente popolato, ma non tagliato fuori dai conflitti che definiscono la Storia, quelli tra uomo e uomo, e tra Uomo e Natura. È al bivio tra Storia e leggenda che si potrebbero intravedere, in una macchia appena rischiarata da raggi solstiziali, i protagonisti del dramma corale inscenato in questa raccolta. Un popolo diffidente e pauroso, che ricaccia fuori la notte serrando «a due mandate/ celle e porte»: gli esecutori di una pena che non può che essere capitale – cacciatori, bracconieri o tiratori scelti – avidi di colpire e delusi nella mira «ad arma bianca»; la morte e i morti docili a seguire «sul vuoto/ gli oracoli dei vivi». Un habitat immenso e claustrofobico, racchiuso nel segno senza nome: «[…] non si penetra nell’ombra./ Entra in noi l’ombra del bosco». Pure il cardine è invisibile, non rappresentabile, né ricostruibile secondo il paradigma indiziario suggerito dai reperti (pezzi di roccia, cortecce incise, piume, peluria e schegge d’osso), dai rilievi (foto, mappe, filmati) e dal sonoro (spifferi d’aria, fischi di serpi, legna spaccata e parlate in dialetto). Chi, o cosa ha lasciato quelle tracce? Ogni scorcio di paesaggio adombra una vittima senza essere, colta sempre un attimo prima del trapasso e sempre libera di contraddirsi, in quella sospensione tra vita e morte consegnata al lettore in frequenti koan («Non c’è/ prima dello sparo,/ mira!»). Quante figure si potrebbero cernere, nel vuoto che l’autore insegue dando magistralmente suono e parola (voce?) all’angoscia! Il nome resta però anelato e sconosciuto («Lasciateci da soli/ a cercare il nome», «lascia perdere/ il bersaglio/ – è il nome», «Lo scomparso, col mio nome/ in bocca […]»).
In un tempo di penuria e complessità, di anomia incombente e assenza di critica fondamentale, scorgo, nella preda qui braccata, il profilo del soggetto contemporaneo, inseguito da conflitti irrisolti, lottatore obbligato e senza scampo, perdente senza identità o ragion d’essere se non quella di tentare «di non morire mai senza volerlo». Reietto e in cerca di un rifugio nel buio più fitto, sa però che non sarà scoperto finché lo sguardo che perlustra il bosco non si rivolgerà a se stesso.

Giancarlo Rossi

Mrogn, di Federico Federici, Zona 2017 ISBN: 978-8864387024
In tutte le librerie, su  zona, amazon e i principali rivenditori online.

Intervista Premio Elio Pagliarani

premiopagliarani

D – Sul suo rapporto così fecondo di suoni e immagini tra Poesia e Fisica. Perché ha scritto ad evidenziare questo rapporto: «quando mi occupo di Matematica o di Fisica, se non tentassi comunque la via poetica del linguaggio, mi sentirei perso nel buio dei simboli»?
R – Pensavo a un fatto sorprendente, l’entanglement quantistico: due particelle, per un certo tempo interagenti, possono continuare a comportarsi come un unico sistema anche separate da una grande distanza. Questa indissolubilità sublima l’etimologia del termine simbolo. L’equazione di Dirac, che descrive il fenomeno, ha l’ermetica eleganza di certi endecasillabi danteschi. Se la Fisica si compone ispirandosi al “mondo” e la Matematica ne è la lingua, cosa sta all’altro capo di un’equazione? Che rapporto simbolico si instaura con quel “mondo”? Certe equazioni ci interrogano come versi.

D – E ancora perché ha scritto (Inediti n.18) «Ciò che vorremmo toccare invece con meraviglia, (è) raccolto nell’oscurità della sintassi dei suoni»?
R – Nella precedente raccolta, Dunkelwort, sviluppo proprio questo tema. Rispetto alla scrittura matematica, la parola poetica coinvolge livelli di sintesi diversi: un’equazione non si legge, non ha musicalità, eppure ha uno stile. Il suono, che trascende i segni, ne arricchisce e complica il rapporto con la “realtà”.

D – Elio Pagliarani scriveva in Lezioni di Fisica: «e aspetto/ il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto/ su te, delle modifiche/ Non sono io/ che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica/ la vita». Perché si può quindi considerare Pagliarani un autentico fisico del suono della parola poetica? Pier Vincenzo Mengaldo scrive a questo proposito che quello che privilegia Pagliarani è lo scorrimento dell’esistente che si traduce da una parte nel sistematico collage di lingua letteraria e linguaggi speciali.
R – Le lezioni incorporano, con estrema naturalezza, lo spirito della nuova Fisica, senza stravolgere la lingua, come accade invece in Joyce: ogni effetto, pur inseparabile dalla propria origine, non la svela. L’esistente argina l’onda d’urto della lingua, le parole luccicano in superficie.

[Dall’intervista a cura di Marcello Tosi, Corriere di Romagna, 29.12.2016]