profilo minore – Stadtsprachen Magazin

Profilo minore, «Stadtsprachen Magazin», Birger Hoyer, Chiara Schimpe, Joey Bahlsen editors, n.22, 2022.

Profilo minore, a cura di Andrea Cortellessa, Nino Aragno, Torino 2021, ISBN 978-8893801331 • buy: amazon.it • libreria universitaria • IBS • listen: podcast • watch: YouTube

profilo minore – 25.0-25.1

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# 25.0
 
esita, sopra una riga d’erba
frena lo scatto, la lepre
irta nella neve s’invischia

contro il silenzio punta
le zampe, balza oltre
l’ultima frangia del prato

vedi
l’impronta profonda
e l’altra che manca



# 25.1

nevica sul punto fermo
alla curva del muro

si fa silenzio sul nervo
della memoria

l’ultima impronta
biforca la riga davanti,
esatta, ghiacciata

un’altra esita
poco più indietro

una porta chiusa
una aperta

i passi
che vanno verso
vengono da

profilo minore – 24.0-24.1

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# 24.0
 
di contrappunto, sotto le dita,
l’attrito del foglio dà forma
a un suono, dove il rumore si ferma

senza più spinta, le membra
a un tratto legate, per gravità,
sotto il controllo del proprio peso



# 24.1

parla rumore di vento
sfrangiando le fronde
dei rami, le punte,
le gemme che mangia

molte parole già dette
e, più si ripete, non dice
più sibilante

profilo minore – V

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# V
 
stacca, parola,
il nome ai vivi,
dei morti non
rimanga nulla
andandosene l’ombra,
rimessi schiena
a schiena a non
lasciare spazi,
accumulino sé
per ossa nella terra


ripeti, sì, riprendi
pelle alla corteccia
e vertebra alla pietra
e sàtura varici all’erba
trita e ritraduci strenua
nei movimenti rigidi
del bosco i nervi,
alterna i muscoli
alle foglie e i rami
agli arti stesi uniti
fossili nel sonno



scava, per fame di silenzio,
il solco intorno alle radici
rugose e calcinate ai muschi,
perimetra le cose nelle dita,
afferra, affèrrati dai bordi
a ogni cavità di terra,
sporgi, dirada la forbita
foga delle voci, le nubi
dei rumori che coprono
brusio di sciami



accòrdati nel freddo
a questa opaca, querula
memoria che trasuda
senza requie e sàtura
loquace lo spessore
dei discorsi, addestra
alla misura infinitesima
il pensiero e per difetto
accoglilo nel nulla


                               dài
prima fiato, voce poi
e spinta a che ritorni
sempre al mondo,
traspari più lucente,
più trafiggi cose arse
più ti chiedono del fuoco



(ora segno si sussegue a segno)


ma tu addentrati,
chiamata a nome dell’addio,
nell’incuria delle brine,
nei grumi aridi del freddo,
nelle radure rase a zero,
nella cattiva erba annuncia
il nero del giorno e scuoti
i pullulanti assalti d’api
ai fiori, le linee e i punti
convergenti sulla fine



nel lungo, estenuante elenco
scaccia in ogni luogo
il suono in ogni cosa
il nome inutile morente
penultimo morso prima
della fine

profilo minore – 14.0-14.1

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# 14.0
 
vivi, in una terra dura
disfacendosi nell’erba,
scricchiolanti arbusti
fessi alla radice, selva
d’abachi sbilenchi,
sillabano i venti

affiorano reperti
sterminati silenzi
attendono la fine
del discorso, la gemma
nascosta agli alfabeti

*

se taci, risuonano a scatti
sfregandosi i rami tra loro
in questa riga di paesaggio
agitata a rumore
sempre percossi, premuti,
crepati, sibili o fischi

ancora su questa altra morte,
nei solchi vuoti

calco dell’ultima lettera
spuntata, non detta



# 14.1

se taci, vibra precisa
la sola rimasta viva
parola a margine del mondo,
non pronunciata si affina
a riga incerta del vero,
frammista alla calca
di tutti i frammenti,
inscritta nell’andirivieni
di strofe, di smorfie, se taci
la scopri – sussurra
nel fiato ai discorsi,
soffia da sopra le cose
che vogliono andarsene
come non dette

profilo minore – 13.0-13.1

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# 13.0
 
prendere parte al tempo
nel corpo, sentirsi addosso
crescere le ossa, tirare via
la pelle, ridursi a una misura:
una falange un mese,
un’unghia un’ora o poco
più sul guscio una fessura,
sul cranio lacero al pensiero

perdere le parti esposte
al vuoto, deporre i pesi
ripudiati, di polvere, di petali,
di pollini posati sui capelli,
restare poi senza memorie
al mondo, gettare l’ombra
propria a quei fondali
di luce e cose a farsi
schermo, non corpo



# 13.1

dove resteranno ombre
a stancarsi, staccarsi
dalla punta delle dita
e intorno al muro e sotto
l’albero, la terra e le radici

dove si avvera il buio
che le dissolve e le disgiunge
dall’astratto dello schermo
che poco le trattiene,
ombre nel digiuno
di poca luce ancora
pronte nei riflessi, unite
per il peso ai corpi

profilo minore – 0.0-0.1

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# 0.0
 
ripartiti male,
triturati o penduli
in angoli di buio,
filamenti o nodi,
ròsi lembi tesi
in buchi d’altro
fiato aperto, fili,
arnesi d’aria
o abachi di cifre
a caso, alfabeti
conficcati nel silenzio


(dare fiato al nulla
e dire il mai)



# 0.1

mentre recide con metodo
alla radice raschia un residuo
di senso, mutila, scortica
l’ultima muta parola accolta,
lacera e non rimargina
quei filamenti di sillabe,
trucioli e scarti dove neanche
la somma riconta gli addendi

anche la prova del resto fallisce,
come non tornano insieme l’acqua
e la neve caduta, per un difetto
che tenta e si assoda alla forma,
l’acquieta, come se fosse
tra queste parole il non scritto
a colpirle, a percuoterle intorno,
a farle tremare dentro

profilo minore – I.b

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# I.b

luce che non può restare
da ogni parte accesa cade
da ogni cosa persa s’apre
alla fessura che finisce il mondo
nell’infnitesimo del tempo

prima che diventi fisso il buio
si frantuma, sciama in parti
indivisibili, invisibili
mostra al mondo gli occhi
che contornano i profili

*

dove andare finché resta
l’orma al buio, ferma,
persa, no
                              ma presa
al moto, forma data

al peso di restare
al mondo, di acquietare
il passo, dopo il passo
a non finire (non finisce
finché il tempo lo trattiene)