Appunti dal passo del lupo #3

Da settimane ormai il bosco non dà segni e sempre più la luce che gli piomba addosso lo trafigge, non fa scudo di una foglia. Ogni ramo secco è nudo o, squarciato da un vecchio temporale, pende ancora di traverso. Le ferite in cielo si rimarginano in terra.
Una fascina stretta, accostata a un muro, sembra il corpo di un soldato ucciso, accasciato sopra un fianco a occultare i buchi. Non c’è sangue lungo i solchi frantumati in croste e l’erba ricresciuta è rada intorno e sono secchi i fiori, neanche un sibilo di serpe li tormenta, non vacilla in loro un seme d’aria.
Questi tronchi che scavalco mentre passo da un sentiero all’altro e i verticali, esigui e radi da non fare ombra, mi si irrigidiscono negli arti, come fossero mie ossa e nervi scossi da uno spettro. C’è un senso di soccombente lotta, di resistenza vinta nell’attesa ai margini del prato. Eppure qui non siamo in guerra e tutto quel che è stato è stato.
Neanche l’ora a notte fonda porta pace a questa soglia: ci fu strage? Rappresaglia? Che parete della casa parò i colpi non andati a segno? In che pietra o trave c’è una scheggia? Dove ancora si ricorda un nome?
Qui mi han detto addio i morti.

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II.a Tema, contraerea andante legato

Finiva all’improvviso la città
in una riga nera ad est dei suoi
confini illuminati a fuoco dai
mortai. I grilli nell’oscurità

di dieci casolari neri
frinivano tra quegli schianti,
le bocche nere dei soldati
si richiamavano agli spari.

I vivi, a furia di sparare
colpi in aria, avevano
afferrato i morti.

I colpi, a furia di scavare
buche in terra, avevano
sepolto i vivi.


Da Alter Krieg, Morrisville 2017, ISBN 978-0244926977.
Disponibile su Amazon e in tutte le librerie su ordinazione.
Tiratura da collezione: Parabellum, Nervi Edizioni 2017.

Lettera: Genova, 8 dicembre 2006

Caro *,
eccoti gli undici estratti che avevo promesso a *, unitamente a una bozza di copertina.
Al momento non esistono ipotesi definite di pubblicazione in volume, solo un’intenzione e una promessa. A libro ultimato, credo si conteranno una sessantina di prose brevi senza titolo, seguite da un appunto conclusivo. Per la copertina, avevo inizialmente pensato alla foto scura di una ballerina, nell’atto di liberarsi dagli ingranaggi di un carillon, ma temevo di sovrapporre al testo un simbolo imperfetto e non combaciante. La figura della splendida signorina che ti invio, forse colta in una Parigi d’inizio Novecento, accompagnerà meglio, con la sua dolcezza, queste prime pagine, come fossero a lei dedicate. Del resto, i visi dei vivi si ritrovano, per conoscenza più profonda, in quelli dei morti: sono pochi quelli che restano, alla radice del cuore, soli.
Ti lascio alcune considerazioni conclusive, che potrebbero esserti d’aiuto nella stesura del testo per la rivista. Queste prose strette, come forse è giusto chiamarle, per non dire prose tout court, essendo in fondo poesie dal metro più libero e dialogato, sono state davvero, in origine, lettere e come tali spedite e lette. L’ordine in cui sono qui presentate è verosimilmente cronologico, anche se, tra l’una e l’altra, ho dovuto omettere alcuni testi, per rispettare la consegna degli undici richiesti. Mi accorsi che queste pagine non si limitavano solo a un rapporto epistolare, dopo la lettura di opere enigmatiche quali Cose o Bestie di Federigo Tozzi e la visione dei documentari di Vittorio De Seta e Luigi Di Gianni, esempi altissimi di un naturalismo visionario occulto e minore. Mi pareva di scorgere in loro una dimensione poetica scorticata, mondata da ogni trama, eppure ancora non pienamente sciolta da ogni vincolo con la vita. Tentai così di riordinare queste lettere nella forma che ora leggi, con la speranza di non sottrarre troppo della loro fresca ispirazione.
Un abbraccio e un ringraziamento per ciò che farai, quando avrai tempo.
Spero di riuscire un giorno a ricambiare la tua gentilezza.
Federico