Nika Turbina – una foto e un pensiero (inediti)

Подожди,
Я зажгу фонарь
Осветить откос,
По которому
Ты скатишься во тьму.

*

Lascia,
accendo io le luci
lungo la discesa
che ti precipita
nel buio.

 

Photo and text courtesy of Nika Turbina’s family.

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Cinque domande di Giulia Siena a Federico Federici su Nika Turbina

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Come nasce la tua attenzione per la poetessa Nika Turbina?

Nika ed io siamo stati coetanei per tutto il tempo della sua vita, ma non ci siamo mai conosciuti. Nei primi anni Ottanta, quando la sua vicenda poetica già sembrava destinata a luminoso avvenire, io non ero che un bambino un po’ vivace, che aveva forse imparato qualche filastrocca a memoria, ma ignorava tutto della poesia, cresciuto in un’anonima provincia ligure. Tra noi non c’erano solo molti chilometri, ma troppe vite, troppe generazioni. Forse mi capitò anche di sentire al telegiornale la notizia del suo viaggio in Italia, della premiazione a Venezia, ma non ho ricordi di allora.
Ci volle la sua morte, nel 2002, perché venisse di nuovo pronunciato il suo nome, perché io lo udissi finalmente alto, risuonare forte, unico, sullo sfondo di quel tragico fatto di cronaca. Fu una sensazione strana, come scoprire di aver perduto improvvisamente qualcuno, qualcuno di cui non si sapeva niente. Iniziai così un percorso verso la sua poesia, la sua vita, da tutti per molto tempo taciuta, e che di colpo dava spunto a sempre nuovi e odiosi pettegolezzi. La mia attenzione nacque dunque per caso e si alimentò via via per necessità, per l’esigenza di ricomporre, anche a livello personale, una vicinanza definitivamente mancata. Mai avrei immaginato che, nell’arco di alcuni anni, per una serie interminabile di coincidenze, sarei entrato in contatto con la famiglia, avrei parlato al telefono con la nonna, tradotto stralci del diario e altri inediti, dato fiato a una nuova scoperta della sua opera.

 

 

Hai tradotto le poesie e curato questo volume, quale è stata, qualora ci sia stata, la difficoltà più grande?

Penso che due siano state le difficoltà maggiori, in qualche modo inseparabili.
Mi sono avvicinato ai testi, tentando di renderne insieme il senso e qualcosa dell’originaria poesia – tentazione suprema, credo, di chiunque s’impegni in questo lavoro. Per mesi ho elaborato una traduzione che, pur non potendo rispettare le rime dell’originale o certi suoi costrutti, data anche una certa distanza tra le lingue, restituisse però al lettore un corpo di poesia. Non volevo, insomma, fare solo un’accurata “parafrasi” dei versi. Ho incontrato in ciò due ostacoli (al di là di quello meramente linguistico): la differenza di età tra la bambina che aveva scritto quelle parole e l’uomo che ora provava a ri-pronunciarle e, non da meno, il mio stile in poesia. Per non riprodurre nessuna struttura o espediente formale che fosse in qualche modo a me riconducibile, ho cercato anzitutto un’intonazione diversa, innocente eppure matura. Se, da un lato, la maturità di quella bambina colmava un po’ della nostra differenza anagrafica, dall’altro la sua parola acuta, ma innocente, chiedeva ascolto e purezza. Ho provato insomma a ricordare com’ero in cuore da bambino.

 

 

Come mai il titolo “Sono pesi queste mie poesie”?

Si tratta del primo verso della prima poesia (senza titolo) nel libretto, una delle più note di Nika e, insieme, vera e propria dichiarazione di poetica. Mi sarebbe anche piaciuto un conciso ed enigmatico “Кто Я?” (“Chi sono io?”), i cui caratteri cirillici costituissero ammonimento e misteriosa interrogazione d’apertura. Alla fine però, anche per rispetto dell’identità di collana, si è concordato con l’editore di lasciare tutto in italiano, titolo compreso, ricadendo così la scelta su “Sono pesi queste mie poesie”.

 

 

Nika Turbina compose le sue prime poesie a tre anni, una bambina prodigio?

L’unicità di Nika sta soprattutto nella precoce lucidità dei suoi versi. Non si tratta solamente di riconoscere un’inconsueta maturità di stile, quanto di accettare una precoce ma profonda coscienza del mondo, della vita, come se dagli occhi degli adulti si sporgessero il dolore, i fallimenti, l’intima vulnerabilità d’intere generazioni, e si ritraducessero per lei in parola, facendone esperienza propria. In questo io ravviso il vero miracolo.
Ci fu molto scetticismo all’inizio. Lo stesso Yevtushenko confessa di essersi completamente ricreduto solo dopo l’incontro di persona nel 1983, a Peredelkino, nella casa di Pasternak. A convincerlo fu il modo in cui Nika recitò per lui alcuni versi: la voce, l’intonazione, scuotevano le parole dal loro profondo, le afferravano dal testo e le porgevano o scagliavano di fuori, nel modo in cui solo può un poeta.
In seguito, specialmente dopo la morte, ci sono stati alcuni tentativi di spiegare il prodigio del poeta-bambino, attingendo a risvolti biografici non sempre documentati con precisione, oppure travisando con malizia aspetti abbastanza comuni nell’Unione Sovietica del tempo, legati soprattutto alla vicenda familiare. Si tratta – secondo me – di tentativi a vuoto, buoni ad alimentare mistificazioni letterarie spesso contrastanti, laddove si sarebbe potuto invece spiegare molto con le stesse parole di Nika: “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna.”

 

 

Dalle poesie della Turbina emerge un forte senso del dolore, a chi sono rivolti questi scritti?

Come ho detto, l’acuta coscienza del dolore ne presuppone una conoscenza che non è esprimibile da una bambina di quell’età, se non per via di una sensibilità che permetta di raccoglierlo come perpetuo, invisibile pianto negli occhi di tutti.
Spesso le parole si rivolgono affettuosamente ai familiari più vicini (la mamma, la nonna soprattutto), oppure amici, persone conosciute appena, nascoste dietro le iniziali dei loro nomi, ma frequenti slanci abbracciano l’umanità intera, la Natura, secondo quell’amore che nei bambini è dono senza condizione, perché proprio nel dono si nasconde la richiesta dell’unico amore.
Altre volte Nika interroga se stessa: qui è la voce di una bambina, un grido mai udito così alto, che tenta di sciogliere la tragica fatalità cui tutto sembra da subito consegnato. L’infanzia è quel giardino ogni momento più intricato che portiamo dentro. Adulti e bambini insieme sono chiamati a un unico destino. Si incontrano così brevi invocazioni, richieste di un abbraccio, una carezza, formulate però da una distanza, quasi voluta, cercata affinché la scrittura si compia prima della vita, dica quello che sarà. Una distanza da colmare poi, rimarginare, perché giunga la parola nel culmine della dolcezza, prima della fine.
In un inedito degli anni Novanta che ho tradotto tempo fa, Nika scrive: “Mi hanno tormentata le parole nuove./ Ora qui tralascio qualche lettera,/ ora lì un accento manca./ Mi sono vantata a lungo/ di quella che ho scordato./ Così facile da dire./ Mi regala il suo valore il tempo/ – che è l’Amore –/ nel presentimento della quiete.”

 

 

Ника

 

Ника, a short footage about Nika Turbina’s poetry and life, has been edited by putting together archive materials with new original scenes. It focuses on one of the theme she insisted upon the most in her writings: that of asynchrony in the sometimes painful split of time – no need to become a woman, when I once was a child.
There are no proper dialogues inside, but many sorts of infinitely pleated monologues, in a maze of sounds, voices which Nika’s lines emerge from, whispers or cries, and meanwhile passers-by gather stiff loneliness.
The film ends in the late darkness of the last day. Time continues much as before, like a taboo, a compulsion splitting into further hours, minutes, seconds. No need to speak the name: whose voice is thus swallowed? All questions unanswered remain. All toys keep watching over the silent child sleep.

A short film by Federico Federici
Courtesy of Maya Turbina, Ludmila Karpova, Alexander Rather
Original texts by Nika Turbina
Music by Bardoseneticcube and Federico Federici
Translation by Federico Federici
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Una poesia senza eroe?

L’intera produzione poetica di Nika Turbina, di là dell’organizzazione convenzionale in date e periodi, si configura in ogni punto a propria mimesi del reale, verso una romantica coincidenza delle due dimensioni. Tanto appare preparata con perfetta incoscienza, quanto pour cause anticipata, evocata sino alla morte violenta, tentata ripetute volte e già piuttosto anticipata e scritta nel codice del sogno verso l’invisibile [in Ikonostas, Pavel Florenskij]. La Letteratura sostituisce ex machina la realtà nell’evocazione onirica, sino a fare davvero la Vita come non era mai stata, perché chi pensa in principio alla morte è ancora vivo.

 

 

La poesia di Nika Turbina è tutto un Poema bez geroja (Poema senza eroe), parafrasando, non a caso, uno dei capolavori di Anna Achmàtova. L’io poetico che la fonda non ricrea la memoria per occasioni, come in un diario minuto di annotazioni, come chi sente già di dovere dar luogo alla Storia, perché sussista (Termina il conto dei giorni/ […] /di cosa potranno nutrirsi/ se non restano versi?). “Bisogna uccidere la memoria sino all’ultimo – bisogna che l’anima si impietrisca – bisogna imparare a vivere di nuovo” [A. Achmàtova]. Eppure questo non comporta una riduzione di tempo e di spazio, un’assenza completa di relazioni altre o, di conseguenza, l’impegno in un linguaggio non-articolato, ermetico sino al nucleo della parola. Né si conforma del resto a una qualunque mitografia; dà invece lentamente corso ad una vera biografia (forse addirittura riconoscibile in alcune circostanze) e si consegna al mito senza alcuna pretesa finzione di simbolo altro. I tratti lasciati scoperti non sono che certe possibili forme di marginalità: i nomi propri delle persone, le maschere dei volti, le mappe dei luoghi, i giorni e le ore. Questa la via per cogliere a segno la mimesi della parola in ciò che è reale, commisurando l’oggetto a lungo prima che diventi già Storia. Questa poesia non si costruisce però in una nuova mediazione simbolica della realtà: si incarna in archetipo, tout court, in un processo vero al limite del linguaggio. In questa strenua vicinanza tra mondo e parola, il verso, a tratti brevissimo, quasi un cesello, è l’ultima figurazione accessibile: più sotto è la parola, evocata nel suono, indicata nel gesto, archetipica, intatta e priva di Storia a sé. La parola, che prende una Storia solo quando è detta, in accostamento a ciò che nomina, muta sopra la bocca, alla superficie del respiro, quell’afferrare a distanza privo di movimento, con il minimo accenno alle labbra di dire, che in origine significa già fare luce, apparire.
Ogni individuo parla una lingua propria e che si ricrea. La diversità non è di suoni e segni (Identiche le lettere, tanto estranee le parole), ma, secondo l’aforisma W. Humboldt, “è diversità di modi di vedere il mondo”. L’occasione sembra semmai la stessa di sempre e contratta allo stremo: ogni esistenza è una copia fallita in più dell’archetipo. Non ci sono per questo solitudini, ma una solitudine sola, sdoppiata in tanti individui. L’io e il tu si fondono in unico destino e che proprio in questo non va celato: Di chi gli occhi quando guardo nel mondo […] Di chi le labbra per bere rugiada […] Di chi le braccia per stringere […] Chi sono in tutto questo io? […].
Proprio perché la persona esiste – e in noi soltanto – se si dà voce e ascolto: Parliamo lingue diverse,/ tu e io / […] / vivi su isole diverse,/ ma nello stesso appartamento. Mai si tratta di monologhi: quando neppure sembra chiaro poi l’interlocutore, si sostituisce un senso acuto del silenzio, che è ascolto in sé del flatus voci e fondamento di ogni parola (sempre). La parola come in superficie l’anima: grazia e levità di verso sono come su vetro a polvere il diamante. Il cuore sempre è poi (più) duro (Lascia che io disperda la tua tristezza/ pure se non so dire mai/ che tu sarai felice allora), se non addirittura assente, astratta radice del vivere (si sono scordati di mettermi/ un cuore nel petto).
Ciò che del resto appena si conosce sono ombre domestiche, fantasmi svelati al sogno, solo brevi tracciati: Voglio stare sola con voi/ sedere presso la vecchia casa/ quella vicino al fiume/ che ha nome Memoria. Altrove è la parola-germe, la sola in grado di sostituirsi al silenzio e autenticare la percezione: Tre tulipani tre/ lacrime scese. Non mettere radice mai, ma vivere in eterno il sogno dentro il seme. Essere parola detta e nulla più. Covare ancora e a lungo una vita, non accettarne troppo presto corpo e morte: Cerco amici,/ che ho perso./ E cerco parole/ che sono con loro lontano. Lo stacco breve dell’inciso – quasi a latere un sussurro, un ritmico découpage – richiama di continuo all’io che si frantuma: Provate ora a indovinarevoi non verrete -/ se dalla porta indietro il capo si volge/ – addio! – – addio!
Poi l’esercizio strenuo e protratto del silenzio nei testi brevi si restituisce al canto, tra i bisbigli di un sogno: “dormi, mia cara, a lungo/ e gli anni passeranno/ e al tuo risveglio di nuovo vorranno prenderti in braccio […]”
C’è fissità anche là dove a simmetria si frange quasi il movimento: Tre lacrime di sangue/ tre tulipani./ Una donna seduta in silenzio. Tutto sembra a un punto ancora da accadere, o già accaduto, come sta scritto. Ciò che si agita è vita che si svela, al di qua. Il moto è negli occhi di chi osserva le cose come mai avrebbe altra occasione di fare e nessuna terra come quella ancora: non vedi che verità è questa a venire o già venuta?

Federico Federici

[in PaginaZero, numero 6, Giugno 2006]

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Su alcuni inediti di Nika Turbina

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Pesciolino d’oro

Hanno ingannato il pesciolino d’oro:
tutti i suoi regali resi.
Persino le parole
da lui dette sull’amore
abbiamo dato indietro:
un amaro inizio…
Poi perché di nuovo
dall’orlo di un dirupo
supplicanti con lo sguardo
ci aspettiamo una parola?

Italia – Yalta 1985

 

 

[I venti freddi portano stanchezza]

Son fiaccati i venti freddi.
Hanno messo Cristo in una croce nel cortile.
Van qua e là come cinghiali, i bambini
sopra un’erba secca che non è la loro terra.

Scopa uno spazzino i marciapiedi.
Non c’è più luce nella lampada da notte.
Il sangue perso alla memoria, a gocce,
non ha più da tempo alcun colore.

 

 

[Mi hanno tormentata le parole nuove]

Mi hanno tormentata le parole nuove.
Ora qui tralascio qualche lettera,
ora lì un accento manca.
Mi sono vantata a lungo
di quella che ho scordato.
Così facile da dire.
Mi regala il suo valore il tempo
– che è l’Amore –
nel presentimento della quiete.

 

 

[Qualcosa fa una crepa in questa pace finta]

Scricchiola qualcosa in questo mondo finto.
La vita scola rapida nei tubi.
…Come un rivoletto d’acqua, esagerando,
cade dal balcone
vanta d’aver fatto lui da testimone
alla storia della «Creazione»…
Uno, di passaggio, dà una mano:
giunto a caso ha letto versi
dedicati a me,
pensieri arditi chiusi nelle rime,
sfiorando appena le parole,
dunque? ha ragionato audace, con intelligenza sulla vita
nel subbuglio di profondi inchini familiari.
Ha tracciato a un vetro di finestra
il mio destino,
un guazzo di colori,
che si lava via con lacrime di sale.
Ho rimescolato anch’io
la vita lungo i tubi,
affrettandomi in un rivoletto d’acqua.

 

 

Estratti da Sono pesi queste mie poesie, di Nika Turbina, traduzione dal russo e cura di Federico Federici (Edizioni Via del Vento, 2008, ISBN 978-88-6226-017-6);

 

 

Gli ultimi testi in Sono pesi queste mie poesie non appartengono al primo lavoro già edito di Nika Turbina, Quaderno di appunti.
Pesciolino d’oro, scritto tra l’Italia e Yalta nel 1985, in concomitanza della visita a Venezia per la consegna del Leone d’oro, chiude una breve sequenza di inediti, ispirati a quel viaggio che toccò molte città. In essi, accanto all’apparente marginalità delle occasioni (un motivetto italiano che risuona nella trattoria da Gino, la calura dei pavimenti assolati, i gatti randagi e i corvi al Colosseo), è la consueta febbre d’Universo, latente nelle cose, stretta nell’accostamento lieve di due versi, che non fa rumore: «Nudi i piedi sulla sabbia, / le tracce rimangono lontano». Non è a caso che proprio Pesciolino d’oro, che ribalta in qualche modo lo schema classico dell’omonima fiaba russa, chiuda la sequenza: il ritorno a casa ristabilisce forse il sofferto primato della vita sulla pur breve fortuna del sogno.
Per gli ultimi tre testi inseriti nel libretto invece, posteriori al 1990, una datazione più precisa non è possibile. Nika Turbina non era solita indicare luogo e data della prima stesura, forse per abitudine a una forma di istintiva oralità che, sin dall’infanzia, aveva accompagnato le sue creazioni, quando toccava alla madre il compito di riportare su carta le parole. Il periodo in cui sono stati scritti, però, è certamente quello che ha inizio col suo trasferimento a Mosca, per continuare gli studi presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura.
Risulta al momento difficile tracciare un percorso chiaro e organico della sua poetica in età matura, ma ritengo che, in quello che sinora ho tradotto dall’archivio, siano già individuabili alcune linee, il cui spessore e la cui rilevanza andranno valutati e confermati a lavoro ultimato.
I temi a lei cari sin dai primi esperimenti poetici continuano ad agire: l’isolamento, l’infanzia persa o tradita, l’alterna fiducia nel potere salvifico della parola «Mi hanno tormentata le parole nuove. […] / Mi sono vantata a lungo / di quella che ho scordato», il dialogo con una figura lontana o assente in cui s’incarna disperata la cura per gli affetti più vulnerabili «Mamma, mamma, una culla in seta / rossa come frangia sopra gli occhi». Accanto ad essi affiora occasionalmente una connotazione più civile, che rivela radicato amore e senso di appartenenza per la propria terra: «Sciogliere / le briglie all’anima, / scaldare le persone / con la forza oscura / di un amore grande. / La patria / che amo ardentemente».
Il linguaggio si carica di immagini, a volte delicate e nitide come nelle poesie d’infanzia, a volte articolate, quasi indistricabili «Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. / La vita scola rapida nei tubi. /…Come un rivoletto d’acqua, / esagerando, / cade dal balcone / vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”…», cariche di un’ansia e di un vigore nuovi, in cui lascia la parola solo un margine tagliente alla rassegnazione: «Passar / davanti alla bugia su un cavallo, / fare un nodo alla criniera. /Ai bambini dar la gioia / sorridendo alle sventure».
A tratti, ma con maggior frequenza che in passato, si trovano poesie ridotte al nucleo di una fiaba, in un’atmosfera tra epos e mito. Un testo, La rana zarina, ripete il gioco felice di Pesciolino d’oro, adattando e trasformando in chiave personale il contenuto originario della fiaba «Lascia che sia io / il tuo passato, / non bruciare quella pelle ora / che sfilo di dosso»; un altro sembra disegnare la figura di una Penelope di oggi, in una misteriosa atmosfera carica di attesa, durata anni o giorni, dell’amico/amante che si è allontanato e sta per ritornare «Srotolo il gomitolo – / da tempo non lo lavoravo io per te».
Oggi la lettura di tutti questi versi suscita in alcuni meraviglia, sconforto o sospetto in altri, presi più da un’ansia di morbosa indagine biografica, che da un interesse vero per la poesia, cui tutto pur si riconduce. Si dovrebbe prendere allora diversamente in considerazione chi li ha scritti: Nika Turbina. Come è indicato nella nota fornita dalla famiglia, e come si può intuire anche da fonti non ufficiali, rintracciabili su articoli sparsi e in rete, Nika trascorse l’ultima parte della propria vita lontano dall’interesse generale, quello stesso interesse in seguito più volte suscitato dalle tragiche circostanze della sua fine, dopo un’infanzia di rapidi successi e di promesse. I testi sono allora stati spesso preferiti in qualità di indizi di un malessere tutto personale, che l’ha condotta sino all’ultima fatalità, in quella notte in maggio.
Non è certo il primo caso in cui episodi della vita di uno scrittore vengono riletti o esasperati a posteriori, per giustificare, quasi profeticamente, il legame tra scrittura e vita. Si tratta per lo più di cose di poco conto, buone per un trafiletto in riviste o quotidiani, in cui la retorica della bimba, che scrive meraviglie e recita indossando l’orologio dei Puffi, o quella affine della donna, che si getta, all’apice della disperazione, da una finestra, dopo avere spesso invocato il vuoto «In piedi sui confini: / solo un passo ancora, / avanti! Verso l’immortalità», hanno ancora una certa suggestione sull’ingenua sensibilità di molti.
A mio modo di vedere, invece, la questione sui testi e la vita di Nika Turbina, va inserita in un contesto più ampio, nel quale la ricostruzione (перестройка) di quegli anni non può essere completamente tralasciata. Chiunque viva in società o, con metodo e coraggio, tenti di sottrarsi ad essa, è prima di tutto venuto in contatto con qualcosa che lo ha segnato nel profondo, qualcosa da cui si è sentito definitivamente respinto o attratto. In questo senso, la portata degli eventi che investirono l’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta, la progressiva frantumazione di quel tessuto connettivo unico, in un territorio così vasto ed eterogeneo, non può avere inciso su spiriti sensibili toccandoli soltanto nella vocazione artistica. L’apertura ad Occidente, il contatto con la sua economia, il suo spirito poetico, hanno certamente disegnato gli spazi di un’altra quotidianità, posto in vivo le coordinate di un’altra cultura possibile, le sue istanze e le sue forme, procedendo dalle periferie sino al cuore centrale di Mosca, Leningrado, travolgendo la rete/gabbia di certezze cui si trovava ancorato l’individuo.
Qualcosa era già penetrato nei primi anni Ottanta, in cui esperienze diverse, ancora più o meno isolate o individuali, avevano iniziato a confrontarsi con la rinuncia, tipicamente occidentale, del poeta a farsi depositario unico dei codici di una coscienza condivisa. È a questo punto che l’estenuante scavo del verso, alla ricerca del suo ultimo strato significante, diviene per molti indagine rischiosa sul nervo stesso della vita, irritato, scarnificato, provocato al continuo conflitto di parola e corpo, sino al punto in cui né la scrittura ha più strumenti o forza per arginare il corpo, né il corpo riesce a farsi più carico della parola e si frantuma insieme al testo in un unico atto di in-comprensione.
Nella notte tra il 6 e il 7 maggio del 2001, ad appena ventisette anni, Boris Ryžyj, geofisico e poeta, si impicca nella sua abitazione di Ekaterinburg, con un gesto inaspettato, ma, si scoprirà, meticolosamente studiato e preparato. L’11 maggio 2002 la tragica fine di Nika Turbina a Mosca, con il volo da una finestra del suo appartamento: ultimo, disperato tentativo di abdicare la vita o disgraziata coincidenza, l’equilibrio perso malamente sedendo al davanzale, attratta da quel vuoto come da bambina? [1]
In entrambi i casi si tratta di personaggi, per circostanze diverse, già sottratti all’attenzione collettiva, ai quali mal si adatta la dialettica del genio, che, in un impeto tragico, accede al mito figurandosi la morte, tanto più in una società che andava trasformandosi in senso opposto, rinunciando alla figura del poeta-titano di chiara matrice novecentesca. Non si può parlare allora strettamente di letteratura-vita come causa-effetto, come se da ultima la vita aspirasse a una mimesi del testo (o viceversa). Tracciare una demarcazione netta, sostenere le ragioni della letteratura a fronte di quelle della vita, affidando all’una il compito di spiegare l’altra, è un approccio persino troppo superficiale, arbitrario, fitto di implicazioni più ideologiche che reali. E maggiore è il talento con cui ci si confronta, più vana è la pretesa.

Federico Federici

 

 

[1] La famiglia racconta di una ragazza che stava superando ansie e insicurezze, che immaginava ancora il suo futuro. Bisogna ricordare che, a seguito del tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, Nika Turbina era stata sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le avevano permesso di tornare, pur con qualche difficoltà, a camminare, lasciandole però problemi alla schiena.

 

Sulla morte di Nika Turbina

Cercando in rete, e leggendo alcune recensioni di Sono pesi queste mie poesie, ho notato che si insiste spesso sul tema del suicidio di Nika Turbina, come si trattasse di un fatto acquisito. Era quello che pensavo anch’io prima di svolgere alcune ricerche a margine del mio lavoro di traduzione ai testi. Oggi, lungi dall’aver chiarito le dinamiche di quel tragico volo dalla finestra, prendo però in considerazione la possibilità che le sue cause furono altre da un impulso o da un calcolato gesto a gettarsi nel vuoto, e non così facili da accertare in ogni caso. Quello che pare sicuro – da fonti dirette – è che ci fu un primo tentativo di suicidio, a seguito del quale Nika riportò gravi lesioni. Furono allora necessarie diverse operazioni chirurgiche per ristabilirla in salute.
Per questa ragione, e per una forma di rispetto e delicatezza, nella nota biografica riportata in questo libro si parla semplicemente di tragica fine, perché resti così comunque espressa, o persino detta, la verità sulla sua morte.

Federico Federici

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Nika Turbina official Facebook group