Una poesia senza eroe?

 

L’intera produzione poetica di Nika Turbina, di là dell’organizzazione convenzionale in date e periodi, si configura in ogni punto a propria mimesi del reale, verso una romantica coincidenza delle due dimensioni. Tanto appare preparata con perfetta incoscienza, quanto pour cause anticipata, evocata sino alla morte violenta, tentata ripetute volte e già piuttosto anticipata e scritta nel codice del sogno verso l’invisibile [in Ikonostas, Pavel Florenskij]. La Letteratura sostituisce ex machina la realtà nell’evocazione onirica, sino a fare davvero la Vita come non era mai stata, perché chi pensa in principio alla morte è ancora vivo.

 

 

La poesia di Nika Turbina è tutto un Poema bez geroja (Poema senza eroe), parafrasando, non a caso, uno dei capolavori di Anna Achmàtova. L’io poetico che la fonda non ricrea la memoria per occasioni, come in un diario minuto di annotazioni, come chi sente già di dovere dar luogo alla Storia, perché sussista (Termina il conto dei giorni/ […] /di cosa potranno nutrirsi/ se non restano versi?). “Bisogna uccidere la memoria sino all’ultimo – bisogna che l’anima si impietrisca – bisogna imparare a vivere di nuovo” [A. Achmàtova]. Eppure questo non comporta una riduzione di tempo e di spazio, un’assenza completa di relazioni altre o, di conseguenza, l’impegno in un linguaggio non-articolato, ermetico sino al nucleo della parola. Né si conforma del resto a una qualunque mitografia; dà invece lentamente corso ad una vera biografia (forse addirittura riconoscibile in alcune circostanze) e si consegna al mito senza alcuna pretesa finzione di simbolo altro. I tratti lasciati scoperti non sono che certe possibili forme di marginalità: i nomi propri delle persone, le maschere dei volti, le mappe dei luoghi, i giorni e le ore. Questa la via per cogliere a segno la mimesi della parola in ciò che è reale, commisurando l’oggetto a lungo prima che diventi già Storia. Questa poesia non si costruisce però in una nuova mediazione simbolica della realtà: si incarna in archetipo, tout court, in un processo vero al limite del linguaggio. In questa strenua vicinanza tra mondo e parola, il verso, a tratti brevissimo, quasi un cesello, è l’ultima figurazione accessibile: più sotto è la parola, evocata nel suono, indicata nel gesto, archetipica, intatta e priva di Storia a sé. La parola, che prende una Storia solo quando è detta, in accostamento a ciò che nomina, muta sopra la bocca, alla superficie del respiro, quell’afferrare a distanza privo di movimento, con il minimo accenno alle labbra di dire, che in origine significa già fare luce, apparire.
Ogni individuo parla una lingua propria e che si ricrea. La diversità non è di suoni e segni (Identiche le lettere, tanto estranee le parole), ma, secondo l’aforisma W. Humboldt, “è diversità di modi di vedere il mondo”. L’occasione sembra semmai la stessa di sempre e contratta allo stremo: ogni esistenza è una copia fallita in più dell’archetipo. Non ci sono per questo solitudini, ma una solitudine sola, sdoppiata in tanti individui. L’io e il tu si fondono in unico destino e che proprio in questo non va celato: Di chi gli occhi quando guardo nel mondo […] Di chi le labbra per bere rugiada […] Di chi le braccia per stringere […] Chi sono in tutto questo io? […].
Proprio perché la persona esiste – e in noi soltanto – se si dà voce e ascolto: Parliamo lingue diverse,/ tu e io / […] / vivi su isole diverse,/ ma nello stesso appartamento. Mai si tratta di monologhi: quando neppure sembra chiaro poi l’interlocutore, si sostituisce un senso acuto del silenzio, che è ascolto in sé del flatus voci e fondamento di ogni parola (sempre). La parola come in superficie l’anima: grazia e levità di verso sono come su vetro a polvere il diamante. Il cuore sempre è poi (più) duro (Lascia che io disperda la tua tristezza/ pure se non so dire mai/ che tu sarai felice allora), se non addirittura assente, astratta radice del vivere (si sono scordati di mettermi/ un cuore nel petto).
Ciò che del resto appena si conosce sono ombre domestiche, fantasmi svelati al sogno, solo brevi tracciati: Voglio stare sola con voi/ sedere presso la vecchia casa/ quella vicino al fiume/ che ha nome Memoria. Altrove è la parola-germe, la sola in grado di sostituirsi al silenzio e autenticare la percezione: Tre tulipani tre/ lacrime scese. Non mettere radice mai, ma vivere in eterno il sogno dentro il seme. Essere parola detta e nulla più. Covare ancora e a lungo una vita, non accettarne troppo presto corpo e morte: Cerco amici,/ che ho perso./ E cerco parole/ che sono con loro lontano. Lo stacco breve dell’inciso – quasi a latere un sussurro, un ritmico découpage – richiama di continuo all’io che si frantuma: Provate ora a indovinarevoi non verrete -/ se dalla porta indietro il capo si volge/ – addio! – – addio!
Poi l’esercizio strenuo e protratto del silenzio nei testi brevi si restituisce al canto, tra i bisbigli di un sogno: “dormi, mia cara, a lungo/ e gli anni passeranno/ e al tuo risveglio di nuovo vorranno prenderti in braccio […]”
C’è fissità anche là dove a simmetria si frange quasi il movimento: Tre lacrime di sangue/ tre tulipani./ Una donna seduta in silenzio. Tutto sembra a un punto ancora da accadere, o già accaduto, come sta scritto. Ciò che si agita è vita che si svela, al di qua. Il moto è negli occhi di chi osserva le cose come mai avrebbe altra occasione di fare e nessuna terra come quella ancora: non vedi che verità è questa a venire o già venuta?

Federico Federici

[in PaginaZero, numero 6, Giugno 2006]

 

 

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Su alcuni inediti di Nika Turbina

 

 

 

Pesciolino d’oro

Hanno ingannato il pesciolino d’oro:
tutti i suoi regali resi.
Persino le parole
da lui dette sull’amore
abbiamo dato indietro:
un amaro inizio…
Poi perché di nuovo
dall’orlo di un dirupo
supplicanti con lo sguardo
ci aspettiamo una parola?

Italia – Yalta 1985

 

 

[I venti freddi portano stanchezza]

Son fiaccati i venti freddi.
Hanno messo Cristo in una croce nel cortile.
Van qua e là come cinghiali, i bambini
sopra un’erba secca che non è la loro terra.

Scopa uno spazzino i marciapiedi.
Non c’è più luce nella lampada da notte.
Il sangue perso alla memoria, a gocce,
non ha più da tempo alcun colore.

 

 

[Mi hanno tormentata le parole nuove]

Mi hanno tormentata le parole nuove.
Ora qui tralascio qualche lettera,
ora lì un accento manca.
Mi sono vantata a lungo
di quella che ho scordato.
Così facile da dire.
Mi regala il suo valore il tempo
– che è l’Amore –
nel presentimento della quiete.

 

 

[Qualcosa fa una crepa in questa pace finta]

Scricchiola qualcosa in questo mondo finto.
La vita scola rapida nei tubi.
…Come un rivoletto d’acqua, esagerando,
cade dal balcone
vanta d’aver fatto lui da testimone
alla storia della «Creazione»…
Uno, di passaggio, dà una mano:
giunto a caso ha letto versi
dedicati a me,
pensieri arditi chiusi nelle rime,
sfiorando appena le parole,
dunque? ha ragionato audace, con intelligenza sulla vita
nel subbuglio di profondi inchini familiari.
Ha tracciato a un vetro di finestra
il mio destino,
un guazzo di colori,
che si lava via con lacrime di sale.
Ho rimescolato anch’io
la vita lungo i tubi,
affrettandomi in un rivoletto d’acqua.

 

 

Estratti da Sono pesi queste mie poesie, di Nika Turbina, traduzione dal russo e cura di Federico Federici (Edizioni Via del Vento, 2008, ISBN 978-88-6226-017-6);

 

 

Gli ultimi testi in Sono pesi queste mie poesie non appartengono al primo lavoro già edito di Nika Turbina, Quaderno di appunti.
Pesciolino d’oro, scritto tra l’Italia e Yalta nel 1985, in concomitanza della visita a Venezia per la consegna del Leone d’oro, chiude una breve sequenza di inediti, ispirati a quel viaggio che toccò molte città. In essi, accanto all’apparente marginalità delle occasioni (un motivetto italiano che risuona nella trattoria da Gino, la calura dei pavimenti assolati, i gatti randagi e i corvi al Colosseo), è la consueta febbre d’Universo, latente nelle cose, stretta nell’accostamento lieve di due versi, che non fa rumore: «Nudi i piedi sulla sabbia, / le tracce rimangono lontano». Non è a caso che proprio Pesciolino d’oro, che ribalta in qualche modo lo schema classico dell’omonima fiaba russa, chiuda la sequenza: il ritorno a casa ristabilisce forse il sofferto primato della vita sulla pur breve fortuna del sogno.
Per gli ultimi tre testi inseriti nel libretto invece, posteriori al 1990, una datazione più precisa non è possibile. Nika Turbina non era solita indicare luogo e data della prima stesura, forse per abitudine a una forma di istintiva oralità che, sin dall’infanzia, aveva accompagnato le sue creazioni, quando toccava alla madre il compito di riportare su carta le parole. Il periodo in cui sono stati scritti, però, è certamente quello che ha inizio col suo trasferimento a Mosca, per continuare gli studi presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura.
Risulta al momento difficile tracciare un percorso chiaro e organico della sua poetica in età matura, ma ritengo che, in quello che sinora ho tradotto dall’archivio, siano già individuabili alcune linee, il cui spessore e la cui rilevanza andranno valutati e confermati a lavoro ultimato.
I temi a lei cari sin dai primi esperimenti poetici continuano ad agire: l’isolamento, l’infanzia persa o tradita, l’alterna fiducia nel potere salvifico della parola «Mi hanno tormentata le parole nuove. […] / Mi sono vantata a lungo / di quella che ho scordato», il dialogo con una figura lontana o assente in cui s’incarna disperata la cura per gli affetti più vulnerabili «Mamma, mamma, una culla in seta / rossa come frangia sopra gli occhi». Accanto ad essi affiora occasionalmente una connotazione più civile, che rivela radicato amore e senso di appartenenza per la propria terra: «Sciogliere / le briglie all’anima, / scaldare le persone / con la forza oscura / di un amore grande. / La patria / che amo ardentemente».
Il linguaggio si carica di immagini, a volte delicate e nitide come nelle poesie d’infanzia, a volte articolate, quasi indistricabili «Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. / La vita scola rapida nei tubi. /…Come un rivoletto d’acqua, / esagerando, / cade dal balcone / vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”…», cariche di un’ansia e di un vigore nuovi, in cui lascia la parola solo un margine tagliente alla rassegnazione: «Passar / davanti alla bugia su un cavallo, / fare un nodo alla criniera. /Ai bambini dar la gioia / sorridendo alle sventure».
A tratti, ma con maggior frequenza che in passato, si trovano poesie ridotte al nucleo di una fiaba, in un’atmosfera tra epos e mito. Un testo, La rana zarina, ripete il gioco felice di Pesciolino d’oro, adattando e trasformando in chiave personale il contenuto originario della fiaba «Lascia che sia io / il tuo passato, / non bruciare quella pelle ora / che sfilo di dosso»; un altro sembra disegnare la figura di una Penelope di oggi, in una misteriosa atmosfera carica di attesa, durata anni o giorni, dell’amico/amante che si è allontanato e sta per ritornare «Srotolo il gomitolo – / da tempo non lo lavoravo io per te».
Oggi la lettura di tutti questi versi suscita in alcuni meraviglia, sconforto o sospetto in altri, presi più da un’ansia di morbosa indagine biografica, che da un interesse vero per la poesia, cui tutto pur si riconduce. Si dovrebbe prendere allora diversamente in considerazione chi li ha scritti: Nika Turbina. Come è indicato nella nota fornita dalla famiglia, e come si può intuire anche da fonti non ufficiali, rintracciabili su articoli sparsi e in rete, Nika trascorse l’ultima parte della propria vita lontano dall’interesse generale, quello stesso interesse in seguito più volte suscitato dalle tragiche circostanze della sua fine, dopo un’infanzia di rapidi successi e di promesse. I testi sono allora stati spesso preferiti in qualità di indizi di un malessere tutto personale, che l’ha condotta sino all’ultima fatalità, in quella notte in maggio.
Non è certo il primo caso in cui episodi della vita di uno scrittore vengono riletti o esasperati a posteriori, per giustificare, quasi profeticamente, il legame tra scrittura e vita. Si tratta per lo più di cose di poco conto, buone per un trafiletto in riviste o quotidiani, in cui la retorica della bimba, che scrive meraviglie e recita indossando l’orologio dei Puffi, o quella affine della donna, che si getta, all’apice della disperazione, da una finestra, dopo avere spesso invocato il vuoto «In piedi sui confini: / solo un passo ancora, / avanti! Verso l’immortalità», hanno ancora una certa suggestione sull’ingenua sensibilità di molti.
A mio modo di vedere, invece, la questione sui testi e la vita di Nika Turbina, va inserita in un contesto più ampio, nel quale la ricostruzione (перестройка) di quegli anni non può essere completamente tralasciata. Chiunque viva in società o, con metodo e coraggio, tenti di sottrarsi ad essa, è prima di tutto venuto in contatto con qualcosa che lo ha segnato nel profondo, qualcosa da cui si è sentito definitivamente respinto o attratto. In questo senso, la portata degli eventi che investirono l’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta, la progressiva frantumazione di quel tessuto connettivo unico, in un territorio così vasto ed eterogeneo, non può avere inciso su spiriti sensibili toccandoli soltanto nella vocazione artistica. L’apertura ad Occidente, il contatto con la sua economia, il suo spirito poetico, hanno certamente disegnato gli spazi di un’altra quotidianità, posto in vivo le coordinate di un’altra cultura possibile, le sue istanze e le sue forme, procedendo dalle periferie sino al cuore centrale di Mosca, Leningrado, travolgendo la rete/gabbia di certezze cui si trovava ancorato l’individuo.
Qualcosa era già penetrato nei primi anni Ottanta, in cui esperienze diverse, ancora più o meno isolate o individuali, avevano iniziato a confrontarsi con la rinuncia, tipicamente occidentale, del poeta a farsi depositario unico dei codici di una coscienza condivisa. È a questo punto che l’estenuante scavo del verso, alla ricerca del suo ultimo strato significante, diviene per molti indagine rischiosa sul nervo stesso della vita, irritato, scarnificato, provocato al continuo conflitto di parola e corpo, sino al punto in cui né la scrittura ha più strumenti o forza per arginare il corpo, né il corpo riesce a farsi più carico della parola e si frantuma insieme al testo in un unico atto di in-comprensione.
Nella notte tra il 6 e il 7 maggio del 2001, ad appena ventisette anni, Boris Ryžyj, geofisico e poeta, si impicca nella sua abitazione di Ekaterinburg, con un gesto inaspettato, ma, si scoprirà, meticolosamente studiato e preparato. L’11 maggio 2002 la tragica fine di Nika Turbina a Mosca, con il volo da una finestra del suo appartamento: ultimo, disperato tentativo di abdicare la vita o disgraziata coincidenza, l’equilibrio perso malamente sedendo al davanzale, attratta da quel vuoto come da bambina? [1]
In entrambi i casi si tratta di personaggi, per circostanze diverse, già sottratti all’attenzione collettiva, ai quali mal si adatta la dialettica del genio, che, in un impeto tragico, accede al mito figurandosi la morte, tanto più in una società che andava trasformandosi in senso opposto, rinunciando alla figura del poeta-titano di chiara matrice novecentesca. Non si può parlare allora strettamente di letteratura-vita come causa-effetto, come se da ultima la vita aspirasse a una mimesi del testo (o viceversa). Tracciare una demarcazione netta, sostenere le ragioni della letteratura a fronte di quelle della vita, affidando all’una il compito di spiegare l’altra, è un approccio persino troppo superficiale, arbitrario, fitto di implicazioni più ideologiche che reali. E maggiore è il talento con cui ci si confronta, più vana è la pretesa.

Federico Federici

 

 

[1] La famiglia racconta di una ragazza che stava superando ansie e insicurezze, che immaginava ancora il suo futuro. Bisogna ricordare che, a seguito del tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, Nika Turbina era stata sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le avevano permesso di tornare, pur con qualche difficoltà, a camminare, lasciandole però problemi alla schiena.

 

Sulla morte di Nika Turbina

Cercando in rete, e leggendo alcune recensioni di Sono pesi queste mie poesie, ho notato che si insiste spesso sul tema del suicidio di Nika Turbina, come si trattasse di un fatto acquisito. Era quello che pensavo anch’io prima di svolgere alcune ricerche a margine del mio lavoro di traduzione ai testi. Oggi, lungi dall’aver chiarito le dinamiche di quel tragico volo dalla finestra, prendo però in considerazione la possibilità che le sue cause furono altre da un impulso o da un calcolato gesto a gettarsi nel vuoto, e non così facili da accertare in ogni caso. Quello che pare sicuro – da fonti dirette – è che ci fu un primo tentativo di suicidio, a seguito del quale Nika riportò gravi lesioni. Furono allora necessarie diverse operazioni chirurgiche per ristabilirla in salute.
Per questa ragione, e per una forma di rispetto e delicatezza, nella nota biografica riportata in questo libro si parla semplicemente di tragica fine, perché resti così comunque espressa, o persino detta, la verità sulla sua morte.

Federico Federici

Sono pesi queste mie poesie QUI

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Visita di un poeta bambino

 

Questo altro articolo, che ho trovato e tradotto, accenna brevemente a come Nika Turbina ha trascorso gli altri giorni di quella settimana del 1987. Fra l’altro si parla esplicitamente del 9 Novembre alla Buckingham, Browne and Nichols School e della sua partecipazione ad alcune lezioni di Russo…

 

 

10 Novembre 1987, The Harvard Crimson
di Melanie R. Williams

 

 

Una scuola di Cambridge ha ospitato ieri un poeta famoso in tutto il mondo. Il poeta in questione ha solo 12 anni.
Nika Turbina, bambina prodigio dell’Unione Sovietica, è entrata nelle aule della Buckingham, Browne and Nichols School e letto alcuni testi in lingua originale.
La visita fa parte di un ciclo di incontri programmati per questa settimana nel Regno Unito, con una tappa anche a New York.
Prima di leggere, Nika Turbina ha vissuto l’esperienza della scuola come tutti gli altri ragazzi, seduta tra i banchi, durante lezioni di russo e recitazione. «Questa scuola è come una casa. Le lezioni sono tutte molto naturali», dice per bocca del traduttore.
Al termine, ha recitato alcuni testi a un gruppo di studenti che si sono fermati per ascoltarla. È stata l’occasione per porle domande diverse e scoprire, fra l’altro, che Nika Turbina ama la matematica e gli hamburger.
C’è stato poi ancora tempo per un giro all’Harvard Square.
La carriera letteraria di questa bambina inizia a 5 anni, quando compone la prima poesia. All’età di 8 risale invece la prima raccolta, First Draft. Il libro, recentemente pubblicato e accolto con grande entusiasmo negli ambienti letterari di tutto il mondo, è scritto in Russo, ma già è stato tradotto in Inglese, Francese e Italiano.
I temi della sua poesia vanno dalla morte alla guerra, dalla famiglia alla natura e l’approccio e lo stile risultano insolitamente complessi e maturi a fronte della giovanissima età.
«Scrivo di molte cose, cose che vedo, cose che sento, che accadono intorno a me», dice.
Nell’introduzione al libro, il celebre scrittore sovietico Yevgeny Yevtushenko accenna al primo incontro con Nika Turbina, quanda ancora aveva 8 anni e annota tutta la sorpresa di fronte alla sua poesia. Il giornale “Komsomolskaya Pravda” fu il primo a pubblicare alcuni testi nel 1983.
Da allora, Nika Turbina ha ricevuto vari riconoscimenti e l’incisione su disco delle proprie letture ha venduto già 30000 copie in Unione Sovietica.
Il prossimo incontro è in programma presso la Newton North High School, prima della partenza per il Queens College a New York. Se potesse aggiungere ancora un’ultima tappa, dice, sarebbe «...a Disneyworld in Florida, perché tutti, bambini e adulti, sognano un giorno di andarvi».
Il ritorno in Unione Sovietica è previsto per la fine di questa settimana.
Alla domanda su cosa maggiormente l’ha colpita in questo viaggio, risponde «…la gentilezza e i modi delle persone».

Lettura di una poetessa sovietica, star a 12 anni

Riporto qui di seguito la traduzione che ho fatto di un articolo del New York Times (HERE), nel quale mi sono imbattuto domenica scorsa mentre cercavo alcune indicazioni sulla biografia di Nika Turbina. Mi ha fatto un certo effetto finire su quella pagina, trovare tutto come si trattasse di oggi, come se Nika fosse ancora viva. Soprattutto ho avuto una strana sensazione confrontando la data dell’articolo (12 Novembre 1987) con quella della dedica sulla copia di First Draft che ho qui accanto a me (9 Novembre 1987). Tempi e luoghi sono gli stessi. Di fronte a queste cose, chi può limitarsi a credere che sia tutto solo una testimonianza lasciata a chi verrà dopo?

 

 

New York Times, 12 Novembre 1987
di Eleanor Blau

 

A soli 4 anni, una notte, guardando fuori dalla sua casa a Yalta, Nika Turbina stupì la madre intonando improvvisamente: «Rossa luna, rossa luna, guardami alla finestra attraverso il buio. Nera è la stanza. Anche gli angoli sono neri. Nere le case. E nera: qui io con loro».
Quattro anni dopo, capitò che Nika recitasse alcuni suoi versi al poeta Yevgeny Yevtushenko, il quale, oggi, in ricordo di quel momento, scrive «Solo i poeti sanno leggere a quel modo», nell’introduzione a First Draft, libro che raccoglie le poesie di Nika composte tra i 5 e gli 8 anni d’età.
Ora, a pochi mesi dal suo tredicesimo compleanno, Nika Turbina è in visita a New York e Boston per una settimana di letture e promozione del libro. Un’edizione bilingue, con le traduzioni di Antonina W. Bouis ed Elaine Feinstein è prevista entro gennaio per Marion Boyars.
«Vedi, la poesia non è facile da leggere», sottolinea Nika Turbina durante una pausa, domenica scorsa nel corso di una conferenza sulla traduzione al Barnard College. Per mano a sua nonna e con Antonina Bouis come interprete aggiunge: «Ci vogliono molta forza ed energia. Quando leggo una poesia è come se riprendessi da capo tutti i sentimenti che vi sono finiti dentro; ogni parola ritorna nella stessa acutezza del momento in cui è stata scritta».
La giovane poetessa, che si esibirà nel corso di una lettura aperta a tutti, alle 19:30 presso l’edificio dell’associazione studenti del Queens College (Long Island Expressway and Kissena Boulevard in Flushing), dà un’interpretazione dei propri versi drammatica ed emozionante, in linea con lo stile tradizionale russo.
Di fronte al leggio, in jeans e maglietta, un’esile figura dai capelli castano chiaro recita a memoria, con una voce chiara, a volte sul punto di rompersi in singhiozzi. Solitamente si innalza in un crescendo cui segue poi una caduta, cresce e nuovamente discende, concludendosi a capo lievemente reclinato, accennando appena un movimento sulle ultime tre parole scandite.
Secondo la testimonianza della nonna, Lyudmila Karpova, i versi sulla luna rossa e altre prime improvvisazioni poetiche di Nika allarmarono all’inizio la famiglia. «Avevamo paura che la bambina fosse malata», ricorda durante l’incontro a Barnard. «Per notti intere Nika non dormiva e diceva che restava sveglia ad ascoltare i suoni della natura».
All’età di 8 anni, i suoi versi sono comparsi sulle pagine della rivista “Komsomolskaya Pravda”. Quello stesso anno, il 1983, scrisse: «Spesso mi sento guardata di traverso e acutissime parole mi feriscono come frecce – ascoltate! Non dovete distruggere i miei brevi sogni di bambina. Ho così poco tempo e non chiedo altro che un po’ di gentilezza, anche per quelli che mi hanno presa di mira».
Nika Turbina è, sin da piccolissima, di salute malferma. Ha già sofferto di bronchite, asma e diabete. Si è dedicata con grande avidità alla lettura della poesia russa, incoraggiata dalla madre, una illustratrice divorziata, e dalla nonna, pensionata dell’agenzia governativa per il turismo. Dopo aver venduto quasi 30000 dischi con la propria voce, le è stato l’altro giorno chiesto se pensa di fare della poesia la propria professione. Questa la risposta: «Soltanto il tempo potrà dirlo. Ho molto lavoro da fare e devo ancora imparare a vivere. Non posso vivere solo per me stessa eppure mi rendo conto che lo sto facendo». È così brutto tutto questo? «A vivere solo per sé la vita non merita nemmeno di essere vissuta».
Qualcosa come 30000 dischi venduti con le sue letture solo in Unione Sovietica e due anni fa il Leone d’Oro a Venezia per First Draft. Viene da chiedersi che effetti possa avere su una bambina tutta questa concitata attenzione. «A chiunque fa piacere ricevere attenzioni dagli altri. Non sono la sola in questo, di sicuro. Ciò che conta però è come mi comporto e il tipo di persona che sono, se a qualcuno davvero interessa parlarmi». I suoi compagni di scuola – dice – non badano a tutto questo clamore. «Sono solo una bambina come tutte le altre», e sorride.

 

An eight year-old poet

[1] The eight year-old poet’s name is Nika Turbina. She was born on December 17, 1974 in Yalta and, by an amazing coincidence, is at the very school in Yalta where once upon a time Marina Tsvetayeva attended high school. Nika’s grandfather – Anatoli Ignatievich Nikanorin – is a poet, the author of several volumes of poetry. But lots of people study in Tsvetayeva’s school and lots of people have poets as grandfathers.
It is no accident that I call Nika a poet and not a poetess. From my point of view an eight year-old poet is a rarity and perhaps even a miracle. A child once wrote the lines: ‘Let there always be the sun, let there always be mama, let there always be me‘, which became the refrain of a famous song. A poet is one whose lines form a unity – the author’s character, his image. From our adult point of view, a child isn’t even a poem, but only its opening line. Can something that is only forming form an image? Rarely, but it can. Most examples come from music: let us recall, first and foremost, Mozart. The Italian conductor Willi Ferrero became world famous before he was ten but neither he nor our violinist Busya Goldshtein, who gave major concerts at an early age, became geniuses as expected. But they did remain solid professionals, which is also no small thing.
Did they not as children give adult listeners the rare joy of a miracle? Roberto Loretti’s voice lost its divine charm with age, but even to this day his thin voice singing ‘Santa Lucia’ resounds in our grateful memories.
When you come across a rare early talent in children, you should not worry ahead of time that they might be spoiled by excessive attention. It is more dangerous not to give that attention in time. If it is necessary for adults, then why not give it to children? It must be admitted that in the case of artist Nadya Rusheva the acclaim was belated in her lifetime. Not out of hostility but bewilderment in the face of her ‘non-childlike’ drawings. We have created incredible conditions in our country for the development of art and culture in children. But sometimes we ‘overorganize’ this development, approach it with preconceived adult paradigms, beginning in nursery schools and kindergartens to saddle children with rather coarse sloganlike verses, written in pseudochild’s language. The magazine Komsomolskaya Pravda has written justly about this more than once. For some reason we try to develop a childish culture in children and are frightened by any manifestation of adulthood. But maturity in children is a phenomenon requiring the most caring and tactful noninterference combined with the most caring and tactful support.
Nika Turbina was discovered by Komsomolskaya Pravda, which printed her major cycle when she was eight, and then central television invited her to read her poetry to an audience of millions when she was not yet nine. I must admit that I missed the publication and did not see her on the screen, but from every side I heard the most varied reactions, some awed, some cautious – ‘I hope they don’t drive the child crazy, turning her into a wunderkind‘ – and some out-and-out suspicious – ‘She couldn’t have written them herself… They’re much too adult.’
As a high school student, Tsvetayeva wrote:

For my verses, as for precious wines
the time will come…

But, Tsvetayeva was fifteen, and here we have an eight year-old. In the context of today’s catastrophic increase in the median age of young poets, now reaching forty, it seems almost improbable that Mayakovsky had written A Cloud in Trousers when he was ‘handsome and twenty-two‘. And now we have an eight year-old poet… An unexpected leap, covering the gaping emptiness of several generations. Perhaps because we are so eager for new, bright names, impatience might fool us in our appreciation?
I was sceptical until the summer of 1983 when I met Nika at Pasternak’s house in Peredelkino. I went there with my English translator Arthur Boyars and my publisher Marion Boyars after a visit to Pasternak’s grave. I asked them if they would like to see Pasternak’s house which was kept exactly as it had been in Pasternak’s life time by his daughter-in-law. By chance Nika Turbina and her mother were visiting from Yalta. Over a cup of tea I asked Nika to recite her poems to us. After the first few lines I lost all my doubts – her poems were not the fruit of literary mystification. Only poets can read like that. In her voice I could sense a special, I would say a sustained, ringing. Later, at my request, Nika’s mother gave me everything she had written and I realized that what I had before me was more than individual poems – I had a book, because everything came together into the image of a personality.
I found quite a few weaknesses in her poems but I did not want to impose my corrections on Nika – I wanted her to make them herself. Nika defended her poems with the dignity of a small queen who felt the weight of a heavy metal crown on her head. Thus, for instance, I could not convince her that the word for nettles (krapíva) was not stressed on the last syllable. I suggested that she replace it with tryn-travá. Nika resisted. ‘I’ve heard peasants say krapivá.’ Nika knows her own worth. But never once did I feel that this was the conceit of a spoiled child: it was only the natural difficulty of thought about her difficult craft. When Nika agreed to something, it came with difficulty, as it should have morally. Only after inner re-evalutation. She does not yet have professional tricks but she does have a professional respect for the writer’s craft. This book was edited only with her participation.
Nika Turbina’s book is a unique phenomenon not only because it is written by an eight year-old girl. This book makes one think that children in general perceive the world in a much more adult way than we think, but not all children know how to express that and Nika does. There is much that is purely private, diary-like, in this book. But still, one should pause and think over its many tragic intonations, for other children must have the same acute sense of contemporaneity, the burning sense of someone’s lies, and of tackiness, and the aching sense of anxiety for our planet.
Nika’s poetic diary, thanks to its vulnerable sincerity, becomes the diary of other children, those who do not write poetry.
Will Nika ever become a professional poet? Who knows…
She herself answered the question seriously and cautiously:
I don’t know. My fate will tell… But it seems to me that that is not the important thing.’
What is important for you?
Nika thought. ‘The important thing is truth… I began composing verse out loud when I was three…I banged my fists on the piano and composed…The poems came to me as something incredible that comes to you and leaves…But for now it hasn’t left. Like a dream that doesn’t leave. When I write, I have the feeling that a person can do anything if he only wants to…There are so many words inside that you get lost. A person must understand that his life is not long. And if he values his life, then his life will be long, and if he deserves it, it will be eternal, even after death.
Nika’s answer to the question of who was her favourite poet, I admit, amazed me.
Mayakovsky.’
I burst out, ‘But you’re nothing like him…
Nika replied, ‘That doesn’t matter. His poetry gives me strength. I can go farther and farther…
Nika and I chose the title for this volume from one of her poems. An eight year-old child is in some sense a first draft of a person. As forms of poetic thought are born and expanded in a draft, the features of future moral maturity develop in a child.
I hope that as readers pick up this slim book and open it they will enter the complex secret world not simply of an eight year-old child but of an eight year-old poet and will think once more of the many spiritual riches which our children are endowed and of the fact that we must guard these riches from the threat of destruction that hangs over the heads of the children of the world.

Yevgeny Yevtushenko

 

 

 

 

Un poeta di otto anni
traduzione di Federico Federici

 

 

Il poeta di otto anni si chiama Nika Turbina. È nata il 17 Dicembre 1974 a Yalta e, per una meravigliosa coincidenza, frequenta a Yalta la stessa scuola dove una volta studiava Marina Tsvetayeva. Il nonno di Nika – Anatoli Ignatievich Nikanorin – è poeta e autore di parecchi volumi di poesia. Molte persone studiano però nella scuola della Tsvetayeva e altrettante persone hanno nonni che sono poeti.
Non è un caso che io chiami qui Nika poeta e non poetessa. Dal mio punto di vista un poeta di otto anni è qualcosa di raro e forse persino un miracolo. Un bambino scrisse una volta i versi: ‘Che ci sia sempre il sole, che ci sia sempre la mamma e che sempre ci sia anche io‘, che divennero poi il ritornello di una famosa canzone. Poeta è chi scrive versi che formano una unità – il suo carattere, la sua immagine. Dal nostro punto di vista di adulti, un bambino non è neppure una poesia, ma solo il suo primo verso. È possibile che qualcosa che ancora si sta formando, costituisca già un’immagine? Raramente, ma è possibile. La maggior parte degli esempi ci viene dalla musica: il primo e più famoso è Mozart. Il direttore d’orchestra italiano Willi Ferrero divenne famoso in tutto il mondo quando non aveva ancora compiuto dieci anni, ma né lui, né la nostra violinista Busya Goldshtein, che diede i suoi maggiori concerti in precoce età, divennero poi geni come ci si aspettava. Tuttavia rimangono rispettabili professionisti, il che non è cosa da poco.
Hanno dato, non più bambini, la rara gioia del miracolo agli adulti che li hanno ascoltati? La voce di Roberto Loretti ha perso con l’età il suo fascino divino, ma ancora oggi, il modo sottile in cui intona ‘Santa Lucia’, risuona gradito nei nostri ricordi.
Quando ti imbatti nel raro e precoce talento dei bambini, non dovresti preoccuparti anzitempo che potrebbero rimanere viziati da un’eccessiva attenzione. È assai più pericoloso non dare attenzione per tempo. Se è necessaria agli adulti, perché non dovrebbe esserlo per i bambini? Bisogna ammettere che nel caso dell’artista Nadya Rusheva il riconoscimento arrivò tardivo in vita, non per ostilità nei suoi confronti, ma per sconcerto di fronte ai suoi disegni che non avevano nulla di infantile. Abbiamo creato nella nostra nazione condizioni incredibili per lo sviluppo dell’arte e della cultura dei bambini, eppure talvolta questa organizzazione è eccessiva, ci avviciniamo con i paradigmi preconcetti tipici degli adulti e cominciamo quando sono ancora nella culla o all’asilo ad appioppare loro brutte filastrocche, in versi di scarsa fattura, scritte in un linguaggio infantile artefatto. La rivista Komsomolskaya Pravda ha giustamente affrontato questo argomento già diverse volte. Per qualche ragione siamo portati a stimolare nei bambini una cultura infantile e siamo spaventati dalla possibilità che si manifestino in loro tratti più maturi. Per questo la comparsa di tratti maturi nei bambini richiede cura e discrezione, capacità di non interferire, combinate però a quella di offrire, con altrettanta discrezione e cura, un supporto.
Nika Turbina fu scoperta da Komsomolskaya Pravda che ne pubblicò i lavori quando aveva solo otto anni; a ciò seguì l’invito della televisione di Stato ad apparire e leggere di fronte a una platea di milioni di spettatori, quando ancora non aveva compiuto nove anni. Ammetto che persi la pubblicazione e non vidi la trasmissione in TV, ma raccolsi da più parti le più disparate reazioni, alcune di sgomento, e caute – ‘Spero che non facciano impazzire la bambina, trasformandola in un prodigio‘ – altre apertamente sospettose – ‘Non può averle scritte lei quelle cose…Sono troppo mature.
Quando ancora studiava al liceo, Tsvetayeva scrisse:

Per i miei versi, come per i vini di un certo pregio
verrà il tempo…

Tuttavia, Tsvetayeva aveva già quindici anni, mentre qui abbiamo una bambina di otto anni. Nel contesto odierno di un catastrofico aumento dell’età media dei poeti giovani, ora fissata intorno ai quaranta anni, sembra incredibile che Mayakovsky abbia scritto A Cloud in Trousers quando era ‘bello a ventidue anni‘. E ora abbiamo di fronte un poeta di otto anni. Un balzo inatteso, che copre la voragine aperta di parecchie generazioni. Forse la smania, l’impazienza di avere sempre nuovi, luminosi nomi, potrebbero farci prendere un abbaglio?
Fui scettico sino all’estate del 1983 quando incontrai Nika nella casa di Pasternak a Peredelkino. Ero passato di lì con il mio traduttore inglese Arthur Boyars e il mio editore Marion Boyars, dopo una visita alla tomba di Pasternak. Chiesi loro se avessero voluto visitare anche la casa, che era tenuta esattamente come quando Pasternak era in vita dalla nuora. Per caso Nika Turbina e sua madre erano giunte lo stesso giorno in visita da Yalta. Davanti a una tazza di tè chiesi a Nika di recitare per noi le sue poesie. Bastarono pochi versi a far cadere in me ogni dubbio – le sue poesie non erano frutto di una mistificazione letteraria. Solo i poeti sanno leggere a quel modo. Nella sua voce riuscivo a presentire un richiamo speciale, oserei dire sostenuto. Più tardi, su mia richiesta, sua madre mi diede tutto quello che Nika aveva scritto e mi resi conto che avevo di fronte non semplici poesie sparse, ma un vero e proprio libro, perché tutto concorreva a rappresentare l’immagine chiara di una personalità.
Trovai alcune piccole ingenuità nei testi, ma non volli imporre a Nika le mie correzioni – volevo che fosse lei stessa a farle. Nika difendeva le sue poesie con la dignità di una piccola regina che senta il peso di una corona di metallo sulla propria testa. Così, ad esempio, non riuscii a convincerla che il termine usato per ortiche (krapíva) non era accentato sull’ultima sillaba. Suggerii che venisse rimpiazzato con tryn-travá, ma Nika insistette: ‘Ho sentito contadini dire krapivá‘. Nika conosce il proprio valore, ma mai una volta mi è capitato di percepire la presunzione di una bambina viziata: si trattava sempre, solamente, della naturale difficoltà di fronte al proprio compito. Quando Nika conveniva su qualcosa, ciò accadeva con una certa difficoltà, perché tutto doveva essere accettato moralmente, interiormente ri-valutato. Non ha ancora evidentemente la malizia di uno scrittore di professione, ma ha un rispetto professionale per ciò che fa la scrittura. Questo libro è stato pubblicato solo con la sua partecipazione.
Il libro di Nika Turbina è un fenomeno unico non solo perché è scritto da una ragazza di otto anni. Questo libro lascia intendere che i bambini in generale hanno una percezione del mondo molto più matura di quanto ci si aspetti, ma non tutti i bambini sanno come esprimerla, mentre Nika è capace di farlo. Ci sono molte pagine di diario, questioni puramente private in questo libro. Eppure, uno dovrebbe fermarsi e considerare tutte le tragiche intonazioni che contiene, perché anche gli altri bambini devono avere lo stesso acuto senso della contemporaneità, la viva impressione della menzogna, della viscidità, la stessa dolorosa preoccupazione per il nostro pianeta.
Il diario poetico di Nika, nella sua vulnerabile sincerità, è insieme il diario di tutti gli altri bambini, quelli che non scrivono poesia.
Diventerà mai Nika, un giorno, poeta di professione? Chi può dirlo…
La sua stessa risposta in proposito è seria e cauta:
Non lo so. Spetterà al destino dirlo… Ma non mi sembra che la cosa sia importante.
Che cosa è importante per te?’
Dopo averci pensato su, rispose: ‘Ciò che importa è la verità… Ho iniziato componendo versi ad alta voce quando avevo tre anni… Picchiavo i miei pugni sul pianoforte e componevo… Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge e di nuovo di lascia… E questa cosa per il momento non se ne è andata. Come un sogno che non svanisce mai completamente. Quando scrivo, ho l’impressione che una persona possa fare tutto ciò che vuole… Ci sono così tante parole dentro da smarrirsi. Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte.
Devo ammettere che anche la risposta di Nika su quale fosse il suo poeta preferito non mancò di stupirmi.
Mayakovsky.
Ma tu non hai nulla in comune con lui…‘ proruppi.
Non importa. La sua poesia mi dà forza. E con quella forza posso andare dove voglio, sempre più lontano…‘ rispose.
Il titolo di questo libro è stato scelto insieme a Nika, prendendolo da una delle poesie. In qualche modo, un bambino di otto anni è un primo abbozzo di persona. Così come le forme del pensiero poetico nascono e si espandono da una prima bozza, altrettanto si sviluppano nel bambino gli elementi della sua futura maturità morale.
Spero che, prendendo questo libretto tra le mani, i lettori entrino nel segreto e per nulla scontato mondo, non semplicemente di una bambina di otto anni, ma di un poeta di otto anni, e considerino, una volta ancora di più, la ricchezza spirituale di cui sono dotati i nostri bambini e come proprio questa ricchezza vada guardata da tutte le molte minacce di distruzione, che pendono sulle teste dei bambini nel mondo.

Yevgeny Yevtushenko

 

[1] First Draft, Nika Turbina, page 9 – 13, first published in Moscow, USSR, 1984

© Ника Турбина