Appunti presi durante la proiezione di “La città delle donne” di Federico Fellini

cara*,
alla poesia d’oggi non manca autorità ma spavento, quello dell’individuo che si trova improvvisamente al mondo con la palpebra tagliata dalla luce. Lo spavento di una notte nel nero del bosco, nell’azzeramento delle piante, delle tracce, delle voci. Il buio ha connotato già troppo morale ed è inservibile per questo. Non c’è fatica nel respiro: il palpito è automatico. Il volto del padre è noto al primo sguardo e altrettanto la voce della madre si sa dal corpo. E lo spavento manca perché si tratta spesso di poesia scritta da (o per) altra poesia e niente altro. Allora vale quanto straccio ricavato solo da un paio di mutande o da un accappatoio: è la stessa consumata materia che cambia utilità. L’esperienza dei poeti è anzitutto letteraria: lavorano per vivere (i più sfortunati), qualcuno scrive che lavora, scrive di ciò che fa e non riesce a staccarsene. Anche chi pretende di affrancarsi al di qua delle storture del linguaggio non va oltre il grado zero di una ricognizione, registra senza scarto o con ebete, rassegnato incanto oggetti ed occorrenze della vita: l’addio, l’oblio, lo strazio, il bacio. Non c’è nessuna vera domanda dietro queste risposte, o per lo meno io non la sento. E intanto stridono le cose al tatto, urla sotto i polpastrelli ogni loro incommensurabile residuo e insieme si trema senza pensarci nello sbando del tempo, insieme alle particelle nell’interiorità dello spazio: tutta confusione cosmica di roba e di parole alla rinfusa. E comica a dissimulare l’ordine la storia, la religione.
Così mi arrabbio anzitutto con me stesso, perché neppure io provo spesso spavento di fronte ad ossa allineate sul banco del macellaio, o nel nero del bosco che anzi mi rassicura. E non so se ho scoperto che a parole ci si sotterra prima e mi sto abituando, né se avrò mai voce per gridarlo a tutti l’ultimo spavento, cogliendo di sorpresa laici e preti, quando sarà chiara finalmente a me la fine che uno fa da morto.
Su questo ora rifletti: sapere tutto della morte (e non doverlo raccontare) è alla portata.
In un abbraccio
F.

nel fotogramma: Marcello Mastroianni in La città delle donne di Federico Fellini, 1980.

6 comments

  1. Ovvio è che non v’è nulla di ovvio in quanto concerne le opere d’arte.
    Qualcosa come “la poesia”; giusta espressione, che chiude la poesia a qualsiasi definizione. Forse solo per antitesi, si può dire quel che non è. La poesia può contenere giochi di parole (certo, a questo non avevo pensato) e ti ringrazio per il rimando a Sanguineti. Ma presi a parte, tra l’una e gli altri intercorre “un qualcosa”. Entrambi sono giochi linguistici, abuso Wittgenstein senza ritegno, s’avvalgono di parole, d’un uso che le sottrae alle diverse possibilità combinatorie, alle regole che sovrintendono ecc. Ma le finalità del gioco dovrebbero essere diverse. E questo è il punto. Quali siano nel caso della poesia, non saprei dirlo, se non per cenni confusi.
    D’altronde ogni opera d’arte contiene un enigma irrisolvibile; v’è dell’utopia, in antitesi all’empiria, se trovasse concretizzazione, ne farebbe parte e non sarebbe più.
    Uso che sottosignifica le parole in un caso, le sovrasignifica/segnifica nell’altro. Mi vien da pensare a Derrida, ai suoi di fuochi di parole: incenerire i segni affinché guadagnino l’irripetibilità.
    Irripetibile è il contesto poetico.
    Trovo molto utili le tue osservazioni riguardanti le poetiche e per quanto attiene la necessità di uno scarto dal vissuto, credo che ogni opera sia un processo che prenda avvio da un impulso mimetico, istanza soggettiva e pertanto fortemente legata all’esperienza del poeta. Ma tale impulso subisce durante il processo una qualche sublimazione, seppur minima talvolta; deve, per conformarsi alla forma poetica.
    Vari poeti e scrittori poterono contare su una formazione di tipo scientifico. Un vantaggio, ho sempre pensato, che apre alla complessità e all’esattezza.
    La novità nega qualsiasi punto di riferimento vigente. L’assenza di riferimenti genera straniamento, smarrimento e ricerca di nuovi assetti. Il processo innescato non potrà che essere vivificante.
    Idee confuse, le mie, mi rendo conto, ma dovrò leggere e rileggere molto, alla luce di quanto hai scritto. Grazie ancora Federico.

  2. Sono d’accordo: tra un poeta e un enigmista la differenza non dovrebbe farla il meccanismo, ma qualcosa come “la poesia”. Parlando con un esempio, molta della produzione di Sanguineti si basa su “giochi di parole” – alcuni al limite del rebus – eppure non tutti i suoi lavori risultano fini a se stessi. E’ pur vero che, alla lunga, rifare il verso a se stessi (mai come in questo caso da prendere alla lettera) può stancare il lettore, ma un poeta deve saper dare frequentemente prova di qualcosa di più della semplice abilità combinatoria del linguaggio – e Sanguineti lo fa. Sappiamo tutti che esistono in commercio (e online) dizionari delle rime, ma non sono sufficienti affinché una rima funzioni poeticamente nel testo. Lo stesso discorso lo applicherei ad altre poetiche, lontane da quella di Sanguineti: Cucchi, Fiori, per citare alcuni esempi contemporanei tra i più noti. La poetica “pulviscolare”, quella costruita su scarti minimi dalla lingua parlata ed ancor minori dal vissuto è un esercizio altrettanto delicato, ma, alla lunga, persino più esasperante. Sicuramente più rischioso per gli epigoni dei suddetti. La convinzione che basti spezzettare un discorso qualsiasi per farne una poesia pubblicabile nasce proprio da una cattiva lettura delle scritture “semplici”. I sought poems o i googlism teorizzano proprio intorno ai meccanismi di selezione della poesia da trovare (non più da fare, ex novo). All’altro estremo si trova la poetica confusa di chi accumula parole a caso pensando di fare avanguardia.
    Da lettore frequento un po’ tutti: da Sanguneti a Cucchi, da Fiori a Mesa, da Raos a Magrelli. La lista sarebbe interminabile. Ultimamente, poi, sto riscoprendo certe ottime poesie di Betocchi che avevo sempre sottovalutato. Quando poi sento di dover scrivere, beh, affinità e divergenze diventano più marcate.
    In aggiunta alla matrice puramente linguistica del testo, mi pongo un secondo, ben più tormentoso problema: i temi, gli argomenti, quello da cui parte la poesia e verso cui si dirige. A volte mi capita di scontrarmi sul fatto che ci sia scarsa conoscenza di tematiche inerenti alla scienza contemporanea e mi viene rinfacciata la mia formazione universitaria da fisico, come se paventassi agli altri una poetica “nuova” attraverso a quello che non sanno. In realtà non auspico che i nuovi testi siano dei microtrattati di meccanica quantistica, o che si prefiggano di stupire attraverso la divulgazione della stessa. Pongo più semplicemente una questione (questa sì, potenzialmente rivoluzionaria) che a suo tempo Leopardi ebbe ben chiara in molte sue Operette: l’assidua frequentazione di idee nuove può produrre “stupore”, “spavento”, può scuotere veramente la poesia e renderla finalmente “nuova”. Insomma, per estremizzare l’idea: se l’uomo della strada (quindi non il dotto ricercatore) fosse rimasto ancorato a una visione geocentrica del creato, come sarebbe il mondo di oggi? Ci sarebbero stati i film di Kubric, la letteratura di Orwell, la musica dodecafonica, il jazz? Tanto per citare alcuni fatti artistici che hanno indiscutibilmente modificato l’immaginario.
    Qualche mese fa, alla premiazione di un concorso, mi sono sorbito la prolusione di un illustre filosofo che, sproloquiando sul concetto di tempo con accenni completamente falsati alla scienza contemporanea, si è alla fine rifugiato nella caverna platonica, parlando come se dopo Platone non ci fosse stato altro esercizio del degno pensiero. Peggio che se avessi assistito a un conclave per la beatificazione di tizio o di caio: una situazione grottesca, antistorica.

  3. A certa poesia manca lo spavento se non riesce a reggere la vita e puntella triti giochi di parole. Allora quanto varia una poeta da un enigmista? Poiché è probabile che solo uno dei due frapponga alcun dubbio alla soluzione. D’istinto. Senza prove o indizi. Si dichiara la banalità e si pretende d’aver risolto il dilemma. Ecco, l’inesperienza genera mostri imbellettati; non risponde a domande, ma a richieste, espletando ingenui paradigmi e prodotti da/a catena di montaggio e consumo. Prodotti e non opere, le quali suppongono giorni di smarrimento inappellabile.
    Non manca semplicemente il buio, dunque – l’ottenebramento anzi impera – quanto la coscienza che ha il buio di non poter carpire luce. L’anelito inestricabile.
    Quanto vera la conclusione su quel che sia necessario conoscere o meglio comprendere; esperire direttamente, che affondi nella più fonda delle fibre.
    Solo allora la poesia si faccia latrice di angustia sconfinata, di dissoluzione in singulto di corpi, di deformazione, imperfezione, malattia; di disperazione. Trapassi l’ineluttabile. Il lutto. Ripercorra attraverso la fine, l’inizio.
    E si faccia parola, parola che precede le parole. Parola che in sé colma ed esorbita le distanze; da passato in presente, a divenire continuo.
    Tracanni effluvi e fiati fino alla feccia, s’inebri per la perdita d’ogni speranza.
    Ma sia caritatevole e nello stesso punto annienti e riluca l’esistente, lo sprofondi e risorga fino alla più agra delle sfere. Renda folle l’attesa per ciò che è definitivo, per il momento che disvela la clausola per cui la sostanza è muta al nome che la cela.

    Chiedo scusa per questi pensieri riversati senza criterio, avevo necessità di fissarli, pur così sciolti: richiedono riflessione profonda, queste pagine, anche a chi solamente si dedica alla lettura e incespica spesso nella piega dell’abitudine. Grazie.

  4. grazie a te, Federico, leggerti è sempre stare ben stretti a quel “senso di una domanda”, è quindi sempre per me molto ossigenante.
    ed è bene, come dici, insistere su certi punti. “A che pro (dirà qualcuno) se si abbandona anche la scialuppa di salvataggio della storia della letteratura?” (ossia, aggiungo, quel vuoto di realtà che la cultura ricerca perché le sia concesso di riempirlo dicendo solo se stessa come strategia di potere).
    Ecco, a questo qualcuno, Mandel’stam forse risponderebbe: “Divido tutte le opere della letteratura mondiale in autorizzate e non autorizzate. Le prime sono una schifezza, le seconde, aria rubata”.

    un abbraccio a te, e buone cose.
    a presto,

    f.

  5. Sottoscrivo a pieno le parole di Mesa, del resto sai quanta stima nutra nei suoi confronti. Oggi ho scritto di getto questi appunti, certamente influenzato dal lavoro che sto facendo sui sonetti di Russell, nei quali trovo spunti di un altro grande “eremita” della parola: Saenz. E tutto conduce allora a quell’ombra nella quale siamo immersi come pianeta, a quel silenzio cosmico nel quale dobbiamo serbare almeno il senso di una domanda, visto che non ci è possibile la certezza di una risposta. Per questo le aspettative sulla poesia vanno al tempo stesso diminuite (in termini di riscontro personale) e aumentate (in termini di incisività del proprio strumento di scavo). Meno parole, molte meno. Lasciare sulla pagina silenzi carichi di significato. Scavare, bucare, studiare, prendere tutti gli oggetti e interrogarli nel loro mistero: anche uno straccio appeso è carico di tutto il mistero dell’universo. Sfuggire alla propria maniera: non diventare mai la maniera di sé, i propri epigoni, solo perché chi ci legge approva. E’ una direzione difficile, in tutto simile a quella del mistico che sposa il volto di un Dio che non vedrà mai, che non gli darà mai una stretta di mano. Bisogna però insistere. A che pro (dirà qualcuno) se si abbandona anche la scialuppa di salvataggio della storia della letteratura? Allo stesso pro che fa sbocciare ogni anno il ciliegio del mio giardino: o si è o non si è una cosa. La poesia non si fa, così per fare. Si può anche reagire male agli ostacoli che si trovano in sé e fuori di sé al dilagare dell’essere. Ci si riconciglia poi con le cose, sapendo che finiremo con loro/in loro.
    Un abbraccio, Fabio. Grazie della visita e delle tue parole.
    F.

  6. “Non c’è nessuna vera domanda dietro queste risposte”.

    quanto è vero. del resto credo sempre più sia proprio in quel “per” – e dunque anche nel “da” – (per il mondo o per i poeti? dal mondo o dalla letteratura?) a fornire il principale discrimine tra una poesia necessaria e una poesia (magari anche notevole) non necessaria.

    come ha scritto Giuliano Mesa, in parole che cerco sempre di tenere ben presenti: “non la condizione della poesia, o delle arti, o della cultura, dev’essere il centro di poesia, arte, cultura. è sempre la condizione umana l'”oggetto” e insieme il “referente” (e questo sia detto, ancora, perché l'”esperimento poetico” diviene esperienza, e “tradizione”, quando cerca di cogliere l’esperienza umana, non quando vuole soltanto mostrare i muscoli di un qualche virtuosismo endogeno”.

    alla fine il punctum è sempre la contrapposizione tra una poesia che cerca – dentro e durante la poiesi – di conoscere; e una poesia che invece di conoscere e interrogare, è solo l’estetizzazione o la traduzione di un sapere che le è previo.

    un caro saluto,

    f.t.

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