L’opera racchiusa – testi n.7

i ciechi solo non vedono la via
davanti a loro muovono le dita
conoscono i contorni delle cose
le voci e i volti prima avvicinati

certo muta anche d’aspetto il giorno
e danno l’impressione di sapere
già il futuro i morti e per questo
calati lungo versi come lungo funi
qui, da parte in altro luogo, scesi
a fondo, sotto, in cerca di radici
[da L’opera racchiusa, p.37]

L'opera racchiusa

L’opera racchiusa, with an essay by Lorenzo Carlucci, lulu.com, Morrisville 2018 (It).
ISBN 978-0244103491
Lorenzo Montano Prize 2009
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L’opera racchiusa – testi n.6

un’attesa grigia abita la nebbia
porta ai fianchi l’erba sulla casa
che ci aspetta, ma non è ritorno
questo di noi due nel luogo
dove stare nel momento atteso
della vita, a coltivare le radici
dei capelli, i palmi che raccolgono
le ciglia ai fiori aperti, sibilanti all’aria

solo in due a dividerci le ossa, i rami
[da L’opera racchiusa, p.40]

L'opera racchiusa

L’opera racchiusa, with an essay by Lorenzo Carlucci, lulu.com, Morrisville 2018 (It).
ISBN 978-0244103491
Lorenzo Montano Prize 2009
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L’opera racchiusa – testi n.5

lascia che a dire siano le cose
gli abitatori del mondo addossati alla cruna
dell’ago, le lingue impresse a memoria

l’elencazione dei nomi dei morti toglie il respiro

tempo è di dare le mani nell’andirivieni dei vivi
fermare gli occhi, lo sguardo a chi trema
[da L’opera racchiusa, p.30]

L'opera racchiusa

L’opera racchiusa, with an essay by Lorenzo Carlucci, lulu.com, Morrisville 2018 (It).
ISBN 978-0244103491
Lorenzo Montano Prize 2009
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Quattro Quarti – Sara Veltroni


C’è chi ha parlato del libro di Diavoli come di un’opera misterica, in cui la parola, diradandosi, trasforma i testi in macro-ideogrammi; altri hanno colto, nel dettaglio eliotiano del titolo, un’ellissi (voluta?) in omaggio alla nota pseudo-biografica dei precedenti Versi Clandestini; altri ancora hanno intravisto un gioco matematico nella scomposizione e ricomposizione dell’unità: 4/4. In appendice, si legge: «Quei punti (soli) sul foglio sono l’ultima unità di tutto: il resto è poco più di una vibrazione intorno alla portante». Quei punti, quegli snodi sono le parole. Ecco allora che i Quarti sono quattro congeniali improvvisazioni sul tema dell’identità e dell’alterità, quattro piccoli concerti in luoghi differenti, un soffio scagliato contro un giorno di vento. – Sara Veltroni, ZAM

Disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet presso i principali rivenditori: barnes&noble | amazon.it | .com | .de | .es | .uk

L’opera racchiusa – testi n.4

piace la tua parola alla bocca, rosa di giugno
tutta adornata di luce, bianca – dici – com’è
bella in aprile, già governata dal vento:
fosse questa ragione la gioia! gli occhi
insonni, le mani su milioni di invisibili fuochi
spenti; io lo sapevo dal muro caldo di luce
che questa casa vuota ci aspetta; hai fiato
a dire in bocca che il domani qui va oltre
il tempo; forse l’amore, ciò che facciamo
insieme non si dà pace o ragione da sé
a ritornare, ma séguita il gesto: spingere
dentro le tasche le dita sino a staccarsi
di un niente dove ti cerco, senza badarci
[da L’opera racchiusa, p.51]

L'opera racchiusa

L’opera racchiusa, with an essay by Lorenzo Carlucci, lulu.com, Morrisville 2018 (It).
ISBN 978-0244103491
Lorenzo Montano Prize 2009
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L’opera racchiusa – Introduzione

Любимая, давай поцелуемся!
Остались ты и я…

Gott steh uns bei, ein kluges Tier.
Ich habe es selbst gejagt.

Nichts bringt den Duft
seines Blutes zurück.

Esiste veramente la casa immaginata qui scrivendo. Si trova accanto alla vecchia scuola elementare, ha finestre sulla strada verso il mare e su sbilenche fasce un orto. Ricordo una sera di neve, parecchi anni fa: usciva dal rosario una figura, una madonna scura saliva per le scale in quella casa, consacrandola (per me). Da allora, ho saputo anch’io che al piano alto abita un poeta e tiene spalancate al cielo le persiane. Ne fosse mai quella figura che ho intravisto l’anima, o l’amante che lo visita in certe ore di preghiera. [da L’opera racchiusa, p.5.]

Cronologia

l’anima tema, Genova, 4 febbraio 2007, tranne p. 15 e p. 27, Finale Ligure, inverno 2005
radici scoperte, Ansbach, Stuttgart, Karlsruhe, Chiasso 13–17 febbraio 2007
come s’inoltra, Genova, Milano, 2–10 marzo 2007 (con A.)

Una prima bozza di raccolta risale ad agosto 2007 e consta delle prime due sequenze precedenti, riunite con poche varianti. La firma è ancora Antonio Diavoli, sostituita definitivamente con Federico Federici dopo l’incontro con Giovanni Andrea Semerano, presso La Camera Verde di Roma, a dicembre dello stesso anno.
A dicembre 2008, viene aggiunta l’ultima sezione, come s’inoltra.
A gennaio 2009, la stesura definitiva presenta decisi rifacimenti, soprattutto in radici scoperte. [La stesura originale è ora pubblicata nel Quaderno Tre.]

Le tre sequenze sono state, per un certo tempo e in una forma ancora provvisoria, distribuite liberamente su internet: le prime due da Menilmontant Edition, la terza da Zeichen Verlag.
Alcuni estratti da l’anima tema e radici scoperte sono stati pubblicati, in una versione a volte leggermente diversa da questa, su rivista “Atelier” (n. 49, 2008), con una nota introduttiva di Giancarlo Rossi.

L'opera racchiusa

L’opera racchiusa, with an essay by Lorenzo Carlucci, lulu.com, Morrisville 2018 (It).
ISBN 978-0244103491
Lorenzo Montano Prize 2009
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Viviana Scarinci su “L’opera racchiusa” da “Poesia 2.0”

Quanto l’anima abbia da temere
su L’anima tema in L’opera racchiusa di Federico Federici

Se un catalogo servisse a mostrare ciò che l’anima debba temere, racconterebbe forse la storia della degenerazione di una stella. Nella relatività generale un buco nero è una singolarità nello spazio-tempo, causata dal collasso gravitazionale di una stella di una certa massa, che non lascia sfuggire più nulla al proprio orizzonte degli eventi. Si può forse azzardare allora che un buco nero, sia una stella cioè un’entità celeste visibile, che per via di un dato evento, prosciuga il suo corpo, iniziandosi alla sua scomparsa. Ciò sembra accadere ad alcune stelle di grande superficie, che a un dato punto della loro esistenza, come ubbidendo a un’intima galvanizzazione, si contraggono, per via dell’attrazione che ogni loro singola particella attua verso le altre se stesse, che insieme fanno l’astro. Questo moto pare generare nell’atmosfera intorno alla stella, un particolare trattenimento, che influisce sulle azioni e sul tempo, creando un orizzonte isolato e indipendente che lascia l’astro vivere solo della sua progressiva scomparsa all’occhio che la osserva. L’anima tema di Federico Federici inizia, similmente a questo fenomeno, come se tutto si fosse già esaurito secondo una sua propria maturazione, in un punto di osservazione in cui l’accaduto, più che essere dipanato, sia stato concentrato in una contrazione in cui luce e spazio, esistono inscindibili dal tempo. E creano una sorta di ambiente assoluto, un inizio fine a se stesso, un trattenimento inàne delle coordinate di un luogo. Il luogo è una casa, una «casa vuota» con un «lume dentro il vetro» (pag. 14) che forse accenna una presenza, forse definisce un’assenza o concentra soltanto l’attenzione, in un’aura di estremo contatto. È questa la condizione della casa del poeta. Una condizione sempre esistente, nella misura in cui viene nominata ma che se non detta, mimetizza le presenze immateriali e la possibilità di contatti ulteriori, in un vuoto che rende altrimenti quel luogo disabitato. Ma ora, qui finalmente, «l’angelo ammirato attentamente nel dipinto» (pag. 15) può suggellare la stanza al suo centro liquido, come iniziandola a un varco. È l’incipit. Il risveglio e lo stabilirsi di una veglia puramente auditiva che finalmente rende al luogo il cuore della sua geometria. Da questo orizzonte, gli eventi mutano in una zona visibile solo poeticamente, perché la resa di una simile densità accade solo in poesia. Quando il corpo poetico inizia la caduta nella fisica della sua anima. E quando ciò accade in modo perfettamente conscio, avviene un’assunzione di presenza in un tempo inesausto «un tempo andato altrove» (pag. 17) che olia l’ingranaggio dell’ora stante, e dice di una impossibile fede «che dura un attimo» «sopra il male» (pag. 17); un male che anche minimamente cruento, strazia di pena e uccide ogni credo, e ciò giusto in quel protrarsi dell’attimo all’infinito, che è il verso che lo dice. È a questo punto di sintesi estrema, come a dimostrarsi fattivamente e attraverso se stessa, che la poesia si erge a quell’infinità sospesa e immediata avvalendosi di un tempo che non ravvisa etica. Un tempo che si colloca spontaneamente al colmo del suo stesso movimento «sempre l’apice lo stremo del crepuscolo/ ci approssima la notte:» (pag. 18) e di qui accosta la speciale captazione che chiamiamo ascolto. Quando, questo, non sia smarrito nella diramazione del giorno, che schiude sempre parti, a generare e degenerare notti per pura necessità, solo perché luce e buio sono «uniti senza origine nel moto» (pag. 18). Allora «l’aria ferma» (pag. 19) che Federici nomina, sembra essere un’impressione legata al climax di tutta l’opera, ciò che consente di esperire il vuoto, attraversato fissamente dai corpi che propagano oltre la propria forma un afflato indecifrabile che sta a misurare gli interstizi, i silenzi, come fossero il messaggio più pregnante che si possa tra creature. Ma certo questo paesaggio asciugato dal superfluo delle azioni, non poteva essere ricreato in assenza di parola. È la parola che introduce a un altro grado la visione di quel «mondo», che «ne matura il senso» (pag. 20) cui tutto e tutti sembrano partecipi. Parola che ogni cosa detiene indistintamente come una rimembranza o una dimenticanza che sembri adattare o disattendere quanto del mondo stesso appaia: «non così che si conserva/ l’apparenza delle cose» (pag. 21). Apparenza che vive dell’esatta tempistica della sua dispersione e che perciò, al di là del suo aspetto effimero, può rimanere, in un verso, come rivela Federici: «tiepida nel palmo/ pura quando fu toccata» (pag. 21). Ma quanto l’anima abbia ragione di temere, riguardo questa scomparsa, che sembra paradossalmente l’unico movente veramente assertivo della sua presenza al visibile, lo dice, la caduta di ogni gesto, nel trattenimento fatale di un orizzonte che si incunea sempre di più «nel vivo della storia» (pag. 22), un trattenimento fino alla percezione che concentra ogni idioma in un unica lingua in cui, dei vivi e dei morti «restano confusi i nomi» poiché sia «mai nessuno perso nel conto della grazia» (pag. 24). E ciò consenta comunque, in questo passaggio inaudito, a coloro che il poeta chiama, fratelli e sorelle, e che «restano in colmo all’invisibile» (pag. 25), di affacciarlo, come a guardare il come questo avvenga, come la poesia ripieghi nella «luminosa piaga» che scava il fuoco, coniando parole in cui l’origine cominci in luce, nominata (pag. 26), e in ogni istante renda a ognuno rintracciabile «nei cuori l’atto di presenza» (pag. 28). Una presenza dei cuori alle cose, la cui impossibilità, è forse davvero l’unica cosa che l’anima abbia da temere.

Viviana Scarinci, “Poesia 2.0”

L'opera racchiusa

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L’opera racchiusa – testi n.3

Dalla sezione Radici scoperte

 

i ciechi solo non vedono la via
davanti a loro muovono le dita
conoscono i contorni delle cose
le voci e i volti prima avvicinati

certo muta anche d’aspetto il giorno
e danno l’impressione di sapere
già il futuro i morti e per questo
calati lungo versi come lungo funi
qui, da parte in altro luogo, scesi
a fondo, sotto, in cerca di radici

*

restano però scoperti i passi
indietro dove non si può più
andare a tempo, a cogliere
i minuti in atto con la forza
spingerli davanti come l’acqua
a nuoto, cedere quel posto,
alzarsi, giungere se stessi
altrove, d’altre cose ormai
capaci come lasciarle ad altri
in sorte da esaudire, a turno
qui venuti a struggersi in segreto
sopra la maniglia rotta di una porta ferma
che non apre più alla stanza dove siamo:
ruota sì la chiave a vuoto, non dà scatti

 

L'opera racchiusa

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L’opera racchiusa – testi n.2

Dalla sezione Radici scoperte

 

la città arriva prima delle case
lamiere e catrami nei canali neri
dentro fiumi rivoltati in aria
sulla pancia delle pietre ride
già una neve spoglia; non ha
fine sino a che la notte versa
ai margini degli occhi tutto
acqua scura di due pozzi
scavati dentro un prato

lega un pianto sotterraneo
mute le sorgenti, tiene l’acqua
cheta, sulle mani non ci sono volti

*

non proteggono le palpebre distese
gli occhi, sulle mani un poco calmi,
attenti, ripuliti al vento, invecchiati
sulle carte scritte, crollano al primo
tremito, macerie sulle fondamenta
proprie o polvere, derisi
in atto di sbocciare, fiori

L'opera racchiusa

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