Da “Per innata difesa (variazioni sul tema dell’umore)” – 12.11.2004


[…] i movimenti di scena ingannano l’attesa, sono l’illusione di una storia quasi pronta, o già in pieno svolgimento. Tutto potrebbe svelarsi di colpo, nel frastuono di un soppalco, nello squarcio di un telone. Assisto alla farsa del muro abbattuto da risollevare, del tubo da interrare. Se solo scavassero qualche centimetro in più nel pavimento, emergerebbe il dente d’oro di un Doria in cucina e l’anello di un Doge sotto il letto: la storia ha le mani bucate.
Corre anche il fanciullo che tiene in pugno il mare, per farne dono alla madre, ma le dita non si stringono abbastanza e alla madre porgerà le mani vuote da consolare.
Questo accade, in una casa martoriata dalla storia. […]

Da Per innata difesa (variazioni sul tema dell’umore) in Quattro Quarti di Antonio Diavoli, disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet presso i principali rivenditori: barnes&noble | amazon.it | .com | .de | .es | .uk

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Quattro Quarti – Massimo Sannelli


Se la non-ragione gli permette di credere alla parola sacra, ogni parola è un’icona. Venera la poesia. Si è reso conto che la sua poesia è teatrale: uno si oppone all’altro, oppure lo adora, oppure lo uccide o ne è ucciso, o lo salva o ne viene salvato. E l’ucciso si riprende, e il persecutore ritrova la carità. L’uno diventa l’altro, e l’altro si fonde nel primo: non c’è differenza. «Voce mangia voce», ché nell’isolamento – in un silenzio pieno, che è suo, solo – vuole che la voce sia velata: nella mente, sempre, dove avvengono soprattutto questi rapporti. – Massimo Sannelli

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Quattro Quarti – Sara Veltroni


C’è chi ha parlato del libro di Diavoli come di un’opera misterica, in cui la parola, diradandosi, trasforma i testi in macro-ideogrammi; altri hanno colto, nel dettaglio eliotiano del titolo, un’ellissi (voluta?) in omaggio alla nota pseudo-biografica dei precedenti Versi Clandestini; altri ancora hanno intravisto un gioco matematico nella scomposizione e ricomposizione dell’unità: 4/4. In appendice, si legge: «Quei punti (soli) sul foglio sono l’ultima unità di tutto: il resto è poco più di una vibrazione intorno alla portante». Quei punti, quegli snodi sono le parole. Ecco allora che i Quarti sono quattro congeniali improvvisazioni sul tema dell’identità e dell’alterità, quattro piccoli concerti in luoghi differenti, un soffio scagliato contro un giorno di vento. – Sara Veltroni, ZAM

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Da “Per innata difesa (variazioni sul tema dell’umore)” – 03.11.2004


[…] Da microscopista, nella fitta tenebra del laboratorio al terzo piano, ho avuto spesso la sensazione di stare nella pancia di un grande pesce luna cieco, addormentato, o alla consolle di un sommergibile appoggiato sul fondale di una fossa, schiacciato da tonnellate d’acqua senza luce. Da dietro il periscopio, ho sperato spesso di intercettare il guizzo di un dio, o il salto di un diavolo nel buio, di vederlo spiccare sulla magra fluorescenza di un’alga, o nel palpito assetato delle ciglia di un paramecio. Ovunque abbia diretto la mia ricerca, però, ho colto solo gli artefatti delle mie protesi di vetro, i rumori elettrici, i fotoni persi a qualsiasi luce terrestre. È anche per questo che, dopo un paio d’anni, ho deciso di non proseguire il dottorato. […]

Da Per innata difesa (variazioni sul tema dell’umore) in Quattro Quarti di Antonio Diavoli, disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet presso i principali rivenditori: barnes&noble | amazon.it | .com | .de | .es | .uk

Quattro Quarti – Luca Sarti


L’unità del mondo in quattro rapide scansioni, indivisibili eppure uniche, ciascuna dichiarata e conclusa in sé, resa riconoscibile. È una poesia dell’assenza, sicuramente tra le esperienze poetiche più postume di sempre. Se esistono poeti che in vita hanno avvicinato la morte, qui siamo di fronte al ribaltamento di tale prospettiva, anche se il meccanismo si svela completamente solo dopo aver letto la biografia nell’opera precedente, Versi Clandestini. – Luca Sarti

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Quattro Quarti – Maurizio Maggioni


Nei Quattro Quarti di Antonio Diavoli, il verso libero si frantuma in brevi incisi, con frequenti rimandi a scambi d’identità letterarie (Eliot, Achmatova, Pasolini e altri). Oggetto della scarna poetica è il fenomeno singolare del cantare, del dirsi, secondo Massimo Sannelli, tra momenti di silenzio («atto minimo per portarsi altrove») e lotte esistenziali. Come l’idrometra (pag. 23) non si fa risucchiare nel proprio stagno/mondo, così il poeta incontra le superfici della propria realtà (pp. 22, 46). Il passato, l’amore vero verso i morti (pag. 54), il movimento a ritroso (Giuliano Mesa), la coda dell’occhio e gli scorci in retrospettiva (pag. 22) fanno del momento post-mortem l’unico istante possibile della ricapitolazione biografica in senso pasoliniano. – Maurizio Maggioni, Carmina

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“Quattro Quarti” – Nuova Edizione


A tredici anni dalla prima edizione per Il Foglio di Gordiano Lupi e dopo cinque di inesorabile fuori catalogo, ripropongo Quattro Quarti, secondo lavoro a firma Antonio Diavoli, dopo Versi Clandestini. Il presente volume contiene varianti significative in alcuni testi ed è arricchito, in appendice, da inediti dello stesso periodo, dalle prose, anch’esse inedite, di Per innata difesa (variazioni sul tema dell’umore) e da una sezione critica nella quale spiccano i saggi di Massimo Sannelli, Paolo Fichera e Fabio Orrico.
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Quattro Quarti

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da: Due Qualità: i testi

Il problema dell’identità implica quello della lingua (non metaforicamente: quali parole usare e perché; e le parole di chi per e contro e chi, ecc.): “[…] fare poesia, come fare l’amore, è prendere coscienza che niente è in sé, tutto è correlato, tanto che il momento di massima fusione (di amato e amata, di oggetto e parola) è il punto da cui comincia a rinascere la separazione, ricomincia a fluire il desiderio dell’altro/a, la ricerca dell’altra parola per dire ancora, dire diversamente, cantare evocativamente, cantare oltre la fine…”. [1] Infatti “sapere prima ogni mossa / veder sempre tutto / […] fa questo un poeta”.
Nei Quattro Quarti i campi semantici del tempo (vita, storia) e dell’espressione (bocca, lingua, voce, parola) sono fondamentali per capire. L’ansia metalinguistica prevale senza esitazioni. Ma non si tratta di una deriva autoriferita (rendere oggetto della poesia la poesia stessa, nel suo farsi o darsi): è forse un percorso più onesto e appropriato ad un’identità in formazione (e quindi in metamorfosi: gli stadi e i raggi, anche neri, devono essere molti). Più che la poesia, l’oggetto è il fenomeno e la meraviglia di un dire che è dirsi, in primo luogo, incarnandolo nella storia, anche minuta: “sciacquo le posate e lavo/ con le mani nella schiuma giro/ e giro il cerchio/ piatto fondo/ – ceramica o cristallo/ azzurro – di dentro levo/ asciugo/ lucido piano”.
Il dirsi impone anche il pudore, perché avviene (sta avvenendo) con meraviglia e come conquista graduale di sé in sé: di conseguenza il tu è ridotto al minimo, e compare in un solo testo (“tu scrivi”, “tu sai”). Nel quale è riassorbito, probabilmente, dall’io: non l’io trionfale che sa, ma il soggetto che sperimenta con e contro il silenzio. Proprio silenzio è una delle parole più usate nel libro, con sette occorrenze: per indicare sia il contesto della parola (cinque occorrenze) sia il nulla che può riassorbirla e vanificarla. Qui la parola è sempre tentata, non lanciata, e si sottrae al silenzio. Il procedimento riesce a creare una filologia poetica interna alla poesia: una metalingua vissuta e montata con una “selezione dei momenti” (Pasolini), quindi parte di una storia. L’arte del nuovo (il nostro) Tiresia è questa: “Il presente racconta il passato, ogni giorno mutandolo: inutile dire, inutile non dire – meglio la finzione dei versi: il loro farsi oggetto, il loro durare, il loro mutare. Fuori di sé…”.[2] […]

Massimo Sannelli

[1]: Paola Zaccaria, A lettere scarlatte: poesia come stregoneria, Franco Angeli, Milano 1995, p. 82.

[2]: Giuliano Mesa, Quattro quaderni, cit., p. 77. E cfr. la sua poesia a p. 31: “occorrerà affrettarsi / perché rimanga solo il vero / e dunque nulla, forse – / soltanto il movimento, verso // a ritroso, anche: via, e vai”.

appunto n. 3

Tempo fa, in una sera tra amici che allo Haitian Fight si celebrava il caro Pithecanthropus Erectus*, uno di noi, bassista dei Fingers, unico in grado davvero di dire qualcosa di non sentimentale intorno alla musica, cavò da una busta di cuoio uno spartito -non ricordo di chi- e lo mostrò sul tavolo: pochissime note. Come in Ungaretti le parole.
Disse che quello era tutto. Un bozzetto ed insieme il brano, proprio come noi lo conoscevamo per le radio e nei dischi. Continue reading “Quattro Quarti”

Paolo Fichera su “Quattro Quarti”

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Sui Quattro Quarti
di Antonio Diavoli

Quale realtà si pone nel simbolo? Quale realtà si pone altrove nel simbolo? I Quattro Quarti – QQ – ci accolgono non attesi, come ospiti la cui presenza non è necessaria: la soglia in cirillico non arreca traduzione: l’ospite, il noi, è ineluttabile, ma il percorso si pone come simbolo, come il calco di un corsivo su di una parola di cui non abbiamo conoscenza. E ciò che qui il simbolo ripone è un segno, un avanzamento lungo una strada già attraversata: un percorrere dopo ciò che prima è scritto. 

«poso il mio pensiero/ come gli occhi un cieco// (restando altrove)», qui il poeta dichiara il suo Tutto, pone qualcosa (il pensiero) di cui non può servirsi e di cui è inutile servirsi come un cieco i propri occhi. Una raccolta in una poesia, ma il verso finale (restando altrove) invita a varcare la soglia, nel coraggio di un’unione ora non più meta, oltre la logica e la vista.

L’iniziale definisce: primo quarto: dei luoghi. E i luoghi è il luogo delle tracce, le stesse di sempre: albero, terra, seme, radice, rami e poi acqua, luce: un percorso a ritroso dalla vita alla morte «…torna alla terra» e poi di nuovo alla vita prima, del seme e della radice, per avere dai rami acqua e luce, la sorgente che qui diviene ultima invocazione che dà al nulla e nel nulla i propri segni: un nulla-nido, nostra dimora e vanto. La prima e l’ultima poesia del primo quarto definiscono il perimetro dei luoghi: un nulla, un bianco di pagina su cui si può edificare; una pienezza possibile che ha nel silenzio l’ultimo fulgido bagliore, ma sentenziato dall’autore con parole aspre: «e mentre parli/ dai scolo al silenzio/ e lo crivelli». La vera contemplazione non è possibile, non per noi: la nostra dualità ci impone un’invocazione e la sua bestemmia. Infatti il luogo dell’autore è treno, auto, scivola, va veloce, esploratore, cercare, sbocchi, fughe, il nostro andare, strade: ogni traccia resta in movimento. Un andare fisico e temporale. Non si ha l’immobilità permanente degli atti ma la loro lenta resa.

L’iniziale definisce: secondo quarto: dei monologhi. Ciò che accoglie un luogo è il suo monologo? La sua unica parola? E qual è questa voce? Il suono di una mano sola che non ha conferma. La parola mano compare nelle prime tre poesie della sezione e non solo. La mano è ripiegata su se stessa, nel suo opposto – l’altra mano; non mano che brandisce, suona, stringe altre mani. Mano che fa ombra per non mostrare un segreto che non c’è. Il velo copre il bianco. E ciò si collega al senso di sconfitta che alimenta il primo quarto. Il poeta si fa ombra e scudo delle sue stesse parole per ricordarle e per essere ricordato. Il senso di mistica desolazione pare a metà quarto dissiparsi quando il poeta si paragona al fiume che va inevitabilmente verso il mare: in tale deriva l’acqua dà nomi alle valli e ponti ai paesi per trovare infine, nel mare apero, la luce placida. Ma la luce del poeta è la luce di un mattino: la lingua apre la bocca, il varco, deforma la bocca (ancora l’asprezza nell’atto di farsi pane comune) e dice prima. Il fiume diretto al mare ha la stessa acqua con cui alla fine, nell’ultima poesia del secondo quarto, le mani vengono lavate in un gesto quotidiano, tra posate e ceramiche. L’acqua vortice ritorna alle mani del poeta e oltre, acqua di scolo, come alla fine del primo quarto il silenzio: ora l’acqua, il silenzio, la lingua (organo) è fuoriuscita ed è notte ciò che resta.

L’iniziale definisce: terzo quarto: dei dialoghi muti. La possibilità di un noi è dichiarata. Nella prima poesia risaltano cifre numeriche: 2 e 0. Il tocco dell’Altro porta con sé la morte dell’Altro. Si sconta anche così la vita e a maggior ragione chi tenta la parola vive nel silenzio. Tale abituale consuetudine si frammenta in identità, in un rispecchiarsi di tre elementi: statua di dio sepolta, le proprie mani vuote in tasca e quelle in posa di una donna. Una trinità atea. Ciò che è diviene ciò che siamo. E infatti la poesia successiva si apre con un noi: «tra noi passa il calore/ in un’unica volta/ che tenta di unirci» e il verso seguente trova un io bisognoso di un corsivo per evidenziare l’opposto: ora l’identità è la stessa ma molteplice e il verbo è amarti. E in tale plurima dualità si ha una sospensione dal tempo, la liberazione e il risveglio dove il poeta, per la prima volta, non dà intenzioni ma con fare giocoso, come Kafka insegna, rivela le sue ultime parole. Nel respiro si concentra la parola e sempre con aspre parole, come alla fine delle prime due sezioni, si chiude il terzo quarto. Si approda alla maceria nera, in una sorta di lucidità negativa. Prima di proseguire la lettura dell’ultimo quarto si sente il bisogno di estrapolare dal testo del terzo quarto le parole lasciate in corsivo dal poeta nelle 9 poesie che lo compongono: solo | d’identità devota | io | assente | quello | nel respiro | abbocca. Si scopre un messaggio interno, del tutto coerente con la struttura di dialogo del quarto: l’Io diviene Lui.

L’iniziale definisce: quarto quarto: cesura. L’attenzione si sposta sulla doppia parola quarto. Come se gli opposti trovassero comunione. In effetti la sezione si apre con l’immagine dello specchio che non aggiunge né toglie, di una superficie che è sempre. A ogni parola corrisponde il suo doppio: sopra e sotto, e la domanda è successiva alla risposta. Ma tale equilibrio è precario e il risveglio a tale vita, la nostra stessa vita ma altra, non è permanente: solo lo starci dentro lo è. L’ultima poesia del quarto quarto e della raccolta ha il tono di una sentenza, come se dispiegasse la verità alla fine trovata, dopo che la possibilità di uno stato di lucidità superiore è stata dal poeta intravista e resa possibile ma non conquistata. L’amore vero è quello che si porta ai morti: l’Altro rimane altro, non lo si può toccare. Questo è un risveglio che ci è toccato: tale verso racchiude una violenza di significato e di forma: ci è toccato ha una connotazione negativa, come se fosse il risultato di una sorte di poca importanza; ma è soprattutto l’articolo un che dà il senso di un’atroce beffa. Neanche il risveglio ci è toccato ma uno: uno dei tanti possibili. E non lo porterai con te più via in sogno. L’altra vita alla fine, intravista, è stata un sogno. La nostra si vive qui nel nostro altrove.

Paolo Fichera