Da cosa si divide il tempo – Profilo Minore

Da Profilo Minore, raccolta inedita.

da cosa si divide il tempo,
da che ammasso immobile
e coeso elide i piccoli residui,
numerosi al conto delle parti,
che s’accumulano in secoli
e millenni; cosa erode
senza fine i margini,
come si frantuma sempre
in punto di finire, mai
sfinito, nella brevità
spezzato, mai scalfito
nella fibra ultima

San Felice sul Panaro, 20 maggio 2012

Nei giorni del terremoto in Emilia, dalle macerie di parole che sempre cerco di ricondurre a un senso, si aprì d’un tratto questo canto. Eppure non avevo alcun contatto diretto nelle zone colpite, nessun amico o amica mai di quelle parti. Un’infinita pena mi infliggevano gli stralci dei giornali e i volti in primo piano nelle foto e tutti quei frammenti scomposti nel dolore.
Questi versi sono la forma che non si può abitare perché perennemente in bilico, la nostalgia di casa e la paura rimaste nelle crepe al muro.
Avrei voluto fare qualcosa di più che scrivere, ma ancora non ci son riuscito.

 

senti? polvere che adorna la rovina della terra
si solleva a scatti, a sciami afferra le caviglie,
alle radici stringe la sua frusta e tira, strappa
i vetri e vortica tra i buchi, si divarica in fessure,
sale sradicando arbusti e vene nella roccia,
artigliando travature in bilico sul vuoto
nei cantieri, scortica grovigli elettrici
di cavi, scaraventa recidiva nugoli
di pietre e fumo, toglie il peso ai vivi

dopo la vertigine la veglia, le vigilie
mute d’altri tuoni senza lampi, notte
e giorno stesi nei rigurgiti, nei gorghi,
le gengive nere per la terra, gonfie
di poltiglia densa e getti d’acqua
ininterrotti – l’emorragia continua

cancellate, crepe e cumuli di pietre
circondano a settori il vuoto:
qui un altare senza ceri o croci,
lì un giardino sconsacrato senza fiori

i fischi, i pianti, i gridi e le sirene
ricadono più inerti di macerie,
è solo un alveare di arnie vuote
la città, in cui non c’è più casa,
o cosa intatta, o verbo a ricucire
il labbro alla ferita e metterli tacere

semi secchi senza odori, rotti, ossi,
tonfi sordi, rotolati nei rigagnoli dei fiumi,
rimangono sospesi in acqua che non scorre
e trema con la terra e col sudore sulla fronte

nello spasmo che contrae le viscere vacilla
ancora la città sui resti, l’acqua erompe
densa dagli scantinati, spinge i suoi rifiuti
morti fuori, i gusci e le immondizie, i mezzi
vivi ad occhi chiusi in agonia da parto

sino a che c’è forza da sfogare, il ventre
inciso, smarginato, prosciuga le sue piaghe,
non si cuce addosso la voragine che sputa,
ingoia e sputa coi detriti il sangue

la polvere s’affina nella luce alle fessure,
la pioggia ferma cenere che soffia il fuoco
spento e fa cadere a peso il fumo; scure
spire di fuliggine tempestano i gironi
terrestri, neve nera di altri giorni porta il buio