Voce (Голос) – Nika Turbina

По аллеям парка
Шариком хрустальным
Голос твой звенящий
Обогнал меня.

Пробежал по крышам,
Пробежал по листьям,
В шорохе осеннем
Музыку поймал.

Вдруг остановился
Возле той скамейки,
Где стоял разбитый
Уличный фонарь.

Шарик твой хрустальный
Заискрился смехом.
И фонарь разбитый
Вдруг светиться стал.

*

Mi è passata accanto
lungo i viali del parco
la tua voce, un suono,
sfera di cristallo.

Sopra i tetti ha corso,
si è infilata tra le foglie,
una musica ha raccolto
nel fruscìo d’autunno.

Di colpo s’è fermata
accanto a una panchina
dove rotto era
un palo della luce.

La tua sfera di cristallo
scintillò d’un riso
che riaccese a un tratto
quel lampione spento.

 
© Eredi di Nika Turbina
© Traduzione di Federico Federici

Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
Disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet.
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Voglio sola con te sedere – Nika Turbina

Я хочу с тобой одной
Посидеть у дома старого.
Дом стоит тот над рекой,
Что зовут Воспоминанием.
След ноги твоей босой
Пахнет солнцем лета прошлого,
Где бродили мы с тобой
По траве, ещё не скошенной…
Голубели небеса,
Исчезая за околицей,
И звенели голоса…
Вот и всё, что нам запомнилось…
И отсчёт всех дней
Подошёл к концу,
Стаи птиц – все дни –
Собрались у ног…
Покормить их чем?
Не осталось строк.

*

Voglio sola con te sedere
un po’ nella vecchia casa,
la casa che dà sul fiume
che ha nome memoria.
L’impronta del tuo piede nudo
sa ancora di sole
di una estate trascorsa,
dove andavamo insieme
sull’erba da falciare.
Si faceva azzurro il cielo
e dietro il cancello sparivano
le voci ancora risuonando:
ho questo ricordo
e nient’altro.
Termina il conto dei giorni,
e quasi stormi di uccelli
ai miei piedi si sono raccolti:
di cosa potranno nutrirsi?
Non restano versi.

 
© Eredi di Nika Turbina
© Traduzione di Federico Federici

Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
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Da salire e scendere gradini – Nika Turbina

Ступеньки вверх,
Ступеньки вниз –
Кружется голова.
Ступеньки вверх,
Ступеньки вниз –
Как жизнь моя мала!
Но не хочу
Я верить в то,
Что смерть придёт ко мне,
Что не увижу никогда
Я снега в январе.
Весной
Я не сорву цветов
И не сплету венок.
Прошу!
Не надо лишних слов,
А просто верьте в то,
Что утром снова день придёт,
И будете опять
Ступеньки вверх,
Ступеньки вниз,
Летя по ним, считать.

*

Da salire
e scendere
gradini –
mi gira la testa.
Da salire
e scendere
gradini –
com’è piccola la vita!
Non voglio credere
che da me verrà la morte,
che mai vedrò
la neve di gennaio,
che non raccoglierò
più fiori a primavera
per fare una ghirlanda.
Vi prego!
Non ditemi altro.
Abbiate solo fede
che al mattino sarà giorno
ancora e avrete
da salire e scendere
gradini al volo,
e tutti li conterete.

 
© Eredi di Nika Turbina
© Traduzione di Federico Federici

Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
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Pioggia, notte, una finestra infranta – Nika Turbina

Дождь, ночь, разбитое окно.
И осколки стекла
Застряли в воздухе,
Как листья,
Не подхваченные ветром.
Вдруг – звон…
Точно так же
Обрывается жизнь человека.

*

Pioggia, notte, una finestra infranta.
E le schegge al vetro
puntano nell’aria,
come foglie che non stacca il vento.

D’improvviso – un tocco.
E così s’infrange
vita a un uomo.

 
© Eredi di Nika Turbina
© Traduzione di Federico Federici

Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
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ника турбина – inediti (e altri testi dimenticati)

I testi che seguono sono inediti in traduzione, presentati per la prima volta sull’ultimo numero della rivista Ulisse (n. 15, 2012). Ringrazio la famiglia di Nika Turbina e tutte le persone che le sono ancora vicine per la pazienza e il supporto al mio lavoro. Attualmente è in preparazione un’edizione trilingue (russo, inglese, italiano) che riporti in luce le parti meno esplorate del suo percorso poetico e raccolga a margine alcuni appunti dal diario.

Белый лес.
Белые глаза.
Люблю белое.
Хотелось снегурочкой стать –
Строка обгорелая.

Bianco, il bosco.
Bianchi, gli occhi.
Sono bianche le cose che amo.
Il mio desiderio di fanciulla di neve, [1]
ridotto a una riga bruciata.

Слышу звук свой
Надорванный,
В нем мысли и чувства
Собраны.
Строчку диких рисунков
В стихах запишу –
Почитать бы кому. Continue reading “ника турбина – inediti (e altri testi dimenticati)”

Su alcuni inediti di Nika Turbina


Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
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Pesciolino d’oro

Hanno ingannato il pesciolino d’oro:
tutti i suoi regali resi.
Persino le parole
da lui dette sull’amore
abbiamo dato indietro:
un amaro inizio…
Poi perché di nuovo
dall’orlo di un dirupo
supplicanti con lo sguardo
ci aspettiamo una parola?

Italia – Yalta 1985

[I venti freddi portano stanchezza]

Son fiaccati i venti freddi.
Hanno messo Cristo in una croce nel cortile.
Van qua e là come cinghiali, i bambini
sopra un’erba secca che non è la loro terra.

Scopa uno spazzino i marciapiedi.
Non c’è più luce nella lampada da notte.
Il sangue perso alla memoria, a gocce,
non ha più da tempo alcun colore.

[Mi hanno tormentata le parole nuove]

Mi hanno tormentata le parole nuove.
Ora qui tralascio qualche lettera,
ora lì un accento manca.
Mi sono vantata a lungo
di quella che ho scordato.
Così facile da dire.
Mi regala il suo valore il tempo
– che è l’Amore –
nel presentimento della quiete.

[Qualcosa fa una crepa in questa pace finta]

Scricchiola qualcosa in questo mondo finto.
La vita scola rapida nei tubi.
…Come un rivoletto d’acqua, esagerando,
cade dal balcone
vanta d’aver fatto lui da testimone
alla storia della «Creazione»…
Uno, di passaggio, dà una mano:
giunto a caso ha letto versi
dedicati a me,
pensieri arditi chiusi nelle rime,
sfiorando appena le parole,
dunque? ha ragionato audace, con intelligenza sulla vita
nel subbuglio di profondi inchini familiari.
Ha tracciato a un vetro di finestra
il mio destino,
un guazzo di colori,
che si lava via con lacrime di sale.
Ho rimescolato anch’io
la vita lungo i tubi,
affrettandomi in un rivoletto d’acqua.

Estratti da Sono pesi queste mie poesie, di Nika Turbina, traduzione dal russo e cura di Federico Federici (Edizioni Via del Vento, 2008, ISBN 978-88-6226-017-6);

Gli ultimi testi in Sono pesi queste mie poesie non appartengono al primo lavoro già edito di Nika Turbina, Quaderno di appunti.
Pesciolino d’oro, scritto tra l’Italia e Yalta nel 1985, in concomitanza della visita a Venezia per la consegna del Leone d’oro, chiude una breve sequenza di inediti, ispirati a quel viaggio che toccò molte città. In essi, accanto all’apparente marginalità delle occasioni (un motivetto italiano che risuona nella trattoria da Gino, la calura dei pavimenti assolati, i gatti randagi e i corvi al Colosseo), è la consueta febbre d’Universo, latente nelle cose, stretta nell’accostamento lieve di due versi, che non fa rumore: «Nudi i piedi sulla sabbia, / le tracce rimangono lontano». Non è a caso che proprio Pesciolino d’oro, che ribalta in qualche modo lo schema classico dell’omonima fiaba russa, chiuda la sequenza: il ritorno a casa ristabilisce forse il sofferto primato della vita sulla pur breve fortuna del sogno.
Per gli ultimi tre testi inseriti nel libretto invece, posteriori al 1990, una datazione più precisa non è possibile. Nika Turbina non era solita indicare luogo e data della prima stesura, forse per abitudine a una forma di istintiva oralità che, sin dall’infanzia, aveva accompagnato le sue creazioni, quando toccava alla madre il compito di riportare su carta le parole. Il periodo in cui sono stati scritti, però, è certamente quello che ha inizio col suo trasferimento a Mosca, per continuare gli studi presso l’Istituto di Cinematografia e l’Istituto di Cultura.
Risulta al momento difficile tracciare un percorso chiaro e organico della sua poetica in età matura, ma ritengo che, in quello che sinora ho tradotto dall’archivio, siano già individuabili alcune linee, il cui spessore e la cui rilevanza andranno valutati e confermati a lavoro ultimato.
I temi a lei cari sin dai primi esperimenti poetici continuano ad agire: l’isolamento, l’infanzia persa o tradita, l’alterna fiducia nel potere salvifico della parola «Mi hanno tormentata le parole nuove. […] / Mi sono vantata a lungo / di quella che ho scordato», il dialogo con una figura lontana o assente in cui s’incarna disperata la cura per gli affetti più vulnerabili «Mamma, mamma, una culla in seta / rossa come frangia sopra gli occhi». Accanto ad essi affiora occasionalmente una connotazione più civile, che rivela radicato amore e senso di appartenenza per la propria terra: «Sciogliere / le briglie all’anima, / scaldare le persone / con la forza oscura / di un amore grande. / La patria / che amo ardentemente».
Il linguaggio si carica di immagini, a volte delicate e nitide come nelle poesie d’infanzia, a volte articolate, quasi indistricabili «Scricchiola qualcosa in questo mondo finto. / La vita scola rapida nei tubi. /…Come un rivoletto d’acqua, / esagerando, / cade dal balcone / vanta d’aver fatto lui da testimone / alla storia della “Creazione”…», cariche di un’ansia e di un vigore nuovi, in cui lascia la parola solo un margine tagliente alla rassegnazione: «Passar / davanti alla bugia su un cavallo, / fare un nodo alla criniera. /Ai bambini dar la gioia / sorridendo alle sventure».
A tratti, ma con maggior frequenza che in passato, si trovano poesie ridotte al nucleo di una fiaba, in un’atmosfera tra epos e mito. Un testo, La rana zarina, ripete il gioco felice di Pesciolino d’oro, adattando e trasformando in chiave personale il contenuto originario della fiaba «Lascia che sia io / il tuo passato, / non bruciare quella pelle ora / che sfilo di dosso»; un altro sembra disegnare la figura di una Penelope di oggi, in una misteriosa atmosfera carica di attesa, durata anni o giorni, dell’amico/amante che si è allontanato e sta per ritornare «Srotolo il gomitolo – / da tempo non lo lavoravo io per te».
Oggi la lettura di tutti questi versi suscita in alcuni meraviglia, sconforto o sospetto in altri, presi più da un’ansia di morbosa indagine biografica, che da un interesse vero per la poesia, cui tutto pur si riconduce. Si dovrebbe prendere allora diversamente in considerazione chi li ha scritti: Nika Turbina. Come è indicato nella nota fornita dalla famiglia, e come si può intuire anche da fonti non ufficiali, rintracciabili su articoli sparsi e in rete, Nika trascorse l’ultima parte della propria vita lontano dall’interesse generale, quello stesso interesse in seguito più volte suscitato dalle tragiche circostanze della sua fine, dopo un’infanzia di rapidi successi e di promesse. I testi sono allora stati spesso preferiti in qualità di indizi di un malessere tutto personale, che l’ha condotta sino all’ultima fatalità, in quella notte in maggio.
Non è certo il primo caso in cui episodi della vita di uno scrittore vengono riletti o esasperati a posteriori, per giustificare, quasi profeticamente, il legame tra scrittura e vita. Si tratta per lo più di cose di poco conto, buone per un trafiletto in riviste o quotidiani, in cui la retorica della bimba, che scrive meraviglie e recita indossando l’orologio dei Puffi, o quella affine della donna, che si getta, all’apice della disperazione, da una finestra, dopo avere spesso invocato il vuoto «In piedi sui confini: / solo un passo ancora, / avanti! Verso l’immortalità», hanno ancora una certa suggestione sull’ingenua sensibilità di molti.
A mio modo di vedere, invece, la questione sui testi e la vita di Nika Turbina, va inserita in un contesto più ampio, nel quale la ricostruzione (перестройка) di quegli anni non può essere completamente tralasciata. Chiunque viva in società o, con metodo e coraggio, tenti di sottrarsi ad essa, è prima di tutto venuto in contatto con qualcosa che lo ha segnato nel profondo, qualcosa da cui si è sentito definitivamente respinto o attratto. In questo senso, la portata degli eventi che investirono l’Unione Sovietica nella seconda metà degli anni Ottanta, la progressiva frantumazione di quel tessuto connettivo unico, in un territorio così vasto ed eterogeneo, non può avere inciso su spiriti sensibili toccandoli soltanto nella vocazione artistica. L’apertura ad Occidente, il contatto con la sua economia, il suo spirito poetico, hanno certamente disegnato gli spazi di un’altra quotidianità, posto in vivo le coordinate di un’altra cultura possibile, le sue istanze e le sue forme, procedendo dalle periferie sino al cuore centrale di Mosca, Leningrado, travolgendo la rete/gabbia di certezze cui si trovava ancorato l’individuo.
Qualcosa era già penetrato nei primi anni Ottanta, in cui esperienze diverse, ancora più o meno isolate o individuali, avevano iniziato a confrontarsi con la rinuncia, tipicamente occidentale, del poeta a farsi depositario unico dei codici di una coscienza condivisa. È a questo punto che l’estenuante scavo del verso, alla ricerca del suo ultimo strato significante, diviene per molti indagine rischiosa sul nervo stesso della vita, irritato, scarnificato, provocato al continuo conflitto di parola e corpo, sino al punto in cui né la scrittura ha più strumenti o forza per arginare il corpo, né il corpo riesce a farsi più carico della parola e si frantuma insieme al testo in un unico atto di in-comprensione.
Nella notte tra il 6 e il 7 maggio del 2001, ad appena ventisette anni, Boris Ryžyj, geofisico e poeta, si impicca nella sua abitazione di Ekaterinburg, con un gesto inaspettato, ma, si scoprirà, meticolosamente studiato e preparato. L’11 maggio 2002 la tragica fine di Nika Turbina a Mosca, con il volo da una finestra del suo appartamento: ultimo, disperato tentativo di abdicare la vita o disgraziata coincidenza, l’equilibrio perso malamente sedendo al davanzale, attratta da quel vuoto come da bambina? [1]
In entrambi i casi si tratta di personaggi, per circostanze diverse, già sottratti all’attenzione collettiva, ai quali mal si adatta la dialettica del genio, che, in un impeto tragico, accede al mito figurandosi la morte, tanto più in una società che andava trasformandosi in senso opposto, rinunciando alla figura del poeta-titano di chiara matrice novecentesca. Non si può parlare allora strettamente di letteratura-vita come causa-effetto, come se da ultima la vita aspirasse a una mimesi del testo (o viceversa). Tracciare una demarcazione netta, sostenere le ragioni della letteratura a fronte di quelle della vita, affidando all’una il compito di spiegare l’altra, è un approccio persino troppo superficiale, arbitrario, fitto di implicazioni più ideologiche che reali. E maggiore è il talento con cui ci si confronta, più vana è la pretesa.

Federico Federici

[1] La famiglia racconta di una ragazza che stava superando ansie e insicurezze, che immaginava ancora il suo futuro. Bisogna ricordare che, a seguito del tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997, Nika Turbina era stata sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le avevano permesso di tornare, pur con qualche difficoltà, a camminare, lasciandole però problemi alla schiena.

An eight year-old poet

[1] The eight year-old poet’s name is Nika Turbina. She was born on December 17, 1974 in Yalta and, by an amazing coincidence, is at the very school in Yalta where once upon a time Marina Tsvetayeva attended high school. Nika’s grandfather – Anatoli Ignatievich Nikanorin – is a poet, the author of several volumes of poetry. But lots of people study in Tsvetayeva’s school and lots of people have poets as grandfathers.
It is no accident that I call Nika a poet and not a poetess. From my point of view an eight year-old poet is a rarity and perhaps even a miracle. A child once wrote the lines: ‘Let there always be the sun, let there always be mama, let there always be me‘, which became the refrain of a famous song. A poet is one whose lines form a unity – the author’s character, his image. From our adult point of view, a child isn’t even a poem, but only its opening line. Can something that is only forming form an image? Rarely, but it can. Most examples come from music: let us recall, first and foremost, Mozart. The Italian conductor Willi Ferrero became world famous before he was ten but neither he nor our violinist Busya Goldshtein, who gave major concerts at an early age, became geniuses as expected. But they did remain solid professionals, which is also no small thing.
Did they not as children give adult listeners the rare joy of a miracle? Roberto Loretti’s voice lost its divine charm with age, but even to this day his thin voice singing ‘Santa Lucia’ resounds in our grateful memories.
When you come across a rare early talent in children, you should not worry ahead of time that they might be spoiled by excessive attention. It is more dangerous not to give that attention in time. If it is necessary for adults, then why not give it to children? It must be admitted that in the case of artist Nadya Rusheva the acclaim was belated in her lifetime. Not out of hostility but bewilderment in the face of her ‘non-childlike’ drawings. We have created incredible conditions in our country for the development of art and culture in children. But sometimes we ‘overorganize’ this development, approach it with preconceived adult paradigms, beginning in nursery schools and kindergartens to saddle children with rather coarse sloganlike verses, written in pseudochild’s language. The magazine Komsomolskaya Pravda has written justly about this more than once. For some reason we try to develop a childish culture in children and are frightened by any manifestation of adulthood. But maturity in children is a phenomenon requiring the most caring and tactful noninterference combined with the most caring and tactful support.
Nika Turbina was discovered by Komsomolskaya Pravda, which printed her major cycle when she was eight, and then central television invited her to read her poetry to an audience of millions when she was not yet nine. I must admit that I missed the publication and did not see her on the screen, but from every side I heard the most varied reactions, some awed, some cautious – ‘I hope they don’t drive the child crazy, turning her into a wunderkind‘ – and some out-and-out suspicious – ‘She couldn’t have written them herself… They’re much too adult.’
As a high school student, Tsvetayeva wrote:

For my verses, as for precious wines
the time will come…

But, Tsvetayeva was fifteen, and here we have an eight year-old. In the context of today’s catastrophic increase in the median age of young poets, now reaching forty, it seems almost improbable that Mayakovsky had written A Cloud in Trousers when he was ‘handsome and twenty-two‘. And now we have an eight year-old poet… An unexpected leap, covering the gaping emptiness of several generations. Perhaps because we are so eager for new, bright names, impatience might fool us in our appreciation?
I was sceptical until the summer of 1983 when I met Nika at Pasternak’s house in Peredelkino. I went there with my English translator Arthur Boyars and my publisher Marion Boyars after a visit to Pasternak’s grave. I asked them if they would like to see Pasternak’s house which was kept exactly as it had been in Pasternak’s life time by his daughter-in-law. By chance Nika Turbina and her mother were visiting from Yalta. Over a cup of tea I asked Nika to recite her poems to us. After the first few lines I lost all my doubts – her poems were not the fruit of literary mystification. Only poets can read like that. In her voice I could sense a special, I would say a sustained, ringing. Later, at my request, Nika’s mother gave me everything she had written and I realized that what I had before me was more than individual poems – I had a book, because everything came together into the image of a personality.
I found quite a few weaknesses in her poems but I did not want to impose my corrections on Nika – I wanted her to make them herself. Nika defended her poems with the dignity of a small queen who felt the weight of a heavy metal crown on her head. Thus, for instance, I could not convince her that the word for nettles (krapíva) was not stressed on the last syllable. I suggested that she replace it with tryn-travá. Nika resisted. ‘I’ve heard peasants say krapivá.’ Nika knows her own worth. But never once did I feel that this was the conceit of a spoiled child: it was only the natural difficulty of thought about her difficult craft. When Nika agreed to something, it came with difficulty, as it should have morally. Only after inner re-evalutation. She does not yet have professional tricks but she does have a professional respect for the writer’s craft. This book was edited only with her participation.
Nika Turbina’s book is a unique phenomenon not only because it is written by an eight year-old girl. This book makes one think that children in general perceive the world in a much more adult way than we think, but not all children know how to express that and Nika does. There is much that is purely private, diary-like, in this book. But still, one should pause and think over its many tragic intonations, for other children must have the same acute sense of contemporaneity, the burning sense of someone’s lies, and of tackiness, and the aching sense of anxiety for our planet.
Nika’s poetic diary, thanks to its vulnerable sincerity, becomes the diary of other children, those who do not write poetry.
Will Nika ever become a professional poet? Who knows…
She herself answered the question seriously and cautiously:
I don’t know. My fate will tell… But it seems to me that that is not the important thing.’
What is important for you?
Nika thought. ‘The important thing is truth… I began composing verse out loud when I was three…I banged my fists on the piano and composed…The poems came to me as something incredible that comes to you and leaves…But for now it hasn’t left. Like a dream that doesn’t leave. When I write, I have the feeling that a person can do anything if he only wants to…There are so many words inside that you get lost. A person must understand that his life is not long. And if he values his life, then his life will be long, and if he deserves it, it will be eternal, even after death.
Nika’s answer to the question of who was her favourite poet, I admit, amazed me.
Mayakovsky.’
I burst out, ‘But you’re nothing like him…
Nika replied, ‘That doesn’t matter. His poetry gives me strength. I can go farther and farther…
Nika and I chose the title for this volume from one of her poems. An eight year-old child is in some sense a first draft of a person. As forms of poetic thought are born and expanded in a draft, the features of future moral maturity develop in a child.
I hope that as readers pick up this slim book and open it they will enter the complex secret world not simply of an eight year-old child but of an eight year-old poet and will think once more of the many spiritual riches which our children are endowed and of the fact that we must guard these riches from the threat of destruction that hangs over the heads of the children of the world.

Yevgeny Yevtushenko

Un poeta di otto anni
traduzione di Federico Federici

Il poeta di otto anni si chiama Nika Turbina. È nata il 17 Dicembre 1974 a Yalta e, per una meravigliosa coincidenza, frequenta a Yalta la stessa scuola dove una volta studiava Marina Tsvetayeva. Il nonno di Nika – Anatoli Ignatievich Nikanorin – è poeta e autore di parecchi volumi di poesia. Molte persone studiano però nella scuola della Tsvetayeva e altrettante persone hanno nonni che sono poeti.
Non è un caso che io chiami qui Nika poeta e non poetessa. Dal mio punto di vista un poeta di otto anni è qualcosa di raro e forse persino un miracolo. Un bambino scrisse una volta i versi: ‘Che ci sia sempre il sole, che ci sia sempre la mamma e che sempre ci sia anche io‘, che divennero poi il ritornello di una famosa canzone. Poeta è chi scrive versi che formano una unità – il suo carattere, la sua immagine. Dal nostro punto di vista di adulti, un bambino non è neppure una poesia, ma solo il suo primo verso. È possibile che qualcosa che ancora si sta formando, costituisca già un’immagine? Raramente, ma è possibile. La maggior parte degli esempi ci viene dalla musica: il primo e più famoso è Mozart. Il direttore d’orchestra italiano Willi Ferrero divenne famoso in tutto il mondo quando non aveva ancora compiuto dieci anni, ma né lui, né la nostra violinista Busya Goldshtein, che diede i suoi maggiori concerti in precoce età, divennero poi geni come ci si aspettava. Tuttavia rimangono rispettabili professionisti, il che non è cosa da poco.
Hanno dato, non più bambini, la rara gioia del miracolo agli adulti che li hanno ascoltati? La voce di Roberto Loretti ha perso con l’età il suo fascino divino, ma ancora oggi, il modo sottile in cui intona ‘Santa Lucia’, risuona gradito nei nostri ricordi.
Quando ti imbatti nel raro e precoce talento dei bambini, non dovresti preoccuparti anzitempo che potrebbero rimanere viziati da un’eccessiva attenzione. È assai più pericoloso non dare attenzione per tempo. Se è necessaria agli adulti, perché non dovrebbe esserlo per i bambini? Bisogna ammettere che nel caso dell’artista Nadya Rusheva il riconoscimento arrivò tardivo in vita, non per ostilità nei suoi confronti, ma per sconcerto di fronte ai suoi disegni che non avevano nulla di infantile. Abbiamo creato nella nostra nazione condizioni incredibili per lo sviluppo dell’arte e della cultura dei bambini, eppure talvolta questa organizzazione è eccessiva, ci avviciniamo con i paradigmi preconcetti tipici degli adulti e cominciamo quando sono ancora nella culla o all’asilo ad appioppare loro brutte filastrocche, in versi di scarsa fattura, scritte in un linguaggio infantile artefatto. La rivista Komsomolskaya Pravda ha giustamente affrontato questo argomento già diverse volte. Per qualche ragione siamo portati a stimolare nei bambini una cultura infantile e siamo spaventati dalla possibilità che si manifestino in loro tratti più maturi. Per questo la comparsa di tratti maturi nei bambini richiede cura e discrezione, capacità di non interferire, combinate però a quella di offrire, con altrettanta discrezione e cura, un supporto.
Nika Turbina fu scoperta da Komsomolskaya Pravda che ne pubblicò i lavori quando aveva solo otto anni; a ciò seguì l’invito della televisione di Stato ad apparire e leggere di fronte a una platea di milioni di spettatori, quando ancora non aveva compiuto nove anni. Ammetto che persi la pubblicazione e non vidi la trasmissione in TV, ma raccolsi da più parti le più disparate reazioni, alcune di sgomento, e caute – ‘Spero che non facciano impazzire la bambina, trasformandola in un prodigio‘ – altre apertamente sospettose – ‘Non può averle scritte lei quelle cose…Sono troppo mature.
Quando ancora studiava al liceo, Tsvetayeva scrisse:

Per i miei versi, come per i vini di un certo pregio
verrà il tempo…

Tuttavia, Tsvetayeva aveva già quindici anni, mentre qui abbiamo una bambina di otto anni. Nel contesto odierno di un catastrofico aumento dell’età media dei poeti giovani, ora fissata intorno ai quaranta anni, sembra incredibile che Mayakovsky abbia scritto A Cloud in Trousers quando era ‘bello a ventidue anni‘. E ora abbiamo di fronte un poeta di otto anni. Un balzo inatteso, che copre la voragine aperta di parecchie generazioni. Forse la smania, l’impazienza di avere sempre nuovi, luminosi nomi, potrebbero farci prendere un abbaglio?
Fui scettico sino all’estate del 1983 quando incontrai Nika nella casa di Pasternak a Peredelkino. Ero passato di lì con il mio traduttore inglese Arthur Boyars e il mio editore Marion Boyars, dopo una visita alla tomba di Pasternak. Chiesi loro se avessero voluto visitare anche la casa, che era tenuta esattamente come quando Pasternak era in vita dalla nuora. Per caso Nika Turbina e sua madre erano giunte lo stesso giorno in visita da Yalta. Davanti a una tazza di tè chiesi a Nika di recitare per noi le sue poesie. Bastarono pochi versi a far cadere in me ogni dubbio – le sue poesie non erano frutto di una mistificazione letteraria. Solo i poeti sanno leggere a quel modo. Nella sua voce riuscivo a presentire un richiamo speciale, oserei dire sostenuto. Più tardi, su mia richiesta, sua madre mi diede tutto quello che Nika aveva scritto e mi resi conto che avevo di fronte non semplici poesie sparse, ma un vero e proprio libro, perché tutto concorreva a rappresentare l’immagine chiara di una personalità.
Trovai alcune piccole ingenuità nei testi, ma non volli imporre a Nika le mie correzioni – volevo che fosse lei stessa a farle. Nika difendeva le sue poesie con la dignità di una piccola regina che senta il peso di una corona di metallo sulla propria testa. Così, ad esempio, non riuscii a convincerla che il termine usato per ortiche (krapíva) non era accentato sull’ultima sillaba. Suggerii che venisse rimpiazzato con tryn-travá, ma Nika insistette: ‘Ho sentito contadini dire krapivá‘. Nika conosce il proprio valore, ma mai una volta mi è capitato di percepire la presunzione di una bambina viziata: si trattava sempre, solamente, della naturale difficoltà di fronte al proprio compito. Quando Nika conveniva su qualcosa, ciò accadeva con una certa difficoltà, perché tutto doveva essere accettato moralmente, interiormente ri-valutato. Non ha ancora evidentemente la malizia di uno scrittore di professione, ma ha un rispetto professionale per ciò che fa la scrittura. Questo libro è stato pubblicato solo con la sua partecipazione.
Il libro di Nika Turbina è un fenomeno unico non solo perché è scritto da una ragazza di otto anni. Questo libro lascia intendere che i bambini in generale hanno una percezione del mondo molto più matura di quanto ci si aspetti, ma non tutti i bambini sanno come esprimerla, mentre Nika è capace di farlo. Ci sono molte pagine di diario, questioni puramente private in questo libro. Eppure, uno dovrebbe fermarsi e considerare tutte le tragiche intonazioni che contiene, perché anche gli altri bambini devono avere lo stesso acuto senso della contemporaneità, la viva impressione della menzogna, della viscidità, la stessa dolorosa preoccupazione per il nostro pianeta.
Il diario poetico di Nika, nella sua vulnerabile sincerità, è insieme il diario di tutti gli altri bambini, quelli che non scrivono poesia.
Diventerà mai Nika, un giorno, poeta di professione? Chi può dirlo…
La sua stessa risposta in proposito è seria e cauta:
Non lo so. Spetterà al destino dirlo… Ma non mi sembra che la cosa sia importante.
Che cosa è importante per te?’
Dopo averci pensato su, rispose: ‘Ciò che importa è la verità… Ho iniziato componendo versi ad alta voce quando avevo tre anni… Picchiavo i miei pugni sul pianoforte e componevo… Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge e di nuovo di lascia… E questa cosa per il momento non se ne è andata. Come un sogno che non svanisce mai completamente. Quando scrivo, ho l’impressione che una persona possa fare tutto ciò che vuole… Ci sono così tante parole dentro da smarrirsi. Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte.
Devo ammettere che anche la risposta di Nika su quale fosse il suo poeta preferito non mancò di stupirmi.
Mayakovsky.
Ma tu non hai nulla in comune con lui…‘ proruppi.
Non importa. La sua poesia mi dà forza. E con quella forza posso andare dove voglio, sempre più lontano…‘ rispose.
Il titolo di questo libro è stato scelto insieme a Nika, prendendolo da una delle poesie. In qualche modo, un bambino di otto anni è un primo abbozzo di persona. Così come le forme del pensiero poetico nascono e si espandono da una prima bozza, altrettanto si sviluppano nel bambino gli elementi della sua futura maturità morale.
Spero che, prendendo questo libretto tra le mani, i lettori entrino nel segreto e per nulla scontato mondo, non semplicemente di una bambina di otto anni, ma di un poeta di otto anni, e considerino, una volta ancora di più, la ricchezza spirituale di cui sono dotati i nostri bambini e come proprio questa ricchezza vada guardata da tutte le molte minacce di distruzione, che pendono sulle teste dei bambini nel mondo.

Yevgeny Yevtushenko

[1] First Draft, Nika Turbina, page 9 – 13, first published in Moscow, USSR, 1984

© Ника Турбина

Nika Turbina, Federico Federici, 2018, (It-Eng). ISBN: 978-0244998455.
Disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet.
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La nuovissima poesia russa

La frantumazione del nuovo verso russo è soprattutto ridiscussione dei rapporti tra luoghi (Mosca, San Pietroburgo) e altri luoghi (Ekaterinburg, Perm΄, Celjabinsk, Novosibirsk), i cui legami portano oltre confine: Francia e Germania, ma anche Stati Uniti. Non si tratta solo più del dibattito su riviste ufficiali (Literaturka) intorno all’eredità del passato, né dell’esplorazione in periferia di nuove scritture da ricondurre al solco di una coscienza comune, già condivisa per exempla. Al contrario, è una fuoriuscita che non rivendica precedenti e che si colloca nello spazio improvvisamente aperto negli ultimi decenni verso Occidente («Ereditarietà associata a trauma durante il parto-/l’anima è libera», Boris Ryžyj). Se negli ambienti più conservatori è ancora difficile incontrare un’autentica apertura che vada oltre la polemica rassegnazione, non tutta la poesia contemporanea contrasta al negativo con la tradizione.
Da luoghi un tempo minori e sede al più di tradizioni locali, tenta oggi la sua liberazione l’individuo. Ogni individuo, perché è figura di uomo che può essere ovunque, simultaneamente nella rete informatica, ma unicamente resta in sé, manifestazione in conflitto perpetuo con la morte e incapace di un adattamento vero alla vita («è irrequieta la mia pace,/ la felicità non porta altra felicità», B. Ryžyj). Il vecchio titano moscovita diviene oggi giovane angelo degli urali, senza riduzione apparente della propria misura estetica.
Nella vicenda esemplare di Ryžyj, questa frantumazione non può identificarsi tout court con una progressiva assimilazione dell’individualismo occidentale. Si tratta quasi di una forma di solipsismo necessario, che è forse già nella tradizione, nella misura in cui la lingua si riconosce come elemento costitutivo dell’esistenza (Sergej Esenin) e, al tempo stesso, suo limite («però mancava sempre un verso o una rima/ per essere felice», B. Ryžyj). Il limite esiste e la creazione non può rimandarlo anziché rinvenirlo: la sconfitta calcolata di Ryžyj, quasi un occultamento nella tradizione, che la parola non celebra ma dichiara, è uno degli atteggiamenti possibili. Ovunque la lingua si confronta con la sua possibilità/impossibilità a costruire la vita, non semplicemente a testimoniarla.
La tensione tra vita e lingua si rispecchia nella concezione neomistica dei lavori di Marianna Gejde, nei quali parola scritta e creazione riconoscono un identico principio costitutivo, come nello sguardo in origine di Dio che attraverso la Torah crea l’Uomo. Su questa traccia, la parola induce anche un moto a ritroso: dal creato/nominato alla creazione/nominazione, come in un principio biblico per il quale nella parola si celino a priori tutte e sole le possibilità dell’essere.
La purezza linguistica è preservata, la citazione riportata non in lingua, ma il carattere meticcio può diventare oggetto di una dichiarazione che ha, nel contesto, valore ontologico, perché nella lingua si fonda l’identità di chi scrive e di chi vi si riconosce: «chi entra in te/ deve trasformarsi/ in una parola inglese,/ per metà composta/ di lettere illeggibili» (Andrej Sen-Sen΄kov). L’alfabeto, serbatoio di ideogrammi, diviene cifra del cosmo, a priori della parola.
Autrici come Alina Vituchnovskaja usano invece la citazione del verso novecentesco come ferita, o cicatrice mal rimarginata nel testo, a segnare una frattura difficile da ricomporre, quindi una discontinuità. Alcuni passaggi rivelano un tratto decisamente cosmopolita, nel segno di un Occidente conosciuto, come in «Tu sei il mare. Tu cordialmente ti offri./ Ti berrò attraverso il condotto lacrimale», che pare rispecchiarsi con naturalezza in «Se mi perdo nei liquidi,/ sgonfiandomi di pianto,/ passerò attraverso lo scarico,/ ti arriverò dal mare:/ sarò in un bicchier d’acqua/ una mattina» (Elisa Biagini, Uova, 1999).
Altrove l’incastro di citazioni attinge ad altra memoria, come nel quasi-diario di Dar΄ja Suchovej: Trainspotting, fiction, «McCartney Paul in duetto con Courtney Love», coesistono ad Esenin nel mito, come in un feticcio («al cognome “Esenin”/ non segue alcuna reazione»), in un tentativo di riformulare da capo il linguaggio, forte di una identità che si rivendica occasionalmente nella traslitterazione pura (dall’inglese nel russo): «Non ci saranno né “let”, né “it”, né “be”,/ né “in”, né onomastici». L’individuo è isolato nella lingua da cui forgia un proprio linguaggio, lentamente come nella forma poliglotta delle «sequenze di monoversi che crescono fino a strofe poetiche» (D. Suchovej). Da tante persone una voce sola. Alla parola si sostituisce il segno, o lo spazio mancante entro parentesi, la cifra progressiva del verso: sino a che resta impronunciabile, la vita è sconosciuta.

Federico Federici

[PaginaZer0 (n.8, 2005) e °punto critico, febbraio 2011]

La nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005)