Nika Turbina – una foto e un pensiero (inediti)

Подожди,
Я зажгу фонарь
Осветить откос,
По которому
Ты скатишься во тьму.

*

Lascia,
accendo io le luci
lungo la discesa
che ti precipita
nel buio.

 

Photo and text courtesy of Nika Turbina’s family.

quadernifront

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Am leuchtenden Sommermorgen – Robert Schumann

Sergey Dubroff (tenore), Nino Gurevich (pianoforte)

 

Am leuchtenden Sommermorgen

Am leuchtenden Sommermorgen
Geh’ ich im Garten herum.
Es flüstern und sprechen die Blumen,
Ich aber wandle stumm.

Es flüstern und sprechen die Blumen
Und schaun mitleidig mich an:
«Sei unsrer Schwester nicht böse,
Du trauriger blasser Mann!»

 

All’alba d’un dì d’estate

All’alba d’un dì d’estate
scesi in giardino a vagare.
Frusciava il bisbiglio di un fiore,
io muto lì tra i fiori.

Frusciava il bisbiglio di un fiore
e a me rivolto a pietà:
«di mia sorella abbi cura,
tu pallido, triste signor!»

Adattamento lirico originale: Robert Schumann in Dichterliebe, Op. 48. Traduzione cantabile in italiano: Federico Federici

 

 

 

Am leuchtenden Sommermorgen
Geh ich im Garten herum.
Es flüstern und sprechen die Blumen,
Ich aber, ich wandle stumm.

Es flüstern und sprechen die Blumen,
Und schaun mitleidig mich an:
Sei unserer Schwester nicht böse,
Du trauriger, blasser Mann!

Testo originale in Buch der Lieder (1844) di Heinrich Heine

 

 

 

Sophie, di Hans Arp (parte 1)

L’interlocutrice di svariati testi tra quelli proposti è Sophie Täuber (1889-1943), compagna di Arp dal 1915, anno del loro incontro, per il resto della propria esistenza.

 

1943-1945

Die Herzen sind Sterne,
die im Menschen blühen.
Alle Blumen sind Himmel.
Alle Himmel sind Blumen.
Alle Blumen glühen.
Alle Himmel blühen.

 

Sono tante stelle i cuori,
negli uomini fan fiori.
Tutti i fiori sono cieli.
Tutti i cieli sono fiori.
Tutti i fiori incandescenti.
Fanno fiori tutti i cieli.

 

 

 

Ich spreche kleine, alltägliche Sätze
leise für mich hin.
Um mir Mut zu machen,
um mich zu verwirren,
um das große Leid, die Hilflosigkeit,
in der wir leben, zu vergessen,
spreche ich kleine, einfältige Sätze.

 

Mi ripeto a bassa voce
ogni giorno due parole.
È per farmi un po’ coraggio
e confondermi, e scordare
quel dolore così grande,
l’impotenza in cui viviamo,
che ripeto queste semplici parole.

 

 

 

Die Meere sind Blumen.
Die Wolken sind Blumen.
Die Sterne sind Blumen,
die im Himmel blühen.
Der Mond ist eine Blume.
Der Mond ist aber auch eine große Träne.

 

I mari sono fiori.
E fiori son le nubi.
E sono fiori gli astri,
in cielo son fioriti.
La luna è un fiore solo.
Pur una grande lacrima è la luna.

 

 

 

Ich spreche kleine, einfältige Sätze
leise für mich hin,
immerfort für mich hin.
Ich spreche kleine, alltägliche, geringe Sätze.
Ich spreche wie die geringen Glocken,
die sich wiederholen und wiederholen.

 

Mi ripeto a bassa voce
queste semplici parole
di continuo le ripeto.
Ogni giorno mi ripeto due parole, un niente.
Le ripeto come piccole campane
si ripetono, ripetono.

 

 

 

Sophie ist ein Himmel.
Sophie ist ein Stern.
Sophie ist eine Blume.

Alle Blumen blühen,
blühen für dich.
Alle Herzen glühen,
glühen für dich.

Nun bist du fortgegangen.
Was soll ich hier gehen und stehen.
Ich habe nur ein Verlangen.
Ich will dich wiedersehen.

 

Sofia è un cielo.
Sofia è una stella.
Sofia è un fiore.

Tutti i fiori in fiore,
fioriscono per te.
Tutti i cuori accesi,
s’incendiano per te.

Ma ora tu sei via.
Perché tocca a me venire qui e stare.
Ho solo una domanda.
Ti voglio rivedere.

 

 

 

Wie schnell vergeht ein Leben
in Gottes lichtem Dunkel.
Kaum ist heute gesagt,
ist morgen schon vergangen.
Und so vergehen die Jahre
mit Spielen, Träumen, Säumen.
Und so vergeht die Zeit,
in der die Blumen schweben.

 

Un passo è questa vita
nel chiaro buio in Dio.
Appena hai detto oggi
trascorso è già domani.
E van così anche gli anni
tra indugi, sogni, giochi.
Così trascorre il tempo
su cui s’attarda il fiore.

 

 

 

Seitdem du gestorben bist,
danke ich jedem vergehenden Tag.
Jeder vergangene Tag
bringt mich dir näher.

 

Da che sei morta
a ogni giorno che trascorre dico grazie.
Ogni giorno già trascorso
mi avvicina a te.

 

 

 

Hans (Jean) Arp (Strasburgo, 1887 – Basilea, 1966), scultore e pittore, sin dall’infanzia scrive poesie.
Tra il 1905 e il 1907 è allievo presso la scuola d’arte di Weimar. Nel 1911 a Weggis è tra i fondatori del gruppo “Der Moderne Bund”, insieme a Walter Helbig e Oscar Lüthy. Nel 1912 prende parte alla seconda esposizione del gruppo espressionista “Der Blaue Reiter” a Monaco. È il periodo dei primi collage astratti, della collaborazione con la rivista “Der Sturm” di Berlino (1913), degli incontri con artisti e intellettuali quali Max Ernst, Max Jacob, Robert Delaunay, Pablo Picasso, Vasilij Kandinskij, Amedeo Modigliani e altri.
Nel 1914 si rifugia in Francia, quindi l’anno successivo in Svizzera, dopo aver ottenuto l’esonero dal servizio militare nell’esercito tedesco. Del 1915 è l’incontro con Sophie Täuber, artista dalla personalità poliedrica, che sposerà nel 1922.
Nel luglio del 1916, durante una serata al Cabaret Voltaire di Zurigo, dove era solito riunirsi un gruppo formato dallo stesso Arp, Tristan Tzara, Marcel Janco, Hugo Ball, Emmy Hennings, Richard Huelsenbeck, ha luogo la prima vera presentazione del manifesto dadaista, successivamente elaborato, in chiave prevalentemente letteraria, da Tzara. In esso viene ribaltata con forza la fede nel canone estetico tradizionale e in molti ideali del positivismo, tra i quali l’esaltazione del progresso. L’azione artistica si fonda ora sull’azione esemplare, dissacrante, su un sagace anticonformismo che, stante il suo valore di rottura, si prefigge di scuotere dall’indifferenza la borghesia, richiamandola a istanze sociali più profonde.
Arp sviluppa con il tempo un linguaggio sempre più connotato, basato sulla combinazione di forme elementari, spesso mutuate direttamente da oggetti reali, ma isolate e riproposte, colte fuori del contesto d’uso. Tali caratteristiche ritornano nei legni scolpiti, nei collage e in altri lavori dipinti a colori vivaci o a rilievo. È così portata avanti la ricerca per le forme neutre, tema ricorrente nella sua scultura degli anni Trenta.
Di questo periodo è l’esplorazione della casualità, dell’aggregazione spontanea come atto creativo: compone nuovi collage con frammenti di carta lasciati cadere e incollati. Meccanismi analoghi saranno successivamente elaborati anche in ambito poetico dadaista.
Nel 1925 si sposta a Parigi, dove affianca il movimento surrealista e inizia a lavorare alle prime sculture. Del 1928 sono i primi tentativi di scrittura automatica e la partecipazione a quei momenti di composizione collettiva, di chiara matrice surrealista, noti come le cadavre exquis.
Diversi sono i gruppi che contribuisce a fondare, o ai quali fornisce il proprio appoggio ideologico o artistico. Tra questi “Cercle et Carré” (1929) e “Abstraction-création” (1932), legati all’arte concreta.
Intorno al 1930 appaiono nei collage i primi papiers déchirés (carte strappate).
A seguito dell’inizio del secondo conflitto mondiale Arp sceglie di cambiare il proprio nome da Hans in Jean e di rifugiarsi in Svizzera. Nel 1943, per una triste fatalità, scompare la moglie, Sophie Täuber.
Negli anni successivi alla guerra, l’interesse per la sua opera cresce in tutto il mondo. Nel 1954 ottiene il Premio Internazionale per la Scultura alla Biennale di Venezia e, a seguire, i più grandi musei di arte contemporanea, il Museum of Modern Art (MoMA) di New York e il Musée National d’Art Moderne di Parigi gli dedicano un’importante retrospettiva.
Arp muore a Basilea il 7 giugno 1966.

Arp ha continuato a scrivere e a pubblicare poesia dall’inizio alla fine dei suoi giorni. I testi, qui presentati in una traduzione ancora inedita, risalgono al periodo tra il 1943 e il 1945, immediatamente successivo alla scomparsa di Sophie Täuber.

 

Poesie di Hans Arp (1887-1966), traduzione e nota biografica a cura di Federico Federici, in “Ulisse” (autunno 2010) e in un volumetto in preparazione.

 

Auf einer Burg – Robert Schumann

Matthias Goerne (baritono), Eric Schneider (pianoforte)

 

Auf einer Burg

Eingeschlafen auf der Lauer
Oben ist der alte Ritter;
Drüber gehen Regenschauer,
Und der Wald rauscht durch das Gitter.

Eingewachsen Bart und Haare
Und versteinert Brust und Krause,
Sitzt er viele hundert Jahre
Oben in der stillen Klause.

Draussen ist es still und friedlich,
Alle sind ins Tal gezogen,
Waldesvögel einsam singen
In den leeren Fensterbogen.

Eine Hochzeit fährt da unten
Auf dem Rhein im Sonnenscheine,
Musikanten spielen munter,
Und die schöne Braut, die weinet.

 

In un castello

Lì di guardia addormentato
sta quel vecchio cavaliere;
sopra scorrono le piogge,
tra le grate soffia il bosco.

Spettinato e barba lunga,
diventato pietra il petto
sta da più di cento anni
su nell’eremo silente.

Fuori il mondo è muto in pace,
sono scesi a valle tutti
riempie il canto degli uccelli
gli archi vuoti alle finestre.

Si festeggiano le nozze
sopra il Reno in piena luce,
l’orchestrina sprizza gioia,
ma la bella sposa, lei piange.

 

Adattamento lirico originale: Robert Schumann in Liederkreis, Op. 39 Traduzione cantabile in italiano: Federico Federici
Testo originale in Wanderlieder (1841) di J. K. B. von Eichendorff

 

In der Fremde – Robert Schumann

Fischer Dieskau (baritono), Günther Weissenborn (pianoforte), 1955

 

In der Fremde

Aus der Heimat hinter den Blitzen rot
Da kommen die Wolken her,
Aber Vater und Mutter sind lange tot,
Es kennt mich dort keiner mehr.
Wie bald, ach wie bald kommt die stille Zeit,
Da ruhe ich auch, Da ruhe ich auch
und über mir rauscht die schöne Waldeinsamkeit,
die schöne Waldeinsamkeit
Und keiner kennt mich mehr hier
Und keiner kennt mich mehr hier.

 

Sotto un altro cielo

Son le nubi giunte da un altro cielo
s’accendono ai lampi di qui,
ma mio padre, mia madre son morti già,
non c’è chi di me sa laggiù.
In fretta, in fretta m’acquieterò,
in pace sarò, in pace sarò
ed io sola nel dolce fiato di un bosco,
nel dolce fiato di un bosco
né più di me si saprà
né più di me si saprà.

Adattamento lirico originale: Robert Schumann in Liederkreis, Op. 39. Traduzione cantabile in italiano: Federico Federici

 

 

 

Aus der Heimat hinter den Blitzen rot
Da kommen die Wolken her,
Aber Vater und Mutter sind lange tot,
Es kennt mich dort keiner mehr.

Wie bald, wie bald kommt die stille Zeit,
Da ruhe ich auch, und über mir
Rauschet die schöne Waldeinsamkeit,
Und keiner mehr kennt mich auch hier.

Testo originale in Totenopfer (1833) di J. K. B. von Eichendorff

 

 

 

I will pass through Piazza di Spagna – Cesare Pavese

 

Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

 

 

I will pass through Piazza di Spagna

It will be a light sky.
The paths will open onto
hills of pines and stones.
The tumult in the streets
won’t move that still air.
The flowers sprinkling out
colours by the fountains
will cast glances like women
amused. The stairs,
the terraces, the swallows
will be all singing in the sun.
That path will open,
the stones will sing,
my heart will beat and leap
up like the fountains water –
this will be the voice
that goes up your stairs.
The windows come
to know the smell of stones
and morning air. Some door
will open wide. The tumult
of the streets will be my heart’s
own tumult, the light goes lost.

It will be you – still and bright.

 

 

© Cesare Pavese (1908 – 1950)
© traduzione Federico Federici
edizione di riferimento: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Giulio Einaudi editore, Torino 1951

Pseudocavallo – Giampiero Neri

 

Pseudocavallo

 

I.
Il nome è isolato e per l’assenza della caratteristica erre non
sembra latino.
Secondo l’Ernout-Meillet deriverebbe dal sumerico ansu.
Equus asinus indica un animale del genere Equus, come il
cavallo, la zebra e il quagga.

 

II.
Paragonato al cavallo è di piccola statura.
Ha la testa robusta, corre in modo meccanico come sui
trampoli.

 

III.
Dall’Africa viene portato in Europa.
È citato una volta da Omero nell’undicesimo capitolo dell’Iliade.

 

IV.
Si accontenta degli alimenti più grossolani tenendo soltanto alla limpidezza dell’acqua.
Non occupa mai il centro della strada ma d’abitudine cammina sul margine estremo.
È ritenuto poco intelligente, caparbio e spesso di indole
perversa.
La sua voce che ha toni acuti e bassi si risolve in un grido
prolungato e spiacevole.

 

V.
Simile in questo al mastino, ha una presa tenace.
L’atto improvviso, senza ragione apparente.
Ricordo bene il missionario, di ritorno dall’Africa, che ne
portava i segni sulla mano a distanza di anni.
Era accaduto durante un viaggio.
“e l’asino?” ho chiesto.
“l’asino è morto” mi ha detto.

 

 

 

Pseudohorse

 

I.
The name got isolated and from the lack of the typical “r” is not
seemingly Latin.
According to the Ernout-Meillet it would derive from sumerian ansu.
Equus asinus suggests some kind of beast in the genus Equus, like
horse, zebra, quagga.

 

II.
Compared to a horse it is short of stature.
It is strong headed, when running it shows a mechanical going like on
stilts.

 

III.
From Africa it was carried to Europe.
Homer mentions about it once in the eleventh chapter of Iliad.

 

IV.
Rough food is enough for it, but it values the limpidness of water.
It never walks roadway, but the farthest edge of it.
It is regarded as little clever, stubborn, being often tainted-natured.
Low and shrill tones are in its voice, uttering long,
unpleasant cries.

 

V.
Its strong bite is that of a mastiff,
sudden act from seemingly no reason.
I can perfectly remember the missionary on his return from Africa,
having showed the marks on his hands for years.
It happened on a trip.
“and what about the donkey?” I asked.
“it is dead now,” he said.

 

 

© Giampiero Neri; Federico Federici (traduzione); medea_black (fotografia)

 

sottotitoli in Pseudocavallo di Giampiero Neri, un film di Alessandro e Valentino Ronchi (Treviglio Video/Poesia, 2009).