Versi Clandestini (parte 2)

 


Antonio Diavoli e Louise Weber
in una foto degli ultimi anni

[…] Sul finire del 1932, Diavoli fu costretto a rientrare, dopo più di un anno di completa assenza da casa, per la sopravvenuta morte del padre, assalito, rapinato e ucciso di ritorno da un viaggio a Marsiglia. L’incontro con la madre e la dolorosa permanenza nei giorni del funerale sono più volte rievocati nelle lettere scritte negli anni a venire all’amico di Roma, come una sorta di temporanea rinascita a ciò che era stato da bambino.
Fu nel viaggio in treno di ritorno a Genova che si compì il destino del secondo e più importante incontro nella sua vita, quello con Louise Weber, studentessa di pianoforte al conservatorio, figlia di un banchiere tedesco e di una donna francese di nobili origini. Continue reading “Versi Clandestini (parte 2)”

Versi Clandestini (parte 1)


Antonio Diavoli (in piedi a sinistra) e Alfonso Geri (seduto)
in una foto d’epoca, da Una biografia, in Versi Clandestini

Chiudi parola
come dietro a imposta
il lume a sera viva
la speranza. Fuori
è tempesta. Tutta pura
grammatica. Sta’ salda
anche quando ti assalta
con l’ansito il cuore
di dire, sapere da te:
la sua morsa
(si dice) è mortale

Chiudi parola (p. 96) Continue reading “Versi Clandestini (parte 1)”

Quattro Quarti

Disponibile in tutte le librerie su ordinazione e su internet presso i principali rivenditori: barnes&noble | amazon.it | .com | .de | .es | .uk

da: Due Qualità: i testi

Il problema dell’identità implica quello della lingua (non metaforicamente: quali parole usare e perché; e le parole di chi per e contro e chi, ecc.): “[…] fare poesia, come fare l’amore, è prendere coscienza che niente è in sé, tutto è correlato, tanto che il momento di massima fusione (di amato e amata, di oggetto e parola) è il punto da cui comincia a rinascere la separazione, ricomincia a fluire il desiderio dell’altro/a, la ricerca dell’altra parola per dire ancora, dire diversamente, cantare evocativamente, cantare oltre la fine…”. [1] Infatti “sapere prima ogni mossa / veder sempre tutto / […] fa questo un poeta”.
Nei Quattro Quarti i campi semantici del tempo (vita, storia) e dell’espressione (bocca, lingua, voce, parola) sono fondamentali per capire. L’ansia metalinguistica prevale senza esitazioni. Ma non si tratta di una deriva autoriferita (rendere oggetto della poesia la poesia stessa, nel suo farsi o darsi): è forse un percorso più onesto e appropriato ad un’identità in formazione (e quindi in metamorfosi: gli stadi e i raggi, anche neri, devono essere molti). Più che la poesia, l’oggetto è il fenomeno e la meraviglia di un dire che è dirsi, in primo luogo, incarnandolo nella storia, anche minuta: “sciacquo le posate e lavo/ con le mani nella schiuma giro/ e giro il cerchio/ piatto fondo/ – ceramica o cristallo/ azzurro – di dentro levo/ asciugo/ lucido piano”.
Il dirsi impone anche il pudore, perché avviene (sta avvenendo) con meraviglia e come conquista graduale di sé in sé: di conseguenza il tu è ridotto al minimo, e compare in un solo testo (“tu scrivi”, “tu sai”). Nel quale è riassorbito, probabilmente, dall’io: non l’io trionfale che sa, ma il soggetto che sperimenta con e contro il silenzio. Proprio silenzio è una delle parole più usate nel libro, con sette occorrenze: per indicare sia il contesto della parola (cinque occorrenze) sia il nulla che può riassorbirla e vanificarla. Qui la parola è sempre tentata, non lanciata, e si sottrae al silenzio. Il procedimento riesce a creare una filologia poetica interna alla poesia: una metalingua vissuta e montata con una “selezione dei momenti” (Pasolini), quindi parte di una storia. L’arte del nuovo (il nostro) Tiresia è questa: “Il presente racconta il passato, ogni giorno mutandolo: inutile dire, inutile non dire – meglio la finzione dei versi: il loro farsi oggetto, il loro durare, il loro mutare. Fuori di sé…”.[2] […]

Massimo Sannelli

[1]: Paola Zaccaria, A lettere scarlatte: poesia come stregoneria, Franco Angeli, Milano 1995, p. 82.

[2]: Giuliano Mesa, Quattro quaderni, cit., p. 77. E cfr. la sua poesia a p. 31: “occorrerà affrettarsi / perché rimanga solo il vero / e dunque nulla, forse – / soltanto il movimento, verso // a ritroso, anche: via, e vai”.

appunto n. 3

Tempo fa, in una sera tra amici che allo Haitian Fight si celebrava il caro Pithecanthropus Erectus*, uno di noi, bassista dei Fingers, unico in grado davvero di dire qualcosa di non sentimentale intorno alla musica, cavò da una busta di cuoio uno spartito -non ricordo di chi- e lo mostrò sul tavolo: pochissime note. Come in Ungaretti le parole.
Disse che quello era tutto. Un bozzetto ed insieme il brano, proprio come noi lo conoscevamo per le radio e nei dischi. Continue reading “Quattro Quarti”

Paolo Fichera su “Quattro Quarti”

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Sui Quattro Quarti
di Antonio Diavoli

Quale realtà si pone nel simbolo? Quale realtà si pone altrove nel simbolo? I Quattro Quarti – QQ – ci accolgono non attesi, come ospiti la cui presenza non è necessaria: la soglia in cirillico non arreca traduzione: l’ospite, il noi, è ineluttabile, ma il percorso si pone come simbolo, come il calco di un corsivo su di una parola di cui non abbiamo conoscenza. E ciò che qui il simbolo ripone è un segno, un avanzamento lungo una strada già attraversata: un percorrere dopo ciò che prima è scritto. 

«poso il mio pensiero/ come gli occhi un cieco// (restando altrove)», qui il poeta dichiara il suo Tutto, pone qualcosa (il pensiero) di cui non può servirsi e di cui è inutile servirsi come un cieco i propri occhi. Una raccolta in una poesia, ma il verso finale (restando altrove) invita a varcare la soglia, nel coraggio di un’unione ora non più meta, oltre la logica e la vista.

L’iniziale definisce: primo quarto: dei luoghi. E i luoghi è il luogo delle tracce, le stesse di sempre: albero, terra, seme, radice, rami e poi acqua, luce: un percorso a ritroso dalla vita alla morte «…torna alla terra» e poi di nuovo alla vita prima, del seme e della radice, per avere dai rami acqua e luce, la sorgente che qui diviene ultima invocazione che dà al nulla e nel nulla i propri segni: un nulla-nido, nostra dimora e vanto. La prima e l’ultima poesia del primo quarto definiscono il perimetro dei luoghi: un nulla, un bianco di pagina su cui si può edificare; una pienezza possibile che ha nel silenzio l’ultimo fulgido bagliore, ma sentenziato dall’autore con parole aspre: «e mentre parli/ dai scolo al silenzio/ e lo crivelli». La vera contemplazione non è possibile, non per noi: la nostra dualità ci impone un’invocazione e la sua bestemmia. Infatti il luogo dell’autore è treno, auto, scivola, va veloce, esploratore, cercare, sbocchi, fughe, il nostro andare, strade: ogni traccia resta in movimento. Un andare fisico e temporale. Non si ha l’immobilità permanente degli atti ma la loro lenta resa.

L’iniziale definisce: secondo quarto: dei monologhi. Ciò che accoglie un luogo è il suo monologo? La sua unica parola? E qual è questa voce? Il suono di una mano sola che non ha conferma. La parola mano compare nelle prime tre poesie della sezione e non solo. La mano è ripiegata su se stessa, nel suo opposto – l’altra mano; non mano che brandisce, suona, stringe altre mani. Mano che fa ombra per non mostrare un segreto che non c’è. Il velo copre il bianco. E ciò si collega al senso di sconfitta che alimenta il primo quarto. Il poeta si fa ombra e scudo delle sue stesse parole per ricordarle e per essere ricordato. Il senso di mistica desolazione pare a metà quarto dissiparsi quando il poeta si paragona al fiume che va inevitabilmente verso il mare: in tale deriva l’acqua dà nomi alle valli e ponti ai paesi per trovare infine, nel mare apero, la luce placida. Ma la luce del poeta è la luce di un mattino: la lingua apre la bocca, il varco, deforma la bocca (ancora l’asprezza nell’atto di farsi pane comune) e dice prima. Il fiume diretto al mare ha la stessa acqua con cui alla fine, nell’ultima poesia del secondo quarto, le mani vengono lavate in un gesto quotidiano, tra posate e ceramiche. L’acqua vortice ritorna alle mani del poeta e oltre, acqua di scolo, come alla fine del primo quarto il silenzio: ora l’acqua, il silenzio, la lingua (organo) è fuoriuscita ed è notte ciò che resta.

L’iniziale definisce: terzo quarto: dei dialoghi muti. La possibilità di un noi è dichiarata. Nella prima poesia risaltano cifre numeriche: 2 e 0. Il tocco dell’Altro porta con sé la morte dell’Altro. Si sconta anche così la vita e a maggior ragione chi tenta la parola vive nel silenzio. Tale abituale consuetudine si frammenta in identità, in un rispecchiarsi di tre elementi: statua di dio sepolta, le proprie mani vuote in tasca e quelle in posa di una donna. Una trinità atea. Ciò che è diviene ciò che siamo. E infatti la poesia successiva si apre con un noi: «tra noi passa il calore/ in un’unica volta/ che tenta di unirci» e il verso seguente trova un io bisognoso di un corsivo per evidenziare l’opposto: ora l’identità è la stessa ma molteplice e il verbo è amarti. E in tale plurima dualità si ha una sospensione dal tempo, la liberazione e il risveglio dove il poeta, per la prima volta, non dà intenzioni ma con fare giocoso, come Kafka insegna, rivela le sue ultime parole. Nel respiro si concentra la parola e sempre con aspre parole, come alla fine delle prime due sezioni, si chiude il terzo quarto. Si approda alla maceria nera, in una sorta di lucidità negativa. Prima di proseguire la lettura dell’ultimo quarto si sente il bisogno di estrapolare dal testo del terzo quarto le parole lasciate in corsivo dal poeta nelle 9 poesie che lo compongono: solo | d’identità devota | io | assente | quello | nel respiro | abbocca. Si scopre un messaggio interno, del tutto coerente con la struttura di dialogo del quarto: l’Io diviene Lui.

L’iniziale definisce: quarto quarto: cesura. L’attenzione si sposta sulla doppia parola quarto. Come se gli opposti trovassero comunione. In effetti la sezione si apre con l’immagine dello specchio che non aggiunge né toglie, di una superficie che è sempre. A ogni parola corrisponde il suo doppio: sopra e sotto, e la domanda è successiva alla risposta. Ma tale equilibrio è precario e il risveglio a tale vita, la nostra stessa vita ma altra, non è permanente: solo lo starci dentro lo è. L’ultima poesia del quarto quarto e della raccolta ha il tono di una sentenza, come se dispiegasse la verità alla fine trovata, dopo che la possibilità di uno stato di lucidità superiore è stata dal poeta intravista e resa possibile ma non conquistata. L’amore vero è quello che si porta ai morti: l’Altro rimane altro, non lo si può toccare. Questo è un risveglio che ci è toccato: tale verso racchiude una violenza di significato e di forma: ci è toccato ha una connotazione negativa, come se fosse il risultato di una sorte di poca importanza; ma è soprattutto l’articolo un che dà il senso di un’atroce beffa. Neanche il risveglio ci è toccato ma uno: uno dei tanti possibili. E non lo porterai con te più via in sogno. L’altra vita alla fine, intravista, è stata un sogno. La nostra si vive qui nel nostro altrove.

Paolo Fichera

Maurizio Maggioni su “Quattro Quarti”

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Questa silloge di Antonio Diavoli con saggio colto di Massimo Sannelli e Appendice narrativa, segue la raccolta di Versi Clandestini del 2004, caratterizzandosi per i versi liberi con brevi incisi visivi che rimandano a scambi d’identità, a idee letterarie (Eliot, Achmatova, Pasolini e altri) e a emozioni naturalistiche. Nelle liriche senza titolo di Quattro Quarti si compendiano luoghi, monologhi, dialoghi muti e cesure, dove prevale un’ansia metalinguistica (per Massimo Sannelli) nel percorso di crescita dell’autore dalla metamorfica identità in formazione.
Oggetto di questa scarna poetica è il fenomeno singolare del cantare che è un cantare di sé (il dirsi del Sannelli), incarnando le proprie emozioni nella vita più o meno quotidiana (come a pag. 37), tra momenti di silenzio (“atto minimo per portarsi altrove”) e lotte esistenziali. Il passato, l’amore vero verso i morti (a pag. 54), il movimento a ritroso (Giuliano Mesa), la coda dell’occhio e la visuale della retrospettiva (a pag. 22) fanno del momento post-mortem l’unico istante possibile della ricapitolazione pasoliniana biografica. Inoltre, come l’idrometra (a pag. 23), senza farsi risucchiare dall’abisso sottostante lo stagno/mondo, il poeta diventa preveggente (pp. 22 e 46) tra superfici e contenuti della realtà e, mentre parla con il suo “oro intatto” (pag. 41), dà “scolo al silenzio”, crivellandolo (pag. 28). Altre riuscite metafore sono quella del fiume (pag. 33) per il sonno e il risveglio nonché quella dell’albero (in apertura, a pag. 18) per la vita stessa.

Maurizio Maggioni

in Carmina, 2006

 

 

Fabio Orrico su “Quattro Quarti”

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Libro misterico e complesso, Quattro quarti è la seconda opera pubblicata a nome di Antonio Diavoli. Chi è Antonio Diavoli? La nota biografica del precedente Versi clandestini ci informa che Diavoli è nato nel 1910 e morto nel 1974 e informazioni raccolte dalla rete ascrivono a Diavoli una biografia esemplare, da poeta inserito nel suo tempo capace però di sguardi trasversali e sorprendenti, saggio nano sulle spalle di qualche gigante tutto teso a esplorare limiti e confini della maniera. Figlio di una ballerina di varietà e di un commerciante ligure in vini e olio, Diavoli ci appare come un Tozzi solo un po’ più inconsapevolmente provinciale, nodo e cardine di una poesia pericolosa e polimorfa.
Quattro quarti, nuovo libro postumo, sopravvissuto all’autore, eccedente rispetto all’autore, è il poema umano e ultrapsichico, eliotianamente scandito in quattro (ovviamente) parti rispettivamente dette: dei luoghi, dei monologhi, dei dialoghi muti, cesura. Come un imbuto Quattro quarti è un testo che corre a chiudere il senso fino all’ultima pagina, dove, in un gioco specularmene semantico, realtà vissuta e realtà sognata si danno il cambio mostrando in dissolvenza tagli metrici che hanno il sapore della sentenza (“questo è un risveglio / che ci è toccato”). D’altra parte questo è un movimento che percorre l’intero libro, molto spesso saldato a un uso della similitudine giustamente orfico e allucinato (“l’aria che già si arroventa / nel basso respiro / – mantice / il labbro socchiuso”), ma anche spregiudicatamente libero nel suo ignorare le congiunzioni come le più normali ossature del discorso.
Quella di Quattro quarti è una poesia chiusa, rocciosa, ma anche polisemica e disinvolta, ostinata e coraggiosa nel suo conciliare le contraddizioni, nell’unire segni e funzioni opposte, come quell’albero descritto nella prima sezione, sospeso tra cielo e terra in una ridefinizione quasi tautologica di sé stesso.
Nel proporre all’attenzione del lettore mete e luoghi differenti quali scenari in cui svolgere i suoi testi, Diavoli vuole ricordarci che i luoghi, i monologhi, i dialoghi muti e l’implacabile cesura sono scenografie della lingua, svincoli e strade di un parlato, di un linguaggio scelto come altare del senso più lontano. La definizione di Valerio Magrelli della poesia come macchina per caricare senso è qui colta pienamente dal testo e insieme resa più trasparente, più accessibile dalla compattezza, condizione irrinunciabile di tutte le liriche contenute nel libro. Per esempio: “le auto hanno i fari / spenti chiuso nei vetri / la luce / (portati al macero / i detriti) /a marcia indietro / accanto ai muri /defilate a forza / d’esser nulla / fanno come i gatti / ombre nel cortile”. Luogo e senso, significato e significante centrifugati nello stesso blocco linguistico, forma e plot contenuti l’uno nell’altra. I versi che io riporto indicando gli a capo non danno l’idea della distribuzione fisica della poesia sul foglio, ulteriore testa d’ariete del lavoro di Diavoli, intenzionato a istituire un dialogo assai proficuo tra la parola e la porzione bianca della pagina. È l’ennesima dimostrazione della compattezza e dell’intima coerenza di uno dei libri di poesia più “postumi” ed estremi degli ultimi anni.

Fabio Orrico

in Scritti Inediti, 2005

 

 

#1 “Profilo minore”

ci muoviamo in ciò che non struttura
[l’ombra]

profilo n. 1

pensa
che dura il giorno finché lo vedi
come si muove prima che solo
una luce resti sopra la traccia
in un calore da togliere il fiato

non è così che
si fa più breve dopo
già non sapendolo certo
o che ritorni, mentre col labbro
lì da un centimetro sopra
la polvere dire quel poco
che non ripete parola
né suono, fare un rumore
come se fosse più niente
ciò che si fa, il molto
che argina il tempo

profilo n. 3

segui
me dall’ombra, sino a che
ricresca in superficie
l’anima versatile col corpo
nella pelle vertebrata mise

prime ali
scuotersi nell’aria dopo i fili
i tendini dal corpo, l’arto agile
alla luce dove stare lì nei vivi
movimenti di un Aprile, sopra
ciò che è già scomparso

profilo n. 6

argina il vuoto la mano
meglio purché s’apra e
prenda parte al movimento

prima ancora e dopo
dentro la fessura si fa largo
l’unghia, dove c’è silenzio
tra le ossa, le giunture

càpita poi per ritrovarlo qui
di fare un segno dentro il tempo

profilo n. 20

dirsi capìti poiché ripete la bocca
sopra levando le labbra per l’aria,
le ciglia per dare alla retina luce,
oppure chiudersi dentro una ragione
fino a che tutto finisca, dove si muovono
tutte le cose segnate nell’ombra
senza una storia, fare silenzio
ché si ricreda chi ascolta (come
se andarsene fosse un non dire di più)

profilo n. 33

l’argine aggirare a scatto
d’occhio a nottetempo già sbarrato
in piena luce con la torcia

scavalcare l’ombra propria
invalicabile al soffitto

storto ai muri dai minuti
dà bisbigli d’angolo all’orecchio
l’eco della voce
e nulla più ad una svolta

Estratti da Profilo minore, di Federico Federici
in Leggere variazioni di rotta, a cura di Luigi Metropoli
Le Voci della Luna, 2008, ISBN 9788890245084

si ’u vinu

 

si cca ’u vinu ’a vita allonca
nun s’abbacca l’acqua
a tutti bbanni scurri
ppi nun accurciari u ciumi
e sula sula puoi o scuru
tutti li petri e jorni agghiutti
aunni sìnni trasi sulu ’u tempu
cu scurcia dintra ’i peddi
l’ossi, di niuru tingi l’occhi
sicchi comu pani duru

purta ’u vinu sutta ’i peri
’u drittu, ’u stortu d’ ’i trazzeri,
aunni patturiu mi matri,
chiddi a scinniri macari
’n funnu a sta pitrera,
e susu e jusu va ’npressu
’a testa senza mai cadiri,
li mani a cogghiri li ciuri,
’a bucca a cuntari petri
e cruci, lu denti jarnu
a fari n’atra vota ’u ruppu
strittu a lu filu ri vuci

lava ’u ciatu meu, beddu vinu!
iu vivu ppi accurciari ’u jornu,
’u scuru senza dannu,
ca d’agghiùttiri accussì
’u tempu, iu nun tengu scantu

 

 

se qui il vino la vita allunga/ non s’estingue l’acqua/ dappertutto scorre/ per non accorciare il fiume/ e sola sola poi al buio/ inghiotte pietre e giorni/ dove solo va a infilarsi il tempo/ che nella pelle scortica/ le ossa, tinge di nero gli occhi/ come pane duro secchi

porta il vino sotto i piedi/ lo sbilenco, il dritto dei sentieri,/ dove partorì mia madre,/ quelli che anche scendono/ in fondo alla pietraia,/ e su e giù gli va dietro/ la testa senza mai cadere,/ le mani a cogliere i fiori,/ la bocca a contare pietre/ e croci, il dente giallo/ a fare un’altra volta il nodo/ stretto al filo della voce

lava il fiato mio, amato vino!/ io bevo ad accorciare il giorno,/ il buio senza danno,/ che d’inghiottire così/ il tempo, io non mi spavento

 

 

 

Ringrazio Maurizio Catania e Natàlia Castaldi per i preziosi suggerimenti ortografici.