Lettera ai lontani (e agli scomparsi) – appunti sotto il cielo di Kreuzberg

Cari *,
dopo molto che non ci scriviamo, abbandono in un angolo questo foglio d’appunti, che forse per curiosità un giorno ritroverete. Del resto, neppure di fronte a un addio mi sono mai tenuto dal pronunciarlo, fosse stato anche improvviso e sonoro come spezzare un ramo nel cuore del bosco.
Con alcuni di voi non ci siamo mai incontrati, con altri abbiamo trascorso le ultime ore insieme anni fa, seduti sotto un albero a parlare, o di sfuggita al bar, o ci siamo trovati in piedi per caso in metropolitana, spalla contro spalla, sorreggendoci a vicenda tra due fermate, nonostante la divergenza dei nostri ideali, prima di perderci in direzioni diverse.
Ho provato sempre a spiegarvi torti e ragioni di ogni mia scelta, ma ora conviene forse liquidarli tutti in una volta sola. La scrittura, Continue reading “Lettera ai lontani (e agli scomparsi) – appunti sotto il cielo di Kreuzberg”

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Lettera dal Monumentale di Milano

Cara *,
abbiamo genitori per la nascita, ma nella morte siamo padri e madri di noi stessi. La questione cresce con il tempo: viviamo come fosse già deciso ma lontano il giorno, invece mille volte e più la scaltra non ci attende al varco, ci accompagna su ogni passo, conta i palpiti residui sostenendoci dai polsi, trattenendoci indagati nell’oltraggio del suo sguardo, quando spia per le pupille gli occhi. Basterà li sfiori perché sfugga il mondo.
Nulla di simile tormenta gli animali, che forse non sospettano neppure, scavando nella terra smossa, che sono tra le pietre già sepolti anche gli artigli e le schegge delle loro ossa. Non sono certi della fine, sanno forse di un interminabile spavento tramandato per il sangue e stanno in guardia.
Dopo i portici infestati da rumori e luci, Continue reading “Lettera dal Monumentale di Milano”

lettera su un appunto metrico: 9 giugno 2013

Caro *,
in questi mesi, piuttosto ardui sul piano personale, ho divagato molto e trascritto qualche appunto su Spazi metrici. Solo ora mi pare di aver messo mano con più dolcezza ai nodi di cui ti scrivevo e di poterli finalmente districare: ti manderò entro l’estate le mie riflessioni.
Queste quattro paginette, in appendice a Variazioni Belliche, sono tremendamente affascinanti e confuse, come solo sa esser bella e confusa proprio la poesia, che si sottrae alla luce dopo aver lasciato un’orma chiara.
In passato, mi sono già occupato di questo tema in una fitta corrispondenza, utile alla stesura del saggio di un’amica. In quell’occasione, rispondevo a un fuoco di fila di domande sul rapporto tra Fisica moderna e Poesia, perché, chi le poneva, cercava di far collimare, forse troppo razionalmente, due aspetti difficilmente conciliabili, al di là di un gioco con la Scienza suscitata per immagini (vedi buona parte dei testi in Lezioni di Fisica).
Coincidenza vuole che questo tuo richiamo al tatà di Mesa Continue reading “lettera su un appunto metrico: 9 giugno 2013”

lettera a un aspirante suicida

Caro *,
ad essere nulla davvero si colgono i frutti dell’assoluto, per questo bisogna imparare a trascurare l’opera, farla sparire dentro le ossa, invece di tendere tutte le corde del vento per catturarla, o farle nel cuore una rete.
Non sei folle tu, ma chi cerca l’origine della luce nella luce, chi si ferma al creatore.
Il corpo intreccia terra e buio in un’unica matrice d’acqua che tutto sommerge. La notte cresce in bocca e scriverne pone scarso rimedio: «non fu per noi minor follia», anzi Continue reading “lettera a un aspirante suicida”

Lettera dietro il muro di Berlino (rinvenuta in una casa d’affitto)

elke

a Elke Weckeiser

 

 

19 Febbraio 1968, Berlino

Mia cara Elke,
ogni volta l’esito è più incerto. Ho vissuto un’intera vita con il muro addosso, fino al crollo: la mia ombra mai più nera della sua, né più lunga o alta, tutta tesa a scavalcarlo, attaccato con le dita a una fessura, per succhiare luce e buio all’altro lato. Nella crosta in terra, le radici affondate nel cemento sono artigli, ferro, tubature d’acqua e sfiati d’aria.
La mia casa intorno è morta, la precipita il dolore pietra a pietra. Resterà solo una macchia, una fila di mattoni contro il muro, col passar del tempo.
Non c’è forza di tirarsi in salvo, di insegnare al corpo un passo silenzioso, d’infilare un varco tra folate d’aria, scivolare in un cunicolo da un buco e riaffiorare dietro il muro. Sopra, il peso è tanto e si sbriciola la terra a seppellirti mentre scavi, o compatta il cielo contro cui dibatti l’ala.
Non ci resta da scalfire che la pelle con le unghie, farsi un buco in testa o in petto.
Si è nascosti bene e salvi solo dopo morti.
Ti abbraccio
Dieter

 

Una sottrazione di vite – colle del Melogno, 29 marzo 2013

Tirando le somme, caro *, ho una vita sociale, una lavorativa, una artistica, una personale, una sentimentale… Di quante morti dovrò morire a mia insaputa? La morte – si sa – è una e sola e questa stramba teoria di “vite”, che mi si offre, è il trauma di un linguaggio frastornato, frantumato, a scanso di equivoci, in ripetuti e brevi avvisi.
La scrittura è un atto vero, di libertà, rivoluzionario, arbitrario, sconosciuto a chi va via per scorciatoie e cenni di saluto.
La scrittura è una ferita misteriosa e che a stento si rimargina e ogni tanto prende a sanguinare, uno strumento umano, delittuoso o utile, un coltello a doppia lama teso ai nervi delle dita.
La calligrafia è già voce, intonazione: la parola trema in ogni fiato che la sfiora, vibra un po’ per chi le dona l’eco in corpo, prima di rivolgersi sul mondo.
Iniziando il conto delle “vite”, scoprirò qual è la vera, uccidendo l’altra, quale le racchiude tutte, l’unica nella quale convivono senza toccarla.

Lettera da una periferia ad Est, 20 marzo 2013

cara *,
non saprei descriverti la gioia profondissima che mi pervade sotto certi cieli bassi e scuri di Berlino, attraverso le periferie ghiacciate ad Est, buttando un occhio dentro gli ultimi edifici abbandonati, oltre fili penzolanti, impalcature e grate dimezzate, nei mucchi di metallici residui arrugginiti sotto il ghiaccio. Sul confine non finisce la città, ma tutto il resto: a volte proprio lì incrocio persone così sole e silenziose, che sembrano i primi angeli del mondo. Continue reading “Lettera da una periferia ad Est, 20 marzo 2013”

Lettera in morte di un soldato

Gentile V.,
la ringrazio nuovamente delle sue parole. Sono contento di contribuire col mio lavoro a tenere viva quella memoria comune, che mai dovrebbe andare persa, ma tramandarsi da uomo a uomo.
Il mio linguaggio “cinematografico”, se così si può dire, risente prevalentemente di influenze poetiche, di un modo di costruire immagini per analogia, che poco concede alle tradizionali scelte narrative. Procedo come nei sogni: a un quadro in sé compiuto, un altro si accosta, o si sostituisce ricollocando l’intera azione altrove. Soprattutto, nel lavorare sui documentari originali con gli amici dell’Alexander Platz Ensemble, ho provato ad esplorare il trauma post-bellico del sopravvissuto, cercando di rendere il suo claustrofobico isolamento nelle ossessioni, quel continuo accerchiamento che la logica della guerra impone come movente psicologico necessario alla sopravvivenza. Continue reading “Lettera in morte di un soldato”

Colle del Melogno, 26 febbraio 2013

Cara E.,
alcune settimane or sono, amici con cui parlavo sostenevano che il reciproco sostegno intellettuale sia il lato buono della “nostra” comunità letteraria. Inutilmente mi sforzavo di far notare che proprio quel sostegno, a loro dire virtuoso, sia altrettanto raro che l’amicizia quando disinteressato e che, per questo, spesso con essa si confonde, non trattandosi perciò di nulla di realmente eccezionale, al di fuori di un rapporto umano più o meno limpido. L’amicizia pura poi è tanto rara che dovrebbe almeno esser contagiosa per diventare un bene comune e non un rifugio personale. Per il poco che so di te, mi pare che tu non debba rimproverarti nulla, né in ciò che scrivi, né in ciò che fai, perché il tuo impegno è sempre duplice: di qui la Letteratura (necessaria), di là un lavoro diverso, non meno necessario per tenerti dignitosamente in vita.
Stamattina riflettevo, per questo, su una difficoltà del fare poesia che genera non pochi turbamenti nell’essere umano: Continue reading “Colle del Melogno, 26 febbraio 2013”

Lettera dal centro di un poema – Elva, 11 febbraio 2013

in ascolto: Le berceau de cristal, Ash Ra Tempel

caro *,
mi è capitato ieri tra le mani un vecchio foglio di appunti, sul quale avevo annotato dei versi e dei frammenti che potrebbero un giorno diventare tali: ora il “filo del discorso” si sbriciolava riducendosi a parole isolate di raccordo, ora si ricompattava in strofe o in più piccoli grumi di significato. Non c’erano cancellature o ripensamenti, ma lunghi spazi bianchi, divaricazioni a riflettere la tensione tra un punto e l’altro nel difficile accordo dell’ispirazione, nell’avanzare senza traccia, come creatura che proceda a balzi nella neve.
Ho riletto quei tentativi provando a nascondere a me stesso la loro vera origine, immaginando si trattasse non di prove, ma di poesia compiuta.
Il primo dato evidente è stata una sensazione di maggior purezza rispetto ad altri miei lavori più meditati, evocata proprio dalle assenze, dalle continue sparizioni della parola sulla carta, sino ai suoi riaffioramenti altrove. Se da un lato la ragione fortifica i discorsi, sottrae dall’altro la selvatica propensione di un paesaggio incolto a lasciarsi attraversare senza centro o direzioni.
Le parole, specialmente quelle più isolate e in bilico, rapprese tra la realtà del foglio e l’invisibile dettato del pensiero, sembravano, ancora più dei fiori, recise – ferite, si direbbe immaginandole da vive – e disperse.
So che non è quello il mio modo di scrivere, così come non ho mai dipinto riportando solo l’espansione dei licheni sopra i muri, Continue reading “Lettera dal centro di un poema – Elva, 11 febbraio 2013”