Rode NTG-2 with Zoom H4n test

Rode NTG2
How I manage Zoom H4N’s lack of gain when paired with Rode NTG2.

Set-up
Microphone: Rode NTG2
Recorder: Zoom H4N
Connection: PROEL XLR cable (2m long)

NTG2 fed through 48V Zoom’s phantom power (no additional battery).

Zoom’s parameters (firmware 1.72)
Recording level: 80%
Mode: STEREO
Lo cut: OFF (both)
Comp/Limiter: OFF (both)
1/2 Link: ON
Level auto: OFF
Mono mix: ON
Recording Format: Wav, 44.1 kHz/16bit

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L’incantesimo dello Strega

Da un anno a questa parte, accedo a Facebook verso sera, curioso di consultare la rassegna stampa involontariamente predisposta dai messaggi di stato dei miei contatti. È lì che cadute di governi, scomparse di scienziati e attrici, attentati, informazioni sul traffico sfilano in un misto d’enfasi e leggerezza che li confonde tutti.
Ultimamente, son rimasto colpito da certe frasi di circostanza, che accompagnano i commenti alla vincita del Premio Strega da parte di Walter Siti (Resistere non serve a niente, Rizzoli). Non ho mai letto nulla di suo, né questo riconoscimento mi spingerà necessariamente a farlo, ma ritengo che il modo in cui è stato ritualmente accolto questo verdetto ispiri una semplice, naturale riflessione sullo stato dell’editoria e della lettura in Italia (e forse oltre). Avrei potuto scrivere questo pezzo anche negli anni passati, ma non mi era mai capitato di sviluppare queste riflessioni a caldo, parlandone la sera stessa al telefono con un’amica.
Se, da un lato, la stampa tradizionale tende a dar risalto positivo al riconoscimento, raramente sbilanciandosi in questioni letterarie di qualche spessore o abbozzando una critica, sul web anche i pareri più favorevoli sono mitigati da due constatazioni: «non ha vinto con il suo miglior lavoro» oppure «almeno Siti sa scrivere». Ecco, mi preme che non passi inosservata proprio quest’ultima, a margine di un Premio così prestigioso per l’edito. Proviamo a immaginare un’impossibile cinquina di finalisti: Pavese, Buzzati, Calvino, Landolfi e Moravia, con esito finale che veda prevalere Continue reading “L’incantesimo dello Strega”

Culturismo per lettori forti

Giorni fa mi sono imbattuto nell’ennesima statistica sulla lettura di libri in Europa, pubblicata sul sito del Sole 24 Ore. I dati, relativi all’anno 2012, collocano l’Italia agli ultimi posti: «[…] soltanto il 46% degli italiani ha letto almeno un libro […]; per tracciare un paragone è utile sapere che tali numeri lievitano fino all’82% nel caso della Germania, al 70% in Francia mentre, in Spagna, il 61,4% degli intervistati si concede la lettura di (almeno) un libro». L’aspetto divertente di questa indagine emerge però poche righe sotto: Continue reading “Culturismo per lettori forti”

The debt as original sin

I don’t usually like speaking about politics on these pages, since I mainly want to focus on Literature, but after reading the excerpts from different articles collected on the spiegelonline, I do think it’s worth spending a few lines to answer the columnists.
I am going to skip over the general paternalistic arrogance while they threaten further economical retaliations, accusing us, as italian, of being childish to refuse to acknowledge the depth of our economic plight. From their point of view, we missed the great opportunity to vote Mario Monti and let him save us, little by little. Either they know nothing about what Mario Monti did during this last year, or they pretend not to. Of course, he never had sexual intercourse with any curiously alleged niece of Mubarak, nor did he recommend Mister Schulz for the part of a Kapo; he just raised the protest of disabled people Continue reading “The debt as original sin”

Carlo Di Alesio in “Da una soglia infinita” di Giovanni Giudici

Carlo Di Alesio

Scendevi da una soglia infinita
I secoli che attraversando
Da tanto avaro averti insisti in vita

I.     Fantasma squisitamente femminile – Ewigweibliche che dal nulla affiora e del nulla si nutre («sublime nulla in te, mia lingua triste / da sempre amato»), tenera madre sconosciuta e amante severa, Euridice e Creusa e Minne e Dama non cercata – la Poesia, attraversando i secoli («specie d’una lingua non più lingua / scavata su dai secoli del cuore», si legge in Fortezza), discende a Giudici da una soglia infinita, simile alla Emma – Akt auf einer Treppe di G. Richter riprodotta nella sovracopertina di Addio, proibito piangere: come osserva felicemente Simona Morando «l’immaginare Emma […] scendere luminosa e nuda […] una scalinata proveniente dal buio, è come immaginare, anzi concretamente vedere, la prosopopea più reale della Poesia, della Lingua della Poesia che si rivela ad un ‘castissimo Giuseppe’ desiderante i suoi desideri».[1] E da uno dei testi più significativi ed alti qui inclusi, dove una simile immagine traspare, deriva il titolo della presente raccolta.
Il fatto che sulle poesie prevalgano, quantitativamente, le «prove», non significa che si sia voluto – connivente l’autore – raschiare il fondo del barile, svuotare i cassetti. Gli amici promotori di questo omaggio al poeta per i suoi ottant’anni hanno inteso, piuttosto, sia dare conto della fase più recente della attività di Giudici, testimoniata da componimenti finora non raccolti in volume e da traduzioni difficilmente reperibili, sia offrire a lettori e studiosi testi che, pur non compresi nei libri apparsi finora, soprattutto per ragioni, diciamo, di struttura, oppure non licenziati come definitivamente compiuti, appaiono comunque come notevoli «prove del teatro», altrettanto degne di quelle formanti il volume omonimo del 1989, e attingono talvolta risultati di valore assoluto (“prove”, del resto, si licet, sono a loro modo anche i frammenti delle foscoliane Grazie o il Natale del 1833 del Manzoni, cui non proprio poco devono le immagini dei rispettivi autori).
Lungo il ventennio compreso all’incirca fra Lume dei tuoi misteri Continue reading “Carlo Di Alesio in “Da una soglia infinita” di Giovanni Giudici”

Leggere attentamente le illustrazioni – in “Biscotti selvaggi” di Franz Krauspenhaar

Non bevi, non fumi, non sai nemmeno guidare la macchina…
ma ti godi la vita tu?
Bruno Cortona

 

L’impatto con questo lavoro in versi di Krauspenhaar, il primo «dopo secoli», mi ha subito evocato la pratica dello zapping come forma di consumo, d’incontrollabile editing del flusso audiovisivo nella coscienza.
Il testo scritto assolve alla doppia funzione di schermo di proiezione e protettivo. Ciò garantisce un margine di sicurezza tra sé e il mondo, nei frequenti giochi di sponda tra la propria e l’altrui biografia («[…] il mio amico/ casarini, postinfartato/ classe 43 come gianni/ rivera […]»), si presta a scorci e aperture di gusto fortemente cinematografico, che a volte ricordano l’amara leggerezza di Gassman ne Il sorpasso («scarpe nere per camminare/ al proprio funerale, parlando/ di calcio e cercando femmine/ per proseguire la serata/ allontanando ogni morte»), altre gli acidi dei giovani in Trainspotting, o il pulp di Tarantino («a questo punto piglino tutti una pallottola/ spuntata dal buco del culo di quel nielsen/ già deceduto […]»).
Il potenziale figurativo di questa scrittura si nutre d’interferenze tra vari contesti («[…] commessi esperti/ che scivolano tra i mac silenti/ come tamerici ribagnate»), di salti logici e associazioni libere («[…] come un/ savio di sion col cervello tritato per il ragù»), che rendono la scansione disinvolta, ritmica e narrativa insieme, come flashback fuori controllo. Le parole, uniformate nell’orizzonte visivo dall’assenza (o quasi) di maiuscole, sono straripanti ma, stipate nel verso, creano una tensione eccezionale. Alcuni brevissimi stacchi richiamano qua e là ad altre cose, alla stregua di improvvisi jingle pubblicitari dal sapore grottesco o surreale («credo che ucciderò/ mia madre. Continue reading “Leggere attentamente le illustrazioni – in “Biscotti selvaggi” di Franz Krauspenhaar”

La somiglianza dell’Universo

«Rappresentare una teoria significa rappresentare quel complesso di fenomeni il cui raggruppamento è operato dalla teoria». [A. Einstein]
«Un segno di originalità capace di assicurare status canonico a un’opera letteraria è una singolarità che mai assimiliamo del tutto o che diviene un dato tale che restiamo abbagliati dalle sue idiosincrasie». [H. Bloom]

 

Queste riflessioni nascono dalla scoperta, tra gli scaffali di un mercatino dell’usato in provincia di Cuneo, di un prezioso libriccino del 1922: Prospettive relativistiche dell’etere e della geometria di Alberto Einstein (“Audace” Casa Editrice Italiana, Milano), prima edizione italiana autorizzata. In una cinquantina di pagine, sono raccolti gli appunti di due conferenze: L’etere e la teoria della Relatività, tenuta a Leida nell’Università Reale (5 maggio 1920) e La Geometria e l’Esperienza, tenuta a Berlino nell’Accademia delle Scienze (27 Gennaio 1921). Con l’ispirazione dello scienziato e il candore di un bambino, che si appresti a smontare di fronte agli amici un giocattolo, temendo di romperlo o di perderne un pezzetto e non poterlo ricostruire, Einstein discute la nuova geometria possibile dell’Universo, cercando di renderla sensata, proponendosi di «dimostrare come il patrimonio di possibilità intuitive dello spirito umano non debba necessariamente esaurirsi nel dominio della Geometria euclidea».
Se «le relazioni tra gli oggetti sono l’unica realtà che siamo in grado di comprendere» (H. Poincaré), il modo in cui questa comprensione avviene può limitarsi alla mera esecuzione, sintatticamente impeccabile, di calcoli nella nuova geometria, o arricchirsi di un potere immaginifico, caricarsi della misteriosa quadratura delle lunule di Ippocrate, di quel «[…] moon’s task – staring at seas» [A. Oswald] al quale non dovrebbe mai ridursi la poesia nel suo farsi meraviglia del mondo.
La singolarità di questo ritrovamento mi ha spinto, nei mesi seguenti, a ritornare su questioni antiche, Continue reading “La somiglianza dell’Universo”

La retorica dello sciopero

La retorica dello sciopero, oggi come non mai, mette in risalto l’argine mediatico entro cui è perfettamente confluita e controllata ogni forma di opposizione e protesta: fischietti, tamburi, carote, cori uguali da stadio. Mai un fatto che mostri un’idea alternativa di vita e per lo più una scarsa coerenza tra slogan gridati e condotta. Non serve cercare consensi con estemporanee trovate: un’idea buona dev’essere autoevidente per imporsi. Qualsiasi ideale risulta impraticabile nella sua caricatura, falsato in partenza dal simbolo che lo rappresenta nell’immaginario collettivo.
È questa la più sonora vittoria del sistema: aver garantito solo forme poco più che simboliche di protesta, enfatizzandone i tratti retorici e grotteschi come segni di autentica democrazia attraverso i mass media, rinforzando così le proprie immunità (e impunità) nei casi di prese di posizione più forti e feroci. La singolarità di questa condizione consiste nel trovarsi realmente legati a una catena, liberi di rosicchiarla coi denti. Non è certo un caso che in Spagna si studino regole nuove per le manifestazioni di piazza. La repressione con botte e percosse è sempre giustificata dal potere come non voluta, accidentale o extrema ratio contro una deriva peggiore, facendo leva sulla paura per ottenere il tacito consenso di molti. Alle masse è concessa la scelta tra un’apolitica passività (apocalittica) e l’esercizio di una pressione virtuale, in cui l’urlo, la disperazione individuali sono dispersi, anestetizzati nella voragine della rete e i compiti di rappresentanza sempre più affidati a pochi che imparano in fretta la lingua del potere.
Chi mi legge qui, mi perdoni, ma non trovo nulla di sorprendente in tutto ciò: l’uomo non sa riconoscere il dolore altro che nella propria carne. Sino a che tutti non avremo ricevuto la nostra ferita, non avremo versato il nostro sangue in terra, non muoveremo che carte, allegati e carote. Qualcuno scrive parole più forti – è vero – altri sfilano bene in corteo, le loro bandiere, gli striscioni efficaci e ordinati, ma il potere è reale però e non sfila, non vota, non chiede: picchia giù duro e controlla, sopprime, distorce, controlla e mantiene il consenso.

Ai ricchi non manchi mai l’elemosina dei poveri

Una ricchezza invisibile ci sta divorando: indici, titoli, debiti sono le cifre della miseria. La bestia ferita aggredisce, mena i suoi colpi nel vuoto, tenta di restituire quello fatale. La sua lingua di segni vuoti ma tangibili ora è insignificante, perché la dolcezza dei consumi ha prezzi troppo alti.
Qualcuno auspica l’inizio di una rivoluzione totale, amputazione di questa cancrena, che sia rivoluzione inconcludente però, perché, sfogata la rabbia espiatoria dei contestatori, si possa ben dire che avevano torto, che erano pochi, istigati e violenti, e lentamente rifare poi tutto com’era: ai ricchi non manchi mai l’elemosina dei poveri.
Altri insistono nel ripetere che non vi sia alternativa al sistema, alle sue minute declinazioni sociali, perché legge di Natura. È come trovarsi nel pieno di un’avaria ad alta quota: il pianto e le grida sono reazioni istintive, ma inefficaci e a nulla serve cambiar di posto col vicino di fila. Peggio sarebbe dubitare dell’abilità dei piloti, bisogna anzi riporre fiducia e cercare di non generare scompiglio in cabina con quegli schiamazzi. La morte, sempre possibile, vuole decoro.
Il Grande Evasore rivendica giustizia per chi non ha nulla, ma non cade neppure una briciola dalla sua tavola. Sa che non c’è nulla da temere specialmente nell’invisibile, ma che gli spettri rendono l’uomo obbediente. Il tono mellifluo è quello di tutti i potenti meschini e l’offesa, portata con naturalezza, ha il suono di un complimento incompreso.
La miseria, la pura degradazione su cui ogni giorno si posano gli occhi, appare un fatto straordinario nella cornice perfetta dei luoghi comuni. La cronaca gratifica la morale borghese con le atrocità del mondo: il dolore è di pochi, dobbiamo essere felici del nostro malessere.
La voce deve cadere sempre dall’alto, da dietro, da dentro una scatola di cavi e circuiti stampati. Chi parla è più forte nell’autorità fuori campo. L’informazione passa da pochi a molti in verticale, abolisce la distinzione tra fatto e interpretazione. Non c’è più obiezione, solo vizi di forma. Non sussiste alcuna “democrazia” nei rapporti: chi parla non ascolta e chi ascolta obbedisce. L’occasione a tutti concessa è formale: elezioni, censimenti, referendum, una conta di dati a spartire il potere.
Chi manifesta un dissenso ha spesso l’aria di essere lì per caso: nella vita di ogni giorno non è mai stato così onesto e puro come in quel momento. Altri fiutano il vento e stan buoni, per non compromettere il nuovo col vecchio. Molti organizzano circoli, mostre, concerti, pubblicazioni, ma l’impressione è che tutto rimanga tra loro e si contino senza guardarsi attorno.

Una Biennale in miniatura (nell’erba)

Non si tratta di Maurizio Cattelan, né di Bill Viola, ma l’ultima installazione di Joseph Ribbentrop farà certamente discutere, più dei robot disattivati e seppelliti nella sabbia di Miami (2009), o dei ritratti su goccia d’acqua esposti sui vetri di un vagone ferroviario alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera (2011).
L’attacco agli stereotipi della democrazia è portato questa volta miniaturizzando opere che hanno fatto la Storia dell’Arte degli ultimi secoli (dal celebre Autoritratto di Van Gogh, all’Urlo di Munch, sino ai concetti spaziali di Fontana o alla reinvenzione bidimensionale dei cretti di Burri) attraverso la tecnica dell’ologramma, su una carta che ricorda quella delle banconote. I lavori così ottenuti sono organizzati lungo un vero e proprio percorso museale nell’erba, in un prato diviso in “zolle tematiche”. Questa Biennale in miniatura, quasi invisibile a occhio nudo, è fatta invadere da una schiera di formiche rosse, liberate da un tronco di pino e la loro fruizione dello spazio, insieme caotica, indifferente e aggressiva è documentata da diversi punti di ripresa disseminati lungo il percorso, come si trattasse di telecamere di sorveglianza a circuito chiuso.
Il video, riprodotto su una matrice di micromonitor disposti a guisa di celle fotorecettrici negli occhi di un insetto, verrà proposto in anteprima nei giorni 29, 30, 31 agosto 2012 presso la sala Blauer Reiter (Maulbeerstr. 13, Bern). L’installazione sarà poi collocata stabilmente presso lo Spot an! di Francoforte sul Meno a partire dal mese di ottobre.