Lettera: Roma, 2 maggio 2020

Caro *,
nelle ultime lettere tocchi temi delicati per chi ha la fortuna o la sfrontatezza di pubblicare libri: la questione generazionale nei rapporti tra gli scrittori, l’equidistanza dagli esponenti della critica militante, il ruolo dei giornalisti e dei lettori cosiddetti forti.
Dal tuo racconto, affiora un fondo di amarezza per gli scarsi riscontri delle tue pubblicazioni e un certo risentimento – permettimi di essere sincero e di usare questo termine con te – per gli apprezzamenti che ricevi solo privatamente e che di rado si traducono in una pubblica dichiarazione di stima.
Non cercherò di consolarti, ma proverò a dare un taglio diverso a questa prospettiva, di modo che tu possa giungere a personale conclusione.
Il primo punto mi pare il più semplice da liquidare. Se ti guardi attorno, noterai che, raramente, persone di generazioni diverse gradiscono reciproca e disinteressata compagnia: la badante trentenne accompagna una persona avanti negli anni; il professore sessantenne è circondato dai propri allievi dopo una lezione, o prima di un esame.
Sono luoghi talmente comuni che si danno per scontati.
Difficilmente ci sarà un’amicizia pura in grado di rinsaldare le generazioni, perché l’una scalza l’altra, come deve.
Perché, dunque, ti stupisci di essere escluso, non ancora trentenne, dai progetti dei ventenni? Potresti, se già non ti sei fatto terra bruciata intorno, guardare a opportunità analoghe organizzate per i tuoi coetanei. Se non hai abbastanza autorità per fare da guida ai più giovani, cerca almeno di disciplinarti nel gregge di chi, più accorto e adulto, saprà condurti per giusta via.
Dovresti allenarti a essere sodale di quelli che chiami nemici.
Dagli stolti, ti guardi la stoltezza che bene sai dissimulare.
Più articolata è la questione dei rapporti con critici e giornalisti. In questi anni, mi hai raccontato spesso di come *, ** e *** si siano espressi favorevolmente, nella vostra corrispondenza, sui tuoi lavori. Il fatto che, alla richiesta di una recensione, o di una “parola buona” (insomma: di una raccomandazione!) presso l’importante editore che li pubblica, si siano defilati accampando scuse, o smettendo addirittura di scriverti, dovresti giudicarlo come prova della loro integrità e onestà intellettuale.
Una recensione favorevole, così come una stroncatura, presuppongono che il tuo lavoro abbia raggiunto un livello di organica maturità tale da renderne sensata l’analisi. Noterai, infatti, che sono piuttosto rare, quando non assenti, le recensioni di opere prime, mentre piuttosto frequenti sono le stroncature di autori, anche titolati, messi in guardia da critici o colleghi contro vizi e storture che, se assunti a paradigmi stilistici, decreterebbero la morte per aridità di quelle stesse scritture. Quante volte, leggendo le osservazioni di * su ** ti sarai detto: ecco! questo gli permetterà di recuperare, alla prossima occasione, il tratto fresco e originale che lo ha sempre contraddistinto!
Toccherà forse un giorno anche a te, ma devi pazientare: non hai neppure trent’anni e, a quell’età, solo gli scrittori che poi hanno fatto un’epoca hanno ricevuto le giuste attenzioni della critica.
Stesso discorso riguarda il passaggio dai piccoli e volenterosi editori, per i quali sinora hai dignitosamente pubblicato, ad altri più grandi e corazzati. Non si passa da un livello al successivo che per merito e per capacità di interpretare il progetto che ogni collana chiaramente sottende. Nessun editore vende cultura al mercato dei libri, perché ogni editore fa cultura e il catalogo è espressione del canone in cui crede e nel quale si riversa tutto intero.
A volte, può sembrare che basti un po’ di malizia e di talento per essere accolti, ma è una semplificazione rischiosa, così come pretendere di farsi largo in forza di una propria, vera o presunta, marginalità e per quella cercare appigli. Se, viceversa, è per altra via meschina che intendi incamminarti, ricorda di tacere sempre i nomi dei tuoi antenati, ma di allineare in bella vista padri e padrini, agguerriti, trapassati o vivi.
Onestamente, da amico, pur trovando un certo guizzo nelle pagine che mi hai mandato, a quale editore interesserebbe oggi un libro in cui, con chiara enfasi traslata e metaforica e metafisica, accomuni l’ordine che regna tra gli arbusti a quello sociale? In cui ogni radice ha voce e conosce al microgrammo le sostanze sciolte nel pietrisco in cui affonda.
Oggi non è tempo per il gesto antico del gabbiano che solleva l’ala sullo scoglio e prende il vento.
Non sentirti oppresso: nessuno cerca mai altrove che in se stesso.
Ti abbraccio
F.

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