Il suicidio del gatto di Schrödinger

Un autoritratto si esegue da sé su sé e non da sé su un altro. I due punti di vista, in origine coincidenti, vanno dunque sdoppiati, messi fuori della sincronia dello specchio, quasi che la morte segnasse la fuoriuscita dell’immagine da esso, sancisse l’ultimo scollamento tra la figura e la cosa, salvo i residui ai margini dell’occhio.
La morte, giunta finalmente a un corpo, cancella, abitandolo, la propria alterità, smette di essere morte dell’altro per non farsi raccontare. È ciò che segna l’abbandono irreversibile del tempo e delle cose nell’incolmabile distanza già percorsa (Jaime Saenz). La messinscena di questo farsi addio (Jaime Saenz) è apparecchiata nel vuoto di una stanza, in cui resiste appena qualche elemento poco connotato (un tavolo, due sedie, un portacandele). La doppia figura non è artificio retorico di un dialogo ultimo tra anima e corpo, né del dilatarsi degli istanti prima e dopo morti, alla luce dell’incredibile intuizione in versi di Cesare Pavese («verrà la morte e avrà i tuoi occhi»). Quell’unica figura è a un tempo viva e morta, sdoppiata per rappresentazione in due metà, è il paradosso celebre del gatto e del veleno (Erwin Schrödinger) giocato qui in poesia, per dire che coincide il sé nell’altro, nella morte.

Il suicidio del gatto di Schrödinger, KDP, 2020.
ISBN 979-8634782263
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