Appunti dal passo del lupo #3

Da settimane ormai il bosco non dà segni e sempre più la luce che gli piomba addosso lo trafigge, non fa scudo di una foglia. Ogni ramo secco è nudo o, squarciato da un vecchio temporale, pende ancora di traverso. Le ferite in cielo si rimarginano in terra.
Una fascina stretta, accostata a un muro, sembra il corpo di un soldato ucciso, accasciato sopra un fianco a occultare i buchi. Non c’è sangue lungo i solchi frantumati in croste e l’erba ricresciuta è rada intorno e sono secchi i fiori, neanche un sibilo di serpe li tormenta, non vacilla in loro un seme d’aria.
Questi tronchi che scavalco mentre passo da un sentiero all’altro e i verticali, esigui e radi da non fare ombra, mi si irrigidiscono negli arti, come fossero mie ossa e nervi scossi da uno spettro. C’è un senso di soccombente lotta, di resistenza vinta nell’attesa ai margini del prato. Eppure qui non siamo in guerra e tutto quel che è stato è stato.
Neanche l’ora a notte fonda porta pace a questa soglia: ci fu strage? Rappresaglia? Che parete della casa parò i colpi non andati a segno? In che pietra o trave c’è una scheggia? Dove ancora si ricorda un nome?
Qui mi han detto addio i morti.

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