Stuttgart, 2 novembre 2017

Caro *,
torno a scriverti dopo diversi anni su temi che tante volte abbiamo sfiorato o affrontato nelle nostre conversazioni: la sottrazione del soggetto e l’irruzione della realtà in tanta produzione poetica contemporanea. Siamo spesso inciampati in una infinità di equivoci intorno a questi punti e spero di non aggiungerne di nuovi con questo scritto.
Se penso che il nocciolo stesso della questione è racchiuso in una parola che nella propria radice ha quella di cosa (re-s), dunque di fatto non ben precisato ma indubitabilmente esistente, mi sento ricacciato al punto di partenza, a manipolare una pietra ben levigata, priva di connotati particolari, di venature o sfumature nel colore che ne suggeriscano composizione e provenienza. Eppure, di fronte a una parola che sembra racchiudere tutto per escluderci, qualcuno ha superficialmente e definitivamente liquidato l’uso del termine cosa, accampando teorie tanto diversificate da mettere in discussione la pretesa scientificità della propria analisi. Del resto, la critica di qualsiasi concetto, in qualsiasi campo, richiede, perché sia feconda, che l’idea in oggetto sia compresa a fondo in tutte le sue parti. Diversamente, si rischia d’imbastire un discorso sulla futura forma, altezza e fertilità di un albero adulto, ragionando sul seme o su un germoglio, ignorando tutte le avversità (o i casi favorevoli) che incontrerà nel suo sviluppo. Sono per questo convinto che tanto l’autorità dell’artista più appartato, quanto della corrente più in voga, vada sì cercata nei motivi che l’hanno spinta a fondarsi tale e quale è, ma che tali principi non ne costituiscono la teoria, non ne inquadrano pienamente gli sviluppi, ma ne sono i germi.
Ti chiedo: se non si coglie poeticamente un testo poetico, come lo si potrà criticare? Oppure la critica della poesia utilizza strumenti affatto diversi da quelli del poeta e ne deve anzi essere, in certa misura, estranea? O ancora, attraverso l’opera, deve risalire a tali strumenti e limitarsi ad analizzarli, entrando nel laboratorio della scrittura come farebbe nella bottega di un falegname, frugando tra legnetti e trucioli in cerca di scalpello e pialla, azzardando ipotesi sulla mano che li ha guidati tra i nodi del legno?
La pienezza della nostra attività spirituale, quale essa si manifesti, sembra impegnarsi nella strenua costruzione di una corrispondenza tra segni e fatti, a partire dai dati immediatamente alla nostra portata, pur non limitandosi a essi. La verità di tale costruzione simbolica risiede nella sua coerenza e univocità, mentre l’originalità si gioca nel margine di arbitrio di certe scelte compiute. Un testo poetico che pretendesse di confrontarsi con la realtà, persino di oggettivarla, senza lasciarsi ferire da essa, rifiutandosi di nominare le cose, risulterebbe certo estremamente fragile. D’altro canto, liquidare una questione di tale rilevanza, affidandosi a un discorso poetico infarcito di trenini elettrici e panini, ha del grottesco. Alcuni, suggestionati dall’informatica, hanno trasformato il testo in codice e la lettura in compilazione, forzando il rapporto tra scrittura e lettura in un surreale esercizio di debug di nonsense. Con quale fiducia possiamo poi guardare a chi, in epoca di entanglement, insiste nel proporci una figura di soggetto scrivente in stato di perenne sospensione emotiva, innescato dall’algoritmo con cui campiona la realtà? Un autore, o più autori/automi, a questo punto indistinguibili, orchestrano relazioni non emotive, come macchine formali in una rete di modelli standard. Pur trovando affascinante l’idea, mi pare che tale eccesso di teoria riduca la forma a espediente, a trappola mortale del contenuto, e il testo ad argine del “letterario”, assemblato più contro la vecchia lassa mortale di rime addentellate, che intorno a un significato nuovo e chiaro. A garante dell’operazione, starebbe l’algoritmo, di cui il testo è la continua riprova, ma ne discuterei comunque la purezza, in quel gioco scoperto di rimozioni e ricombinazioni. Riferirsi, ad esempio, a precisi elementi di una saga fantascientifica può tradire un’appartenenza generazionale; insistere su una particolare toponomastica metropolitana può aggiungere ben più di una superficiale indicazione geografica e così via. Mi pare che gli esperimenti più riusciti in tal senso siano rintracciabili tra quelli in cui il rimescolamento di elementi eterogenei è opera di qualcuno, che ha saputo mediare fra libertà e struttura senza astratta artificialità, senza trasformarli in un precipitato di dati casuali o in biografia contraffatta. Si tratta, anche in questo caso, di aggirare quel cumulo di incidenti abituali a cui Freud riconduce l’io, come fossimo api in volo su un prato fiorito, in cui ogni fiore è tentazione forte a fermarsi, mentre in dono ci è dato il prato intero.
Forse solo gli autori che hanno varcato la soglia della “classicità” possono essere presi a paradigma di confronto e legittimazione di discorsi critici differenti, esattamente come la Teoria della Relatività deve essere, ad oggi, pienamente soddisfatta da qualsiasi formulazione particolare, e l’eventuale scostamento sorvegliato. È il modo di rapportarsi al nuovo che fa la fortuna dei classici. In questo, molte avanguardie nascono già datate, come sterili tentativi di aggiornamento di un canone preesistente.
Si può dunque scardinare questa realtà irriducibile, fare breccia in essa, o almeno scalfirla, farla tremare sotto un respiro umano? Oppure, come dalla frantumazione di uno specchio, ogni scheggia/cosa pretende di riflettere da sé e concentrare in sé il mondo?
Pensa a che ricchezza di tensioni e contrapposizioni in poesia: da un lato il richiamo etimologico al fare, dall’altro la vocazione a essere! In entrambi i casi è implicito un senso del divenire che non si può addomesticare con la pratica, ma che resta sempre libero, impaziente e inspiegabile all’origine del testo. Ricordo un’intervista a proposito di Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), nella quale Mario Luzi racconta l’improvvisa scelta del titolo, senza che gli fosse ancora chiaro il legame coi testi. È la candida ammissione che ci sia già qualcosa prima della scrittura e che la scrittura consista proprio nella sua ricerca, nell’estenuante impegno per farla affiorare tra le macerie del discorso. Non scrittura del metodo, semmai scrittura con metodo. La critica necessaria potrebbe dunque costituire un momento privilegiato intorno a questa origine e diventare essa stessa parte di un salto di registro non occasionale. Non sempre abbiamo in mente ciò di cui scriviamo, ma sono le parole a scovarlo e segnalarlo, nel fitto dei discorsi in cui ci addentriamo come cani da cerca. Talvolta intravediamo un’ombra nella boscaglia, avvertiamo lo spavento di una presenza, ma non abbiamo il nome per addomesticarla o catturarla. Bisognerebbe battezzare quella cosa per avverarla? O non è forse nel suo probabile non essere la sua ragione, il limite che ci pone, la sfida a convincere gli incerti senza rivelarla?
Un abbraccio, sperando di ritrovarti presto
F.

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