n.66

Come sempre ai primi di ogni mese, salendo in auto all’alba alla sorgente del Melogno, credevo sarei stato l’unico nel bosco. Quel giorno, invece, un uomo già sciacquava la borraccia e bilanciava i pesi in uno zaino enorme. Salutandomi, si informò subito se sarei disceso a valle dopo. D’istinto, risposi di no, ma mentivo. Vedendolo avviarsi con quel fardello in spalla, tagliando a caso per le curve di un sentiero, iniziai a chiedermi se non avessi malamente liquidato un messaggero.
Tornando, lo incrociai un chilometro più sotto e, prima che facesse un cenno, accostai per caricarlo. Iniziammo a chiacchierare, come fa chi viene per la stessa strada da opposte direzioni. Partito a piedi da Torino ventisette giorni prima, e diretto a La Spezia lungo l’Alta Via, nei boschi di Sampeyre aveva incontrato un eremita, che vive in simbiosi con uno sciame d’api e produce un miele selvatico e puro come la propria anima; a Elva, un vecchio che legge Omero pascolando il gregge. Ci tenne a precisare che era partito solo e senza libri, e senza altre indicazioni che due vecchie mappe, affidandosi alla guida degli alberi più antichi e ai tracciati delle stelle e allo spessore dei muschi sopra le cortecce. I venti avrebbero fischiato storie eterne dalle incisioni mute dentro i tronchi e casomai la morte gli avesse soffiato forte nell’orecchio, avrebbe preferito non resisterle e fermarsi lì per sempre, sulla lingua di un ghiacciaio o tra le radici di un faggio, a ricordarsi di quando già era stato montagna o bosco.
I messaggi che portava erano questi, limpidi e forti.

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