n.61 – Meyre Puy

La volpe mi precede – le impronte tra le foglie secche segnano il sentiero – e così da molte notti prima ancora il lupo, sulla crosta bagnata dal ruscello.
Altri mesi ancora nel torpore del bosco, salvi dalla risacca del tempo, ad annotare l’estro delle stagioni e confidare agli animali il silenzio definitivo della lingua dell’Uomo.
Tra gruppi di capanni abbandonati alle frane, frasche secche e tronchi affastellati, ai bordi dei campi incolti crepitano i venti.
Il primo fischio di marmotta scuote i prati, eco tra le verticali e i ghiacciai più alti. Fosse qui, dove la civiltà si abbuia! E fosse artiglio, agguato o morso prodigo di morte, o passo falso sul dirupo a frantumare lo specchio spaventoso del volto!
Sul badile murato nello stipite, sui due zoccoli di ferro inchiodati a un’architrave e tra i denti della forca issati sul camino, lecca il buio l’arsura della fine.
Non ravviva un gesto la parola che dà nome al luogo.

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