Senza illusioni

Nell’epoca della comunicazione in 150 caratteri, dell’hashtag e delle istantanee che diventano virali a colpi di clic, Giancarlo Rossi, storica voce di Radio Uno, raccoglie in un unico, corposo volume le proprie riflessioni sugli ultimi 15 anni da inviato su alcuni dei fronti più caldi in Italia e all’estero. Nel suggestivo intreccio di grandi scenari e piccoli palcoscenici, la memoria del gionalista e quella dell’uomo si incontrano raccontando la Storia, senza tralasciare i retroscena e le ripercussioni nei rapporti, non sempre facili, all’interno di una redazione.
Dalla guerra in Kossovo, primo vero e proprio banco di prova in zone di guerra, lo sguardo penetra nel vivo dei vertici internazionali (senza banalizzarli, a dispetto della «realpolitik stracciona di qualche collega») e tra le pieghe dei viaggi organizzati dal governo italiano («una sottospecie dei vertici internazionali […] che permette(va) al politico di turno di farsi pubblicità a spese del contribuente»); registra i disastri dell’industrializzazione incontrollata e l’emergenza rifiuti in Campania; testimonia il dolore dei terremotati e il beffardo sperpero in mille rivoli oscuri degli aiuti di Stato («anche le faglie tettoniche obbediscono all’economia politica?»), benché i ritardi nella ricostruzione siano schiaffo alle popolazioni colpite e danno per l’economia nazionale.
Muovendosi tra gli scavi di Pompei e le macerie del Kossovo e dell’Afghanistan, ci si addentra in una specie di The Russian Jerusalem di Elaine Feinstein, incontrando, invece che poeti e spiriti di genio, comparse senza nome, figure ambigue o derelitte, schiacciate all’ombra delle maschere grottesche di un potere ugualmente crudele a tutte le latitudini.
Nella narrazione, Rossi restituisce uno stile radiofonico privo di enfasi letteraria, ma ricco di inventiva, partecipe degli eventi, alternando voci e testimonianze dirette a lucide e personali prese di posizione, che recuperano i fatti a una prospettiva ampia e profonda. La cronaca non diviene mai logoro surrogato dell’eterna lotta tra Bene e Male, tra buoni e cattivi, né arida catalogazione di dati, raccolti perché altri li interpretino, manipolandoli con oscena complicità o vergognosi ripensamenti.
Neanche nei passaggi più scomodi, o difficili sul piano morale, Rossi preferisce smarcarsi o cedere a un’indignazione banale, reagendo con verve sarcastica e paradossale («se in Italia non esistesse la criminalità organizzata, sarebbe davvero noioso fare il giornalista e riempire le pagine dei quotidiani di notizie interessanti»), o mostrando la disarmata fragilità dell’essere umano, come nel pianto di rabbia e impotenza di fronte alla rievocazione di Andra e Tatiana Bucci, sorelle sopravvissute a un Kinderblock nazista, che ispira l’amara conclusione: «Penso che avrei preferito morire piuttosto che dare la morte così. Sono amaramente felice di non essere stato messo alla prova.»
I capitoli sui disastri ambientali e sul tenore di vita nelle varie parti di Italia sono la radiografia di profonde fratture nel piano della Storia, «sconvolto da una sola forza tellurica: quella del capitalismo e delle sue contraddizioni». Gli eventi sembrano così rinforzare certe voci minoritarie tra i teorici del marxismo quali Robert Kurz: il fatto che buona parte dei politici e degli intellettuali di sinistra si siano trovati spiazzati di fronte alla crisi mondiale denuncia una scarsa familiarità con le dinamiche del capitalismo e un abbandono dello studio delle sue variabili fenomenologiche, nel clamoroso fraintendimento che, ciclicamente e in maniera immutabile, esso riproponga gli stessi scenari di accumulazione e crisi. Come osserva Rossi, «in un sistema in cui gli aumenti di produttività dipendenti dalla rivoluzione informatica distruggono molti più posti di lavoro di quelli che le nuove tecnologie possono creare», il tamburo battente dell’ormai prossimo (quando non già avvenuto) superamento della crisi serve solo a stordire l’opinione comune, innescando un ottuso meccanismo psicologico di autodifesa, che finisce col coprire il fallimento globale del sistema e i rischi del suo mantenimento. In quest’ottica, meritano attenzione particolare le pagine dedicate all’incontro del 2013 presso la Cgil di Monza con un gruppo di esodati, «quella specie particolare di fregati che Elsa Fornero, ministro del lavoro del Governo Monti, suscitò dal nulla con la sua riforma del sistema pensionistico». Nel contesto di un capitalismo sempre più ingolfato, saturo di bolle finanziarie e accumulazioni virtuali, il loro vivo entusiasmo per il lavoro, la loro lealtà a costo della salute sono spazzati via di colpo, sacrificati alla logica di ristrutturazioni aziendali e scremature di imprese parapubbliche con la promessa tradita di un incentivo economico, che avrebbe garantito la sopravvivenza sino alla nuova età pensionabile, unico obiettivo di tutta una vita. Lo spostamento in avanti o la cancellazione di un diritto maturato sono leve consuete su cui agisce il capitalismo, per modificare in corsa le proprie leggi e uscire da un’impasse contingente, imprimendo violenti strappi e accelerazioni sino allo stop successivo. Un’attenta ricognizione di questa umanità, consegnata all’immaginario collettivo nell’astratto tecnicismo dell’esodato, dà la misura delle guerre moderne, portate (o suscitate) in un corpo sociale già svilito e sfibrato, combattute «nella concorrenza universale a basso prezzo, senza illusioni sulla lealtà della lotta» e che «lasciano una cicatrice di rancore e diffidenza non solo negli sconfitti, ma anche nei discendenti». Non c’è purezza nelle nuove povertà, ma miseria per molti e condanna per tutti, nel tempo. Storpiata la maschera dell’ideologia, alle illusioni non resta che screditare la speranza.

Federico Federici
Su Senza illusioni di Giancarlo Rossi (La Camera Verde, 2015)
Su Le Monde Diplomatique – Il Manifesto, febbraio 2016

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