n.41

Mi piace l’italiano in bocca a certe persone, educate più nel sentimento, che nella sintassi. È una lingua affatto carica di invenzione, di musicalità e molto altro.
La lingua che scivola precisa negli automatismi, invece, suggerisce l’ultima stretta del potere, data con un meccanismo inutile, ma estremamente articolato, che controlla la vita dall’interno e nella rappresentazione che ciascuno ha di sé. Solo in un momento di lucidità estrema, o di pazzia può incepparsi. La sua aridità risalta persino nell’insopportabile ripetitività di certi errori e nell’insofferenza (o indifferenza) di chi li commette: mai che si colga l’inclinazione naturale verso un altro stile, mai il rumoroso palpito di una scoperta. Per paradosso, questa lingua mira all’oggettività del mondo, moltiplicandosi in parvenze vuote. Non basta respingere ogni atto dovuto per opporsi, né provocarla con gli strappi di una fantasia qualsiasi. Bisogna, senza tante belle frasi, spingere chi se ne serve a vergognarsi.

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