n.33

Quello che ti appare oggi degno di sopravvivere in un discorso poetico è una parola talmente scarnificata, sacrificata al silenzio o colta nel balbettìo della vita, da essere quasi la scheggia rimossa dal corpo che ne soffriva, minuscolo osso che, insieme agli altri, appartato, componga lo scheletro di quel discorso. Per questo, forse, inorridisci di fronte alla scrittura degli ultimi mesi, rigettando la nobiltà di quel dolore disinteressato.
Hai rinunciato ai dialoghetti privati ricchi di sentimentalismi, di ambizioni spacciate per traguardi e di risentimenti: nessuna di queste occasioni risolveva il problema, ma ora maneggi un osso e interroghi nella sua lingua la morte.

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