n.32 (dal Pelvo d’Elva)

Coi soli fischi degli uccelli a crivellare a tratti l’aria fresca, mi sento finalmente Uomo nel giardino dell’Universo e godo in libertà di quello slancio, che malamente nominiamo nell’animale verso, nell’uomo canto.
La luce pone un unico confine tra la cornice in pietra della casa e la parete del versante più lontano. L’erba estiva ormai è arida, gli alpeggi vuoti, i capanni abbandonati. Persino l’angelo radioso del pilone china il capo. La brina riempie i prati di reliquie: insetti, fiori, o altre vite in punto di finire sono nell’intermittenza delle morti.
Due giorni di neve ancora e non ci sarà più niente. Ci cadranno addosso in verticale i venti, sfregheranno i coppi al tetto e i muri e con gli artigli strapperanno vetri, tireranno giù per gli strapiombi i gridi, o i rintocchi di campane a cui son sorde ormai le greggi.
Verrà, questa neve senza odore. Si avverte il suo respiro già nell’acqua del torrente e noi nasconderemo nel suo nome la nostra voce che non risorge.
Verrà, nel momento in cui sapremo cos’è la polvere.

3 comments

  1. Quelli sono i sentieri, caro Mauro: Elva, Sampeyre, Bellino, Ussolo, Chianale (etc.), e lì sono le case dei grandi silenzi tra le pietre.
    Insieme all’esplorazione della morte, c’è quella del dolore, non come dato negativo, ma come limite posto al vivere, come qualcosa che delimita (e abita) la porzione di spazio che chiamiamo, familiarmente, corpo.
    F.

  2. Esiste una latitudine del sentire, la stessa concordia sfregiata, (tra Bellino e Fontanile con google earth è stato facile individuare il sentiero) che per noi, anche, hai respirato e che evoca il condivisibile dolore della poesia di Pavese e Fenoglio.
    Cari saluti.
    Mauro Pierno.

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