28 Agosto 2014, Appunti da una gita sull’Appennino

Cara *,
nel fuori campo di Bergman, ho scoperto un’altra ossessione, un suono nuovo, che d’ora in poi me lo farà per sempre ricordare, come in Fellini il vento: la sirena di una nave al porto, quando attracca o salpa.
Per le stesse ragioni, credo, il fischio del treno, un attimo prima di entrare in galleria (o uscirne), quel pianto di nascita o scomparsa nella dissolvenza di una montagna, evoca in me lo stremo di una creatura persa all’improvviso, o ritornata, o apparsa. Ascoltale con me: sono le voci delle macchine morte, o che tutte insieme stanno per morire, gli scatti delle cinghie rotte, uno strappo in più ogni giro. L’aria, che infila i tagli inferti dalla ruggine, alimenta il fuoco, e il crepitio, che brucia feccia nel serbatoio, è tempo senza movimento ormai. Dieci giorni fa, ho incastrato un microfono in una scatola di latta, sul fondo della quale avevo disposto un carillon. Ho registrato per cinque minuti le note ossessive della sua melodia, che rallenta sino al rumore di un solo ingranaggio. È come un corpo a cui siano strappate le parole, ma resti il fiato e il tendersi nella fatica di muscoli e nervi per l’ultimo sforzo, un soffio prima dell’immobilità.
A un certo punto, nel film sono inquadrate con camera fissa due stanze: una ragazza, dal bianco della prima, sparisce un attimo nel nero del corridoio, poi volge le spalle allontanandosi nel bianco della seconda. Mi è parsa la rappresentazione del tempo, in cui l’intermezzo nero è la vita, più oscuro. Una prospettiva forse ribaltata e che, proprio per questo, è (o mi è sembrata) vera. Non si vede mai il viso, ma questa figura ha qualcosa di te e volevo scrivertelo.
Sul resto che mi confidi, è una lotta sul filo della follia, perché gli avversari ci sfuggono, né carne, né ossa. L’ideale sarebbe una casa di pietra su un pendio, o una stanza nascosta al mondo, una torre di Hölderlin forse, nella quale vegliare la rovina degli anni e dalla quale assentarsi ogni tanto in un’altra, ugualmente modesta, in una metropoli, dove accudire una sola stagione.
Ad avere radici nel bosco e qualche ramo nel cielo di una città, si potrebbe stare bene anche in terra, tra gli uomini.
Un abbraccio
F.

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