n.25

Bisogna perfezionare la parola sottraendola all’imbarbarimento di uno stile, all’indurirsi in uso della sua radice. Scrivere non serve a persuadersi di un significato, ma a guadagnarne il valore.
Inevitabilmente, si tende invece a volte a ricadere in forme più consuete, consumate, elaborando “leggi universali” che sembrano eternare la novità scoperta, o ribadire meglio ciò che si sapeva.
È a questo punto che la via si fa impervia: occorre rivelare a se stessi l’accaduto e abbandonare le limpide rifrazioni della luce che abbaglia il mondo e ne condensa i vuoti.
La parola non è avveramento, ma eco di una forma nascosta, scontro tra la domanda scagliata e ciò che non ha risposta. Un testo è quasi un otre omerica dei venti, che tutti li raccoglie e contiene tranne il più propizio, svelato. Talvolta, però, il vincolo si scioglie in un naufragio.

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