22 Aprile 2014: Lettera da una casa in collina

Caro *,
forse è affiorato nei miei scritti quel substrato misterioso che per anni li ha nutriti, è diventato insomma materia stessa dei versi, si è mescolato al gioco dei significanti, staccandosi da quel margine di riflessione teorica, spesso a carattere epistolare, cui l’avevo relegato.
Questo non significa, naturalmente, aver sostituito la Letteratura con una fenomenologia della Letteratura, in cui il testo è terreno di prova per le sue stesse cause, effetto di un pre-testo ben più interessante, nel quale si annida il vero oggetto del discorso. Piuttosto, tendo a non rimuovere più dai versi gli indizi e le occasioni che li hanno rivelati, lasciandoli lì nudi, accanto a forme ben più liriche fiorite in essi, nelle quali la parola segue ancora le impercettibili increspature del discorso, per farsi forza e poesia e passare oltre.
Troverai certo alcuni tratti sorprendenti, altri, più ostici, sospetterai che si sarebbero risolti meglio diversamente, o in altre lingue, al prezzo di nascondere però, o rimuovere, l’inciampo in cui si rompe il senso, il punto esatto in cui si alza lo sguardo dal sentiero per scrutare il cielo. Avrei continuato a raccogliere reperti, a setacciarli, collezionandoli in una Wunderkammer della critica privata, in cui già annovero parecchie centinaia di frammenti, di schegge di parole e di alfabeti in chissà che lingue!
Un testo così completo e articolato è un complicato impianto idrico, nel quale tubature e canali naturali si continuano a vicenda, e rubinetti e scoli nella roccia immettono a un altrove, a una sorgente o a un mare. C’è una precisa volontà – non del tutto mia – nel “dire bene” solo alcune cose. Potrà piacere o meno, ma è ciò che, per azzardo, credo vero: osservare un punto complica l’Universo intero. Anche intorno a una parola, in fondo, ci sono sempre suoni che la distraggono e corrompono, e un verso è poco più di un graffio da cui non sanguina mai il mondo.
Resta così spiegata anche l’incertezza legata a qualsiasi statuto di verità assoluta attribuito al testo, benché sia quella l’idea con cui, bene o male, ciascuno prova, sulle proprie fondamenta, a edificare l’opera.
Se si potesse poi trovare per se stessi un equilibrio vero, un equilibrio di significati nel significato dell’opera, si starebbe almeno al mondo con minor dolore, soli.
Un abbraccio
F.

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