Lettera: Spotorno, 6 Gennaio 2014

Appunti riordinati dopo una conversazione
con Luigi Bosco sul progetto “In realtà la poesia”

Caro *,
il tuo «rapporto non istituzionale col testo» non è dissimile dal mio sguardo intorno e oltre il Canone, da molti inteso come un paradiso di Cantor, eterna aspirazione e saldo fondamento di ogni scrittore.
Ben arduo è il compito affidato al Noé di turno di fabbricare un’arca, che resista all’insistente dilavare di scritture che consumano la memoria e salvi l’opera del mondo, di tanto in tanto accostando a riva per l’imbarco dei superstiti di un secolo nuovo.
In un domani puro, ripulito dall’attrito delle voci, il carattere ermafrodito di ogni autore rifiorirà sulle terre emerse, ma l’azione irriducibile di scrivere, rianimata da millenni di silenzio, deporrà presto altra cenere sul fuoco, riportandoci al limite del buio, sull’orlo inaccessibile a qualsiasi parola.
C’è un altro nodo in ciò che scrivi: se il linguaggio è un senso, sviluppato in un organo invisibile, o dislocato in tutto il corpo, astrarsi dal testo è fare l’esperienza di una rosa nel ricordo del suo profumo, nel tremore vivo del suo tralcio esposto. L’uso che fa Mesa delle sillabe, sino a spogliare la parola del suo significato e lasciarne in un tà-tà la traccia, non è un inceppamento o un balbettio del testo, ma una maniera (anche) mentale di scavalcarlo, scoprendo l’impronta dell’ultimo piede d’appoggio, prima del volo che ha portato al di là di tutto. Chiaramente, non è separando suono e senso che si approda a una lingua delle origini, quasi che l’uno o l’altro fosse impurità accumulata in secoli di attrito. Lì però risiede il fragile mistero che in principio lega suono a senso, anima a corpo.
È così che intendo meglio anche la tua proposta di un testo come «sottrazione dal mondo e, al tempo stesso, impossibilità di tale sottrazione». In questa perenne incertezza di posizioni, in questo voler includere in ogni gesto il suo contrario, ci sono lo stupore e l’impotenza del dire poetico di fronte all’incommensurabilità del Tutto. L’ingresso della parola nel mondo mi ricorda la storia Zen della bambola di sale.
Ripenso allora a una domanda che mi tormentava al primo anno di Università: che cosa fa di un oggetto del pensiero un numero? Mi pareva fosse fondamentale saperlo perché, dovendo ricostruire in me da capo l’immagine della Matematica, non potevo trascurarne “l’alfabeto”: imbattendomi, un domani, in un frammento d’Universo, come avrei capito di aver di fronte un numero? Mi sentivo all’improvviso un archeologo, preoccupato di distinguere su pietra un ideogramma da un graffio del tempo. Trovai una prima risposta nella costruzione degli interi di Von Neumann, certo non estranea a una forte suggestione poetica, definendo zero il vuoto e l’uno ciò che lo contiene, affidando insomma il principio al Nulla.
Nel tempo, però, ho avuto l’impressione che contasse sempre meno la definizione in sé, sovrastata piuttosto dalle conseguenze. Mi sono ritrovato all’estremo margine di sempre, quello da cui si parte o a cui si giunge, il varco aperto o chiuso, da cui si viene o a cui si va, di là del quale nessun soffio umano passa.
Della vita c’è chi si contenta di sapere che funziona e della morte che è un inceppo.
Noi, che ci scriviamo a volte a lungo sopra questo, non siamo però diversi, ma inganniamo il tempo tra due stazioni, discutendo del paesaggio.
Un abbraccio forte
Federico

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