dopo la lettura di “Ode a Psiche” di John Keats

Caro *,
eccoti finalmente, insieme a questa lettera, le osservazioni e i pensieri sui versi che mi hai spedito.
Sei fortunato a passare tanto tempo tra i Romantici, alla ricerca di una più libera confidenza con il loro stile, che non ne sacrifichi però i valori formali e non mortifichi, in uno slancio teso alla modernità della lingua, i miti palpitanti e gli Dei creduti ancora vivi.
So quanto sia difficile scavare in una carne che non è la propria, eppure sentirsi tutto il dolore dell’operazione addosso, cercare con ostinata fede l’anima per trasmigrarla: questo, in fondo, è l’atto più sciamanico della traduzione.
Mi prende una vertigine, una malinconia forte così a pensare (penando) al tempo che il lavoro mi sottrae per nulla, a volte chiuso ore a spingere una macina invisibile, che sembra destinata solo a spremere dal fango o dalla pietra l’acqua, riducendo invece tutto ancora più in poltiglia, in una solitudine che di magistrale ha solo la tragedia.
Avrei dovuto forse concludere diversamente i miei studi per potermi dedicare a pieno, se non alla scrittura, almeno alla traduzione, e occuparmi di radici rare e intricate, di semi che hanno ormai scordato il frutto nella terra in cui affondano, schegge d’ossa di altrettante lingue morte. Chissà che non sia questa un po’ la cura del giardino che Keats affida a Fantasia.
Rileggere le cose che mi mandi ora, proprio a conclusione di giorni così infelici, ne richiama altri più luminosi, trascorsi in pace e solitudine sui libri di Nerval, Laforgue, Leopardi…
Ha ragione Eliot nel porre l’accento sul valore dell’intensità del momento poetico rispetto alla sua durata, con ciò giustificando la necessità di un lavoro che sia anche altro. Non auspico infatti di svuotare la mia vita da qualsiasi impiego non poetico, così come un albero ha bisogno anche di foglie e fiori intorno ai propri frutti. Vorrei, però, non sentirmi più ridotto a contrattare parole come gusci frantumati, segni di una lingua avvelenata da se stessa e impotente perché nessun’altra è ammessa.
Contro questa deriva, ho trovato un altro piccolo rifugio, o un sogno: l’Occitania. Le case di pietra disseminate nelle valli, i pastori con la sola compagnia del bestiame agli alpeggi, mi mostrano una vita dura, certo, ma con tratti di dolcezza. In fondo, sono in piedi spesso anch’io prima dell’alba, ma non mi inoltro nei boschi per raggiungere un prato. Attraverso invece un’ora di nastri d’asfalto e lampioni che via via si spengono al mio passaggio, non segno le stelle nel cielo ma le luci dei distributori e sbuco da incroci e strettoie, non so se in fuga da qualcosa o inseguendo una preda che mai appare nel labirinto urbano.
In tutto questo, con la fatica che penetra ogni giorno l’anima e aggrava l’usura del tempo, col dolore negli occhi degli altri, costretti nell’anticamera della disperazione, disoccupati o, peggio, sfruttati, non so cosa maturino gli anni, né quale veleno si mescoli nel sangue.
Ieri, alla radio, qualcuno intonava la sua filastrocca: «la coperta è troppo corta». Non ho resistito: mi sono fermato, sono sceso dall’auto per entrare nel primo caffè e cercare conferma negli occhi di ognuno. Tutto filava liscio: gli scherzi, le carte, il biliardo. Nessuno aveva sentito? Nessuno aveva voluto?
Ripartendo, ragionavo così tra i denti, disperato: «se la coperta è corta la si allunghi, si scucia subito il risvolto. Se anch’io tornassi nella culla da bambino sarebbe certo scomoda e se, dormendo, qualcuno tirasse a sé tutto il lenzuolo e mi scoprisse, metterei tanta forza che ho nelle dita e nei polsi per riavere ciò che mi è strappato e coprirmi – questa si chiama, mio caro, Rivoluzione.»
Un abbraccio forte
Federico

[seguono appunti e annotazioni private sui versi – omissis]

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