Lettera ai lontani (e agli scomparsi) – appunti sotto il cielo di Kreuzberg

Cari *,
dopo molto che non ci scriviamo, abbandono in un angolo questo foglio d’appunti, che forse per curiosità un giorno ritroverete. Del resto, neppure di fronte a un addio mi sono mai tenuto dal pronunciarlo, fosse stato anche improvviso e sonoro come spezzare un ramo nel cuore del bosco.
Con alcuni di voi non ci siamo mai incontrati, con altri abbiamo trascorso le ultime ore insieme anni fa, seduti sotto un albero a parlare, o di sfuggita al bar, o ci siamo trovati in piedi per caso in metropolitana, spalla contro spalla, sorreggendoci a vicenda tra due fermate, nonostante la divergenza dei nostri ideali, prima di perderci in direzioni diverse.
Ho provato sempre a spiegarvi torti e ragioni di ogni mia scelta, ma ora conviene forse liquidarli tutti in una volta sola. La scrittura, che prima spingeva verso le parole, oggi le trattiene (o mi trattiene da esse). Non che abbia smesso di dedicare le ore migliori del giorno ai versi, ma spesso li lascio liberi e soli come gli uccelli del bosco, dopo averli scoperti nascosti su un ramo, senza adescarli in una gabbietta di cartone da esibire alle fiere e agli incontri.
C’è un sistema, una rete di rapporti e dipendenze che tende a collocarci in un punto qualsiasi dell’umanità, comunque marginale, aumentando il risentimento per quel delirio di cicale, mosche e calabroni che non danno tregua ai fiori. All’inizio prevale forse l’ammirazione di fronte a tanta operosità, poi però quel sentire si trasforma e, messe alla prova le intenzioni, si vorrebbe solo scappare per non essere divorati.
Tutto intorno invece, in una sterminata bolla nera, l’Universo sigilla nel suo vuoto l’affanno dei pianeti, le convulsioni di galassie altrettanto vuote, talmente vaste e vuote da far sembrare un cataclisma stellare poco più di uno sbuffo di polvere. Non si può liquidare tutto questo in una forma ricreata in sé con due rime di stupore, poco importa se sincere. È qui che arrivo al punto: spesso chiamiamo prove le nostre opere, inconfutabili prove di fatti che ci sovrastano per dimensione e intensità, ai quali pure partecipiamo in un infinitesimo di spazio e tempo, non potendo che rispecchiarli malamente in un riflesso. Quello che ci riempie gli occhi, nella luce o nel buio, non è il mondo, la sua solida materia, ma una superficie chiara e scintillante. Non basta accendere e puntare un faro sulle cose a illuminarle: nessuna affiora limpida al riflesso che ne è custode, ma ci restituisce tutto o parte di ciò che le mandiamo contro, come giocando contro un muro a palla o giù di lì. Così per le parole: sottraendo il suono delle lettere in ognuna, sostenendo il peso nel silenzio, contempliamo la sua impronta. Ciò che riduciamo alla parola nulla non è allora meno carico di senso di quel buco che proviamo a infliggere al tutto, non riuscendo a disgiungerne le parti, ma provando finalmente la sua consistenza, con perforazioni e tagli che presuppongono la materia.
Vorrei perciò dirvi che la più autentica virtù di ciò che scrivo (e ho scritto) non sta nell’ordine ispirato, magari accostato con rigore metrico alla misura del mondo, ma in qualcosa che ne è al di sopra o altrove. Ogni parola è un cespuglio o un albero, ogni accento o virgola una foglia o un filo d’erba, nell’immenso bosco di un discorso sempre più incompleto, fitto e oscuro che ci si fa intorno ma, per quanto ci spingiamo avanti, non saremo mai nel centro.
F.

2 comments

  1. Opera in Bianco,

    Thank you for liking my post.
    I hope you find something you truly enjoy.
    Please comment or let me know of anything you like or dislike!

    ~N
    ——————————-
    Forever is only as far as tomorrow will take us

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