Lettera dal Monumentale di Milano

Cara *,
abbiamo genitori per la nascita, ma nella morte siamo padri e madri di noi stessi. La questione cresce con il tempo: viviamo come fosse già deciso ma lontano il giorno, invece mille volte e più la scaltra non ci attende al varco, ci accompagna su ogni passo, conta i palpiti residui sostenendoci dai polsi, trattenendoci indagati nell’oltraggio del suo sguardo, quando spia per le pupille gli occhi. Basterà li sfiori perché sfugga il mondo.
Nulla di simile tormenta gli animali, che forse non sospettano neppure, scavando nella terra smossa, che sono tra le pietre già sepolti anche gli artigli e le schegge delle loro ossa. Non sono certi della fine, sanno forse di un interminabile spavento tramandato per il sangue e stanno in guardia.
Dopo i portici infestati da rumori e luci, siam passati per cortili assolati e vuoti, disegnati dalle siepi su cui pesa rosa e spina. Qui verrà qualcuno un giorno a toglier fiori dalle culle che profumano di polvere, a pulire i solchi profanati dalla forma delle scarpe, divorati dagli sterpi, a spaccare un’urna e liberarne l’eco o la tempesta.
Gli alberi, i cespugli e l’erba intorno hanno un luogo tutto loro. Noi, invece, siamo sempre scossi altrove e cadiamo, nell’inciampo di radici e vincoli affioranti, nell’obliquo regno delle cose, però vinti nel dolore.
Una macchia, una scorza dentro e fuori opaca, il corpo. Troppo stanchi allora usciamo nella luce e, mentre l’ombra ci sdoppia di riflesso, solleviamo il viso e ne scorgiamo altri intorno, messi ognuno nella propria luce. Soli, poi, chiudiamo gli occhi sulle mani, a sfigurare un volto senza pianto, bersagliati dagli sguardi.
Se le foglie cadono lontano, indifferenti al ramo che le perde, qui da tutti i nostri secoli non si stacca un’ora.
Ti abbraccio
F.

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