n.3

Non si raccoglie il silenzio del bosco mettendogli intorno parole, alberi o montagne. È una trama che scavalca i fiumi e senza fare un’onda solca i laghi, aggira gli occhi annichiliti delle bestie che lo perlustrano nascosti nelle tane. È fuoco acceso contro il cielo senza focolare. Si irradia da ogni punto, concentrico a una pietra, un seme, un guscio vuoto. Lo espelle il solco aperto, l’impronta secca intorno a un acquitrino, o quel dolore che non ha più sangue alla ferita. Travalica le rocce a picco sul pendio, s’annoda ai fili d’erba dentro il prato senza piegarne uno, si struscia alle cortecce, asciuga i muschi, segna col suo odore forte il territorio. È una creatura gigantesca e sola nella propria specie.
Non assomiglia alla materia da cui sorge e in cui si incarna. Il suo disegno unisce ogni cosa al nulla. Non ci sono voci antiche o nuove finché dura: lo schiocco ai legni dell’inverno vecchio è già nel nuovo, così il fruscio di foglie al vento ieri è teso uguale a quelle di domani. Si travasa esangue, incolore dal tramonto alla notte, poi di notte in alba, fino al cielo di un mattino, in cui splende alto e bianco.
Dopo molti giorni muti, una parola colma di speranza affiora senza che la cerchi, un’assetata bestia struscia il muso sulla soglia dove le lasciavo l’acqua. Chi sa addomesticarla attraversa il bosco senza far rumore.

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