n.2

In una città aperta, di fronte al casqué sbilenco di una ballerina senza una gamba, nell’astrazione di un carillon distrutto o nel bagliore mortale attraverso i vetri coperti di polvere – un’ora di buio. Poi nella notte tagliavo l’Europa, disteso da solo su un mucchio di stoffe, intorno ascoltavo morirne le lingue, i rumori, gli odori. Le ruote scartavano all’ultimo i binari morti, scuotevano il sogno tentandolo a un altro risveglio. Mancava la forza e restavo sdraiato sul fondo.
Summertime camuffata nella nebbia – P. faceva il verso a M., poi: «…fai toccare in alto la lingua! Pronuncia tutto in un soffio, senza riprendere fiato, anche un nome solo, anche non fosse il tuo, ecco: copia così le mie labbra, mettiti in posa! Io sono la madre lingua, tu sei mio figlio. Ora quest’altra: du bist mein sohn. Gut! Noch einmal: du bist meine sonne…»
La consonante addolcita al palato, che canta in certe voci dell’Est, dava lezioni di malinconia.
Ora bellezza è finita, non c’è più sangue a tenerla scoperta – vecchia ferita.

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