L’incantesimo dello Strega

Da un anno a questa parte, accedo a Facebook verso sera, curioso di consultare la rassegna stampa involontariamente predisposta dai messaggi di stato dei miei contatti. È lì che cadute di governi, scomparse di scienziati e attrici, attentati, informazioni sul traffico sfilano in un misto d’enfasi e leggerezza che li confonde tutti.
Ultimamente, son rimasto colpito da certe frasi di circostanza, che accompagnano i commenti alla vincita del Premio Strega da parte di Walter Siti (Resistere non serve a niente, Rizzoli). Non ho mai letto nulla di suo, né questo riconoscimento mi spingerà necessariamente a farlo, ma ritengo che il modo in cui è stato ritualmente accolto questo verdetto ispiri una semplice, naturale riflessione sullo stato dell’editoria e della lettura in Italia (e forse oltre). Avrei potuto scrivere questo pezzo anche negli anni passati, ma non mi era mai capitato di sviluppare queste riflessioni a caldo, parlandone la sera stessa al telefono con un’amica.
Se, da un lato, la stampa tradizionale tende a dar risalto positivo al riconoscimento, raramente sbilanciandosi in questioni letterarie di qualche spessore o abbozzando una critica, sul web anche i pareri più favorevoli sono mitigati da due constatazioni: «non ha vinto con il suo miglior lavoro» oppure «almeno Siti sa scrivere». Ecco, mi preme che non passi inosservata proprio quest’ultima, a margine di un Premio così prestigioso per l’edito. Proviamo a immaginare un’impossibile cinquina di finalisti: Pavese, Buzzati, Calvino, Landolfi e Moravia, con esito finale che veda prevalere Landolfi (o uno a caso degli altri). Nessuno – penso – cercherebbe un magro motivo di soddisfazione nell’affermare «almeno Landolfi sa scrivere». Il fatto che oggi ci si esprima spesso in questi termini, invece, significa che da più parti si ha l’impressione che quel filtro tra l’inedito e l’edito, che dovrebbe mettere almeno al riparo dall’incapacità di scrivere, sia definitivamente saltato. Ci sono insomma autori editi che sanno scrivere e altri che non lo sanno fare, ma che riescono comunque a garantire un volume di vendite tale da giustificare la pubblicazione e promozione dei loro lavori. Se questo può forse far luce sulle ragioni di certe scelte editoriali, ben più complessa è la questione dal punto di vista del lettore. Non avendo chi legge alcun tornaconto economico dall’acquisto di un libro, il fatto che certe opere raggiungano facilmente lo status di best seller deve risiedere nella capacità persuasiva di precise strategie di marketing, non ultima la possibilità di concorrere e aggiudicarsi i principali premi nazionali, che riescono a lasciare il segno in un pubblico vasto ed eterogeneo.
La predilezione per certi libri mal scritti rispetto ad altri o l’evidente volubilità di gusti in uno stesso lettore, non vanno liquidate per tutti con l’incapacità di distinguere un’opera di valore dal resto, né si può ragionare sui costi, visto che ogni novità editoriale ha un prezzo confrontabile (o anche superiore) a ciò che è già presente sul mercato, senza contare che, col diffondersi dell’editoria elettronica, si può gratuitamente attingere a intere biblioteche di classici on line. Forse si tratta di uno dei tanti riflessi dell’abitudine quotidiana a muoversi tra gli estremi, attraversando cinquanta (e più) sfumature di grigio, senza prendere mai posizione sul bianco o sul nero.
Qualcuno rifiuta in partenza certi autori perché la storia che raccontano non si limita a una sequenza di fatti, ma è strettamente intrecciata a uno stile, a una forma che respingono l’approccio passivo di chi, da tempo, rinuncia a mettere in moto tutti i meccanismi del testo con l’esercizio della propria lettura. Per altri, lettori più o meno forti che cadono a volte in tentazione, mi pare valga invece il principio per cui «una coca-cola ogni tanto non fa nulla», che fa perder di vista gli effetti su larga scala. Se tutti gli uomini al mondo sparassero all’unisono un solo colpo in aria chi, nel fragore improvviso di tante armi, non crederebbe scoppiata la guerra?

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