lettera su un appunto metrico: 9 giugno 2013

Caro *,
in questi mesi, piuttosto ardui sul piano personale, ho divagato molto e trascritto qualche appunto su Spazi metrici. Solo ora mi pare di aver messo mano con più dolcezza ai nodi di cui ti scrivevo e di poterli finalmente districare: ti manderò entro l’estate le mie riflessioni.
Queste quattro paginette, in appendice a Variazioni Belliche, sono tremendamente affascinanti e confuse, come solo sa esser bella e confusa proprio la poesia, che si sottrae alla luce dopo aver lasciato un’orma chiara.
In passato, mi sono già occupato di questo tema in una fitta corrispondenza, utile alla stesura del saggio di un’amica. In quell’occasione, rispondevo a un fuoco di fila di domande sul rapporto tra Fisica moderna e Poesia, perché, chi le poneva, cercava di far collimare, forse troppo razionalmente, due aspetti difficilmente conciliabili, al di là di un gioco con la Scienza suscitata per immagini (vedi buona parte dei testi in Lezioni di Fisica).
Coincidenza vuole che questo tuo richiamo al tatà di Mesa rimandi subito al discorso rosselliano: quel che resta è il calco ritmico della parola, il suo codice residuo? Rosselli dichiara, tra le altre cose, di percepire i connettivi (articoli, preposizioni ecc.) in un senso significante, non solo metrico. Resta da capire cosa realmente voglia dire questa sua affermazione. Un articolo isolato, poniamo un il, cosa può comunicare altro che l’estinzione di una traccia? Le lingue che non dispongono di quell’articolo, come il russo, perdono dunque qualcosa? Che altri surrogati hanno per affondare, precisamente in quel punto, oltre la barriera del testo?
Ogni affermazione di Rosselli non è però sterilmente programmatica, ma applicata proprio a versi che restano sospesi su enjambement fortissimi, per rispettare una metrica visiva, non solo sillabica (cosa ripresa in seguito da autori del calibro di Mesa o Spatola, con altri esiti però).
Vorrei capire veramente quale esperienza linguistica può racchiudere un singolo articolo, un connettivo nudo oltre la vertigine poetica e se questo modo di inquadrare la parola in una nuova geometria non sia solo un margine ulteriore per l’intertestualità, ma sia davvero irriducibile, come l’ombra di una mano che si sottrae col gesto.
Un abbraccio
F.

3 comments

  1. Accenno qui a un lavoro di riflessione cominciato (e tuttora in corso, a tratti) dopo la lettura del saggio di Antonio Loreto su Amelia Rosselli, ospitato sul penultimo numero di “Ulisse”.
    Sto cercando di capire il senso di alcune affermazioni molto forti che contiene, punti estremi sempre in equilibrio tra creazione poetica e rigorosa formalizzazione scientifica.
    Scommetterei sul fascino esercitato su Amelia Rosselli da certi scritti scientifici con i quali può essere venuta a contatto. Il problema della Relatività come problema essenzialmente geometrico dell’Universo può non esserle rimasto estraneo in questa formulazione di “spazi metrici”, per esempio.
    Allacciandomi invece al discorso che fai sulla connotazione emotiva del seme di ogni parola, anni fa posi a un’amica tedesca questa domanda: “che percezione ha un poeta tedesco della Luna, parola maschile? E del Sole, parola femminile?”. Ne parlammo una notte intera, senza approdare a nulla. Quanto una connotazione di genere può influenzare il modo di scrivere di una cosa? Ecco allora che un “il” o un “la” riducono appena il margine di dubbio su ciò di cui si sta parlando e forse proprio nel “taglio”, nel tacere, o nell’interrompere bruscamente l’avverarsi del nome sta l’incanto poetico.

  2. come l’ombra di una mano che si sottrae col gesto, o come l’ombra di una mano che distorce (allunga, ritrae, contrae) il gesto?
    o non è ancora forse possibile che sia la mano a sottrarsi al gesto nella staticità della sua stessa ombra?
    Dunque mi chiedo la possibilità, le possibilità, variabili e quantificabili di un singolo dato linguistico nella staticità della sua esistenza estrapolata dall’azione-frase-verso.
    *IL* ci dice che è una cosa, un oggetto, un soggetto maschile, che però si perde nella sua assenza linguistica in altri idiomi, come il russo. Già.
    E allora?
    Un
    Uno
    Una
    in questo caso, la coincidenza indeterminativa ha una doppia valenza semantica, ma anche una connotazione emotiva, che al senso di unità associa la possibile solitudine del dato che rappresenta e non descrive.
    Dunque continuo a riflettere su quanto hai scritto, consapevole del fatto che la chiave di volta di una qualunque scrittura, ha talmente tante componenti differenti – scientifiche, ritmiche, sintattiche, fisiche, matematiche, emotive, inconsce, … – che rispondermi, mi sarà impossibile.

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