lettera a un aspirante suicida

Caro *,
ad essere nulla davvero si colgono i frutti dell’assoluto, per questo bisogna imparare a trascurare l’opera, farla sparire dentro le ossa, invece di tendere tutte le corde del vento per catturarla, o farle nel cuore una rete.
Non sei folle tu, ma chi cerca l’origine della luce nella luce, chi si ferma al creatore.
Il corpo intreccia terra e buio in un’unica matrice d’acqua che tutto sommerge. La notte cresce in bocca e scriverne pone scarso rimedio: «non fu per noi minor follia», anzi rimise in pericolo di morte.
Non c’è grido, anima, materia in cui far schermo: l’istante del sollievo cancella i sensi e riconsegna il nome a ogni cosa, ridà l’unità al mondo.
Se per mano tua verrà la morte invece, ti rinfacceranno la sciocchezza delle corse in mezzo a un prato, l’amore insano per le cortecce d’albero, i disegni, i dipinti, i manoscritti dei poeti salvati sui banchetti dei mercati. Sarai per loro uno sconfitto, un altro cadavere squisito rotolato giù dal cielo. Da vivo, non avrai saputo tenerti addosso il puzzo già di un morto.
Nessuno accuserà il padrone per la catena d’oro al collo, né vedrà quell’altra, nera, in cui ti ha vinto, una miseria perché tritassi pietre alla sua macina.
Nessuno vorrà mai sapere d’altro, sarai seppellito tra le lacrime più dure e spente di chi ha fede. La tua fine sarà incomprensibile. Mai ti perdoneranno di aver mosso un gesto a scoperchiare il vuoto, spalancare quel sottile velo opaco che nasconde l’assoluto. Ma tu saprai allora che fine fa quella speranza e sarai solo e muto, un grillo nel silenzio assolato della campagna.
Voler dare un volto a dio, o liberarsi del suo peso, assente, è blasfemo – «non fu per noi minor follia».
La conoscenza del destino compirà il destino, non avrà altro fine.
Il movimento della terra sotto i piedi sembrerà accelerarti il passo, come il cuore di un uccello tolto al nido, tra le mani, che impazzisce per il cielo.
Caro *, qui finisce il compito mortale della parola: voglio almeno che tu sappia questo.
F.

 

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