Culturismo per lettori forti

Giorni fa mi sono imbattuto nell’ennesima statistica sulla lettura di libri in Europa, pubblicata sul sito del Sole 24 Ore. I dati, relativi all’anno 2012, collocano l’Italia agli ultimi posti: «[…] soltanto il 46% degli italiani ha letto almeno un libro […]; per tracciare un paragone è utile sapere che tali numeri lievitano fino all’82% nel caso della Germania, al 70% in Francia mentre, in Spagna, il 61,4% degli intervistati si concede la lettura di (almeno) un libro». L’aspetto divertente di questa indagine emerge però poche righe sotto: « […] un italiano su due non legge affatto, a patto che leggere uno o due libri all’anno sia sufficiente a guadagnarsi la definizione di lettore, titolo che spetterebbe solo al 18,4% degli italiani i quali, stando al rapporto, leggono dai 4 agli 11 tomi e, sempre secondo il report, i “lettori forti” (coloro che leggono almeno 12 libri) sono il 6,3% della popolazione. Questi due ultimi dati, in numero di anime, fa circa 14 milioni».
Mi pare sin troppo evidente che queste percentuali mescolino insieme lettori e “consumatori di libri”, in un’unica euforia tutta capitalistica e superficiale. L’articolista sembra quasi sussurrare tra le righe il suo slogan: “Leggete qualsiasi cosa, purché leggiate!” (ossia: compriate libri, file, riviste ecc.).
Se per essere “lettori forti” basta “leggere” (le virgolette son d’obbligo, a questo punto) almeno 12 libri, proviamo a immaginare allineati sullo stesso scaffale un libro a testa di: Giordano, Volo, Faletti, Vespa, Parodi, un cantautore, un calciatore, un giornalista sportivo a scelta, l’ultimo vincitore dello Strega, il cabarettista del momento, la biografia del defunto di turno, un saggio breve sulle virtù vaginali della soubrette più in voga, uno più lungo sulle dimensioni del pene, un manuale sul rapporto tra il colore rosa delle banconote da 500 Euro e lo spread ecc. Un piccolo canone di tutto rispetto insomma.
Pur sapendo di far dispiacere a molti cari editori, l’indagine andrebbe impostata diversamente e dovrebbe riguardare non la quantità di libri, ma il significato che si dà a ciascuna lettura, la sua effettiva capacità di interrogarci, di non lasciarci dentro una sensazione solo temporanea. Perché, ad esempio, non informarsi su quanti leggano almeno un Classico ogni anno? O su quanti rileggano almeno un Classico più di una volta? Quanti si tengono aggiornati sulle questioni aperte della Scienza e della Storia contemporanea? Bisognerebbe far luce non sul profitto degli editori, ma sull’incisività della loro proposta culturale, sull’effettiva capacità di far evolvere in meglio un’intera società. Altrimenti potremmo classificare anche i viaggiatori in base ai chilometri percorsi, pur sapendo che sorvolare l’oceano in aereo può valere molto meno di una passeggiata tra i palazzi del quartiere.
Per amor di paradosso, vorrei a questo punto obiettare che proprio quel 46% di anime, che legge un solo libro, sceglie un Classico e ne ripete la lettura almeno 2 o 3 volte per capirlo a fondo e che i “lettori forti” sono invece rintronati dai fast-food delle classifiche, sempre più irretiti da vetrine e copertine, ipnotizzati dalle essenze degli inchiostri colorati nelle librerie, ossessionati dal bisogno di aggiornare di frequente un profilo su Anobii o su Goodreads.
A quel che vedo, la situazione è desolante e non a causa dei pochi libri letti, ma perché quei pochi sono sani e buoni come merendine, si distinguono appena l’uno dall’altro come Coca Cola e Pepsi.
Anche la battuta in fondo all’articolo andrebbe corretta: il problema non è non leggere affatto, ma leggere per distrarsi e non per capire.

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