Lettera da una periferia ad Est, 20 marzo 2013

cara *,
non saprei descriverti la gioia profondissima che mi pervade sotto certi cieli bassi e scuri di Berlino, attraverso le periferie ghiacciate ad Est, buttando un occhio dentro gli ultimi edifici abbandonati, oltre fili penzolanti, impalcature e grate dimezzate, nei mucchi di metallici residui arrugginiti sotto il ghiaccio. Sul confine non finisce la città, ma tutto il resto: a volte proprio lì incrocio persone così sole e silenziose, che sembrano i primi angeli del mondo. A stento, scambiando con loro qualche sguardo, capiamo gli uni gli altri e di essere così improvvisamente più lontani dalla città degli uomini. Mi sto forse abituando già alla morte, alla sua corolla spezzata, all’innato vuoto verso cui da soli ci spingiamo ancora in vita.
La morte dovrà pur piacermi un giorno: sarà lei compagna. Chissà se, dopo morto, continuerò ad aggirarmi qui o da qualche parte (io, o quello che i vivi chiamano ombra) e se il senso della morte sia speculare e dentro porterò il continuo incombere della vita, cui mi potrebbe destinare ancora un accidente qualsiasi. In questa capovolta prospettiva, sembra quasi di vedere i morti andare incontro ai vivi (non viceversa), come quando di due corpi non si sa chi incontra l’altro.
A volte, passando in abiti leggeri una ragazza, sotto gli alberi scossi dalla brezza, mi par persino di sentire nel suo bel corpo agitarsi gli ingranaggi delle ossa, i nervi tendersi e distendersi nel movimento del cammino e mi chiedo se lei si ascolti mai nel corpo come fingo io di fare in quel momento.
Attraverso la tempesta dei rumori e delle voci, solo, muto, non scambiando più un saluto con qualcuno, per paura che mi strappi col respiro anche il filo del discorso che mi porto dentro, vado curvo, schivo e confuso, antipatico e rasente i muri, per non esser lacerato da quel vento.
L’ampiezza di questo addio, che cerco sempre con maggiore insistenza, si divarica sino ad abbracciare una fuga, un esodo verso un paese di lingua sconosciuta o di silenzio. È un ritorno allo stupore primordiale dare il senso a una parola.
Intorno a me – mi pare – ci sia una esasperata, disperata volontà di fare gruppo o massa, di eromper tutti insieme al di là di non so cosa. I generali schierano antologie d’autori, ne invocano la dedizione sino alle ossa e dalla pelle al verso: qualsiasi dettaglio purché valga una parola. Poesie come scariche di mitra contro un muro, esecuzioni sommarie di ombre, fucilazioni salutate con sollievo nella memoria.
Mi chiedo se, dopo aver scritto la prima poesia, si possa tornare silenziosi come prima, oppure se l’incanto si è per sempre rotto e, come un albero qualsiasi che inizi a dare frutti, si continui secondo la propria specie, ferendosi ogni volta di più nei rami, piegandosi per terra sino alla morte. E anche mi chiedo se, dopo tanto sangue perso, la ferita si rimargini davvero sotto ogni cicatrice.
Almeno un istante in vita però, vorrei sentirmi albero davvero, che mette su una foglia al ramo dove non ti aspetti, senza occuparsi se sia giusto lì o in altro punto, senza dar conto al bosco dell’ombra aggiunta da una sola foglia.
Ti abbraccio
F.

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