Lettera in morte di un soldato

Gentile V.,
la ringrazio nuovamente delle sue parole. Sono contento di contribuire col mio lavoro a tenere viva quella memoria comune, che mai dovrebbe andare persa, ma tramandarsi da uomo a uomo.
Il mio linguaggio “cinematografico”, se così si può dire, risente prevalentemente di influenze poetiche, di un modo di costruire immagini per analogia, che poco concede alle tradizionali scelte narrative. Procedo come nei sogni: a un quadro in sé compiuto, un altro si accosta, o si sostituisce ricollocando l’intera azione altrove. Soprattutto, nel lavorare sui documentari originali con gli amici dell’Alexander Platz Ensemble, ho provato ad esplorare il trauma post-bellico del sopravvissuto, cercando di rendere il suo claustrofobico isolamento nelle ossessioni, quel continuo accerchiamento che la logica della guerra impone come movente psicologico necessario alla sopravvivenza.
Da tempo, a periodi alterni, metto mano a un libro di poesie, in risposta a un’antologia, pubblicata anni fa, dei poeti italiani che presero parte alla prima guerra mondiale. Non importa la grandezza delle loro testimonianze come autori di versi (alcuni più celebri e compiuti di altri): l’altezza umana e morale cui costringono il lettore è tale da non lasciare scampo e gettare nell’abisso e nella vertigine della barbarie.
Nessuno può essere indifferente (nessuno dovrebbe esserlo) di fronte al sangue che ha toccato le mani di quegli uomini, il sangue loro e quello dei compagni feriti o uccisi al loro fianco, cui hanno prestato soccorso e consolazione.
Quello che lei dice nelle ultime righe è, in fondo, tristemente vero: la lotta impari è far capire non i fatti in sé (cosa che significherebbe riuscire interamente nel proprio scopo), ma che essi non sono oggetto di uno studio “astratto”, che tenda ad inquadrarli in una ideologia o in un’altra. La pagina del diario di un soldato, una lettera dal fronte, un piccolo bottone raccolto in un campo di battaglia o di sterminio sono la storia, ormai anonima, dell’uomo che ne ha scritto le parole o perso quei frammenti e sono, per questo, la storia di ogni uomo, perché non è il volto del singolo individuo, il suo nome ad aver lasciato il segno, ma l’uomo stesso, l’umanità intera. Di spaventoso c’è che cambiano le maschere di un unico copione: diverso è il sangue, ma siamo in una guerra sempre o in un dolore che non ha fine. E richiamare i nomi dei morti, di tutti i morti, dovrebbe un giorno o l’altro risvegliare i vivi a un senso di giustizia e di pietà che, se non potrà mai cancellare morte e dolore, dovrà almeno allontanare la mano dell’uomo dalla causa che li porta, renderci vittime innocenti e non a turno, a caso, dei condannati giustiziati per capriccio o pregiudizio.
Nell’augurare a lei e famiglia una serena sera,
un caro saluto
Federico Federici

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