Colle del Melogno, 26 febbraio 2013

Cara E.,
alcune settimane or sono, amici con cui parlavo sostenevano che il reciproco sostegno intellettuale sia il lato buono della “nostra” comunità letteraria. Inutilmente mi sforzavo di far notare che proprio quel sostegno, a loro dire virtuoso, sia altrettanto raro che l’amicizia quando disinteressato e che, per questo, spesso con essa si confonde, non trattandosi perciò di nulla di realmente eccezionale, al di fuori di un rapporto umano più o meno limpido. L’amicizia pura poi è tanto rara che dovrebbe almeno esser contagiosa per diventare un bene comune e non un rifugio personale. Per il poco che so di te, mi pare che tu non debba rimproverarti nulla, né in ciò che scrivi, né in ciò che fai, perché il tuo impegno è sempre duplice: di qui la Letteratura (necessaria), di là un lavoro diverso, non meno necessario per tenerti dignitosamente in vita.
Stamattina riflettevo, per questo, su una difficoltà del fare poesia che genera non pochi turbamenti nell’essere umano: l’accoglienza che la parola trova al di fuori di sé, quando è scritta e liberata dal vincolo originario con l’autore. Penso spesso alla figura degli alberi quando provo a schiarirmi le idee in proposito: chi scrive poesia è come un albero che dia frutti in alta montagna, o ai margini di una strada poco battuta. Pochi si troveranno a raccoglierli per quelli che sono, buoni o meno buoni a seconda della stagione, e l’albero li vedrà però cadere ai propri piedi, li sentirà spezzettare da qualche uccello di passaggio, ma non potrà molto di più. C’è una necessaria solitudine in tutto questo: per certi versi si dovrebbe accettare che “è tutto lì” e non c’è altro, nella sua disperata semplicità; per altri, c’è nell’uomo il bisogno di far comunità, di sentire le proprie parole, le proprie buone intenzioni come portatrici di una scoperta (parlare di verità sarebbe troppo…) da condividere con tutti. Se gli alberi possono fruttificare e fortificarsi nell’isolamento, l’uomo tende invece per sua natura al “bosco”. Forse è questo il dato “autocelebrativo” più mortificante.
Anni fa nutrivo una certa speranza nelle possibilità di cambiare, tutti insieme, tutto e ovunque. Ora, a un passo dai quaranta, ho perso l’interesse e la speranza in questa cosa e solo un vento molto forte, una specie di rivoluzione potrebbe ancora rianimarmi.
Altrimenti sfilerò silenziosamente verso il bosco, quello vero delle piante, della nebbia, degli animali, trafitto dalla purezza di un filo d’erba.
Ti auguro una sera serena, un abbraccio
F.

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