Lettera dal centro di un poema – Elva, 11 febbraio 2013

in ascolto: Le berceau de cristal, Ash Ra Tempel

caro *,
mi è capitato ieri tra le mani un vecchio foglio di appunti, sul quale avevo annotato dei versi e dei frammenti che potrebbero un giorno diventare tali: ora il “filo del discorso” si sbriciolava riducendosi a parole isolate di raccordo, ora si ricompattava in strofe o in più piccoli grumi di significato. Non c’erano cancellature o ripensamenti, ma lunghi spazi bianchi, divaricazioni a riflettere la tensione tra un punto e l’altro nel difficile accordo dell’ispirazione, nell’avanzare senza traccia, come creatura che proceda a balzi nella neve.
Ho riletto quei tentativi provando a nascondere a me stesso la loro vera origine, immaginando si trattasse non di prove, ma di poesia compiuta.
Il primo dato evidente è stata una sensazione di maggior purezza rispetto ad altri miei lavori più meditati, evocata proprio dalle assenze, dalle continue sparizioni della parola sulla carta, sino ai suoi riaffioramenti altrove. Se da un lato la ragione fortifica i discorsi, sottrae dall’altro la selvatica propensione di un paesaggio incolto a lasciarsi attraversare senza centro o direzioni.
Le parole, specialmente quelle più isolate e in bilico, rapprese tra la realtà del foglio e l’invisibile dettato del pensiero, sembravano, ancora più dei fiori, recise – ferite, si direbbe immaginandole da vive – e disperse.
So che non è quello il mio modo di scrivere, così come non ho mai dipinto riportando solo l’espansione dei licheni sopra i muri, pur amandoli nel disperato trasporto del cuore, in notti interminabili di luna, trascorse a sorvegliarli da vicino, quasi fossero da soli il mio paesaggio. So che, mettendo un giorno mano a quei frantumi, sradicherò qualcosa e qualcos’altro poi cadrà nell’estenuante cura del suono e del significato.
Credo che tutti noi, nel tentare di star dietro alla scrittura, dovremmo confrontarci con la vertigine del suo vuoto, dell’incolmabile divario tra senso e suono, per non rischiare di lasciarci dietro solo le macerie che ci siamo costruiti, poesie o prose, mentre credevamo di erigere dei templi o dei magnifici edifici, squadrando pietre nel vivo ventre della montagna, disponendole secondo quello che, al momento, sembrava già un criterio di bellezza e di ragione sufficiente a progredire verso una punto imprecisato.
Sotto questa prospettiva, la scrittura, quella poetica specialmente, procede con un rigore tutto interiore che la rende non dissimile dall’aspirazione a dimostrare finalmente qualcosa di primordiale, frantumandolo in elementi minimi ulteriori. A fatica si tenta di ricostruire la visione circoscritta a un lampo d’illuminazione. L’oggetto più evidente del discorso, quello che saremmo tentati di chiamare il tema dei versi, non di rado è solo un espediente, l’occasione che ha innescato il meccanismo e che fornisce la materia da manipolare.
Se in un testo ossa e radici insieme costruiscono una figura e in un altro ancora radici ed ossa appaiono realtà contigue, non è certo per istituire un paradigma nuovo, nel quale l’albero sostituisce la forma antropomorfa. Altrove le radici di un tronco mozzato potranno richiamare un giorno i capelli rovesciati di una testa nell’erba, o il fitto diramarsi d’acqua in fiumi sulla terra e avranno perso in sé memoria delle ossa. È nell’istinto alla migrazione del segno che trovo la ragione della mia scrittura, quella ragione che qui dichiaro e che vorrei non si sostituisse però al testo, né sollevasse lo spessore del suo silenzio.
Diversamente dal procedere matematico, anche laddove il metodo è unico, molteplici e contraddittorie sono qui le conclusioni e ciò non dà contraddizione, così come foglie d’erba hanno diverse forme in una sola vocazione. Le conclusioni cui si giunge son talvolta così superficiali da ridurre lo stile, nel quale si è tentata un’aderenza più profonda, quasi una modificazione dell’essere, a un’intonazione della voce, che poco (o nulla) decide della verità. Non è del resto di questa verità che si va in cerca, ma di ciò che la parola non trattiene. E come in un teorema si verifica a ogni passaggio la sua premessa, il suo costrutto, le provvisorie deduzioni su cui poggia, così nella scrittura il vincolo originario sta nella parola, nella sua identità variabile staccata dal contesto.
Lungi dal lasciarsi incidere da un’affilata logica, la parola occupa lo spazio dell’apparizione, provoca lo sguardo, infrange un attimo il silenzio che la contiene interamente, lasciando un buco contornato di sillabe, attraverso il quale spira il nulla, il nulla eterno, attraverso il buio del suo significato.
Ecco, caro *, perché non trovo vergognoso il vuoto tra le parole, ma ne percepisco la continua crisi, la tensione insuperata nei legami di significato: perché non è vuoto, come non è spazio vuoto che contiene la materia o tra le parti che le danno forma.
Ogni poesia è uno stadio solo nella continua metamorfosi di questo nulla.
Un abbraccio
F.

4 comments

  1. Caro Federici, mi fa piacere che abbia ripreso a scrivere anche qui, dopo diverse settimane di silenzio.
    Anche se non ci conosciamo personalmente, torno spesso a leggerla sul blog e tra le pagine dei suoi libri.
    Con stima.
    R.M.

  2. La ringrazio di questo riscontro e dell’accostamento che propone. Forse, dato il contesto, propenderei più per Fontana che per Burri, almeno per l’idea di rendere visibile la vulnerabilità dello spazio e dell’infinito.
    Un saluto
    F.

  3. “…la parola occupa lo spazio dell’apparizione, provoca lo sguardo, infrange un attimo il silenzio che la contiene interamente, lasciando un buco contornato di sillabe”, questo passaggio ha un valore icastico che mi ricorda certi lavori di Burri o di Fontana.
    Anna Maria

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s