Leggere attentamente le illustrazioni – in “Biscotti selvaggi” di Franz Krauspenhaar

Non bevi, non fumi, non sai nemmeno guidare la macchina…
ma ti godi la vita tu?
Bruno Cortona

 

L’impatto con questo lavoro in versi di Krauspenhaar, il primo «dopo secoli», mi ha subito evocato la pratica dello zapping come forma di consumo, d’incontrollabile editing del flusso audiovisivo nella coscienza.
Il testo scritto assolve alla doppia funzione di schermo di proiezione e protettivo. Ciò garantisce un margine di sicurezza tra sé e il mondo, nei frequenti giochi di sponda tra la propria e l’altrui biografia («[…] il mio amico/ casarini, postinfartato/ classe 43 come gianni/ rivera […]»), si presta a scorci e aperture di gusto fortemente cinematografico, che a volte ricordano l’amara leggerezza di Gassman ne Il sorpasso («scarpe nere per camminare/ al proprio funerale, parlando/ di calcio e cercando femmine/ per proseguire la serata/ allontanando ogni morte»), altre gli acidi dei giovani in Trainspotting, o il pulp di Tarantino («a questo punto piglino tutti una pallottola/ spuntata dal buco del culo di quel nielsen/ già deceduto […]»).
Il potenziale figurativo di questa scrittura si nutre d’interferenze tra vari contesti («[…] commessi esperti/ che scivolano tra i mac silenti/ come tamerici ribagnate»), di salti logici e associazioni libere («[…] come un/ savio di sion col cervello tritato per il ragù»), che rendono la scansione disinvolta, ritmica e narrativa insieme, come flashback fuori controllo. Le parole, uniformate nell’orizzonte visivo dall’assenza (o quasi) di maiuscole, sono straripanti ma, stipate nel verso, creano una tensione eccezionale. Alcuni brevissimi stacchi richiamano qua e là ad altre cose, alla stregua di improvvisi jingle pubblicitari dal sapore grottesco o surreale («credo che ucciderò/ mia madre. con/ una prefazione/ di stephen/ king»).
Il ritmo, incalzante e ossessivo, si costruisce per lo più sulla sintassi della lingua parlata, segnato da pause e ripiegamenti continui a marcare un’idea, con impennate su modi gergali o imprecazioni: nessuna parola è pulita impastata alla vita. È una marcia serrata che trita, contorce, che strappa etichette da un punto e le attacca in un altro per farsi sberleffo di tutto («[…] piselli color/ verde uforobot […] salse con nomi/ di battaglie nelle quali i lancaster subirono/ perdite tremende»), si appropria di slogan o citazioni colte riadattate al discorso («l’uomo senza qualità non beve che heineken/ presa al supermercato […]»), è uno scherzo continuo al dolore di vivere, inflitto dall’uomo nell’uomo, che non si sottrae al mondo («se mi togliete il maalox/ la sua innocenza, la/ carezza discreta di sodii/ vari come oli curanti/ […] avrete cacciato/ il mio allenatore buono/ e incompetente/ dalla squadra sconfitta»).
L’impietosa autopsia scalfisce con rabbia il guscio di «comuni mortali, nuovi poveri dell’era/ elettronica […]», neppure più umani, ma esseri schifosi, inanimati, appiccicati alle loro bacheche sui social network («[…] nasi/ di porco che chattano nella notte/ con ippopotami di anni diciotto»), costretti in pose bislacche, insetti allo stremo sui monitor, tenuti insieme da uno spasmo elettrico, carichi di pensieri inculcati, incapaci di leggere un libro o un cartello a un palmo dal naso. Presbiti, miopi, coi loro bulbi oculari arrossati, stanno di fronte agli schermi, solo eccitati a guardare «[…] i ricchi scrofarsi/ tra loro nei programmi», persino incapaci di muovere un dito e toccarsi, impegnati in un putrido flirt con la morte.
La raccolta funziona come una sorta di playlist impazzita, remix di un dj che tenti di esorcizzare gli istinti compulsivi dei consumatori in un supermercato, terrorizzati da annunci continui e fuori contesto, rubando loro le voci e ritrasmettendole amplificate, distorte, tentando di riportarli in vita con elettroshock ripetuti, emotivi. Questa manipolazione conduce, non di rado, a un ribaltamento causa-effetto dagli esiti buffi e drammatici («fare la spesa mi riduce a una macchina/ distributrice di prodotti, i soliti»). Il sistema nervoso, in cortocircuito con le proprie nevrosi, cerca rimedio o sollievo nell’esasperazione. Manca spesso il respiro di fronte a questo televisore perennemente acceso, su cui scorre di tutto con brutalità animalesca e risentita tenerezza (si veda lo stacco in «amo novembre, i fiori recisi e le sue paure»). L’orrore profondo per la vanità delle cose entra nella pancia delle parole, atterrandole, piegando sovente il discorso a un’invettiva non senza giudizio.
L’esperimento di Krauspenhaar sembra dunque riuscito: infilare un flusso di coscienza in un tubo catodico, centrifugare il sonoro delle città storpiando le litanie dei luoghi comuni al megafono, amplificando in tanto frastuono il debole soffio dell’anima (se mai ci sia, disposta a un incontro) – un ultimo palpito, un colpo che chiuda per sempre il tracciato del cuore.

Federico Federici

in Biscotti selvaggi, di Franz Krauspenhaar, Marco Saya Edizioni, 2012.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s