Primo appunto praghese – Praga, 7 dicembre 2012

cara *,
i versi di Rilke che hai spedito sono giunti in riva alla Moldava in una sera di vento, che scuoteva i fanali sul Karlův most facendo impazzire le ombre e l’anima con loro. Li ho letti con la voce più bassa che avevo, per non sentirmi ridicolo e solo. Passavano accanto turisti e abitanti confusi in un unico popolo, in un mormorio sconosciuto, un fiume di voci umane sul fiume dell’acqua. Ognuno porgeva alla bocca dell’altro dei suoni, le schegge e i frantumi del petto – la mano portata alla bocca nasconde le labbra, non l’anima – e si avvicinava di più scavalcando quel vento, quasi a non farsi sfuggire la voce prima che fosse colta, quasi a poter finalmente svelare qualcosa di certo sul nostro dolore, non dico di porvi una fine. A un tratto, mi è parso di veder scintillare laggiù, sulla corrente del fiume, le mie parole e quelle di tutti, giunte a volo sulle rive, sui fianchi scuri e corrosi delle barche ormeggiate, parole forse cadute sul fondo e riemerse, echeggiate dovunque sul petto del mondo, che non sa trattenerle. Ho provato un sollievo improvviso dal freddo che divora la carne, vedendo quella barriera muta, scalfita, riconoscere ora ogni lingua dell’uomo. Il nido di neve raccolto sul dorso della mano calcificava il morso del freddo e nel freddo posava felice la vita.
Son giorni, son ore che vago da solo in un posto di cui non conosco che poco, ma i suoni, i tratti scolpiti al silenzio dei volti riportano a pagine russe tradotte: malinconia che non è tristezza nell’Est! Le bocche trattengono sino allo stremo ogni parola, quasi a preferirne l’ascolto. A volte il dialogo si esaurisce nello scambio di uno sguardo, o esplodono forti risate che coprono tutto, nascoste dal fumo del fiato.
La notte qui non ha specchi, risucchia la luce nel fiume: l’ombra ha i contorni dell’ombra. Le radici macinano resti di muri in casermoni abbandonati e i sassi ricrescono neri sui rami, nelle punte dure delle gemme chiuse. Il fumo di fabbriche lontane segna in silenzio la verticale del cielo. Ogni tanto una vampa divora dei rovi in un campo. Un rapido battito scuote i binari e continua lontano, un lampo di luce li illumina come una lama: un tram che si ferma un istante e riparte. Spesso chi sale rimpiazza chi scende, ogni posto è occupato. Di notte è una larva di luce che scava più a fondo nei solchi tracciati, si infila nei buchi e riemerge tessendo una tela d’acciaio tra la vecchia città e la nuova. A gruppi, a grumi malfermi sui corrimani, si reggono in piedi decine di uomini e donne, neppure si guardano in volto, ma sentono il caldo rovente dei corpi sfiorarli attraverso i vestiti. Quale lingua più forte, più alta, più pura di tutte avrebbe una parola buona per la solitudine?
La stanza in cui dormo – le ore di luce le passo guardandomi attorno – somiglia ad alberghi in cui sono stato (Parigi, Francoforte, Berlino…). Ogni sera, sagome scure si affacciano ai vetri di fronte, contro una luce da neon se ne stanno incantate a vedere la neve che cade in cortile, che vortica dentro l’imbuto tra i tetti, come fosse l’unica cosa del mondo e non dovesse finire mai. Pensare che si scioglierà al primo contatto, o resterà a fare da strato per l’altra che cade, la rende più umana, ammucchiata per dare sostanza alla Storia. È questa turbinante caduta la vita? È il sollevarsi dal fondo di polvere e ghiaccio verso un’altezza che non sa mantenere?
Contemplare i fenomeni del cosmo sino allo spegnersi di tutto, come da qui dietro i vetri un cortile, essere fibra finissima da cui sgorga un fischio inaudito, un canto risucchiato nel buio, come da un filo d’erba nel bosco! Dare voce alla roccia, perché la conservi nel mondo; dare slancio alla pietra e un respiro nell’acqua; far di sé un’altra forza in Natura e aver parte nel caso, per quel valore universale che sembrano allora acquistare le occasioni, sino a che nulla più ci distingua per qualità da ciò che esiste; animare il vuoto, perdere il senso di ciò che è proprio e ciò che semplicemente è nel mondo (de rerum natura); avere negli occhi, aprendo la finestra, un’aria luminosa, di una pura luce e chiara ogni mattina! A Praga ho capito che, della città dell’uomo, amo principalmente la forma disabitata, o quella animata da chi l’abita per come può e per come è la vita.
Mia cara *, tu riconosci in altre morti altrettante mie vite, per questo la mia lontananza, le assenze, la mia non-presenza perpetua ti son sempre state da amiche. Oggi impari anche tu dal corpo, che la morte non estingue nulla, è luce su luce, ombra in ombra e ciò che la distingue dalla vita è forse soltanto la parola.
Tralasciare i ricordi, qui in fondo, mi rallegra. È la riconsegna di altre cose perse al mondo, perché siano di altri. Neppure l’albero serba le foglie per l’anno a venire, ne libera il peso dai rami.
Un abbraccio
שָׁלוֹם
F.

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