Winterblatt – The dark side of the room

In anni di frequentazione più o meno assidua della rete (LitBlog, Social Network, Forum, Chat ecc.), mi sono convinto della sostanziale volatilità di questi contesti, dovuta all’esasperata velocità delle dinamiche relazionali, alla folle deriva centrifuga delle informazioni, il cui fine ultimo è la massificazione o, all’opposto, l’emarginazione estrema come parametro di valore.
Non meno rilevante, l’accesso alle informazioni è sovente limitato a precisi momenti della giornata, che non sempre coincidono con quelli più adatti alla lettura. Immagino la difficoltà di chi, da un ufficio, un negozio o un altro luogo di lavoro, si imbatta in una poesia, una pagina di critica o una riflessione filosofica: riuscirà a soffermarsi prima di saltare altrove? Tornerà dov’è stato poco più di un istante?
L’analisi dei flussi e dei tempi di lettura di pagine e post, classificati per contenuto, lunghezza, impaginazione e complessità, sembrano evidenziare il problema. Anche rispettando buone abitudini tipografiche e limitando il numero di collegamenti all’interno e intorno al testo, i risultati non migliorano molto. Ci sono cose che andrebbero lette (o rilette) altrove, dovrebbero staccarsi dalla rete come i libri dagli scaffali, mentre tutto ciò che resta (e resiste) solo online sembra impigliato in fili invisibili, che impediscono di toccarlo davvero e farlo proprio.
Con questa premessa, Winterblatt cerca di legittimare la fuga del testo dalla rete, dov’è avvenuto il primo incontro, riproponendo un post come file da asportare, salvare o stampare altrove.
È un tentativo di dislocare ulteriormente la parola (non di moltiplicarla nell’eco di se stessa), strappandola al flusso informatico che la storpia o ammutolisce, riconducendola finalmente a un approdo, elettronico o cartaceo, più silenzioso.
La quasi completa abolizione del colore e la spiccata insistenza su tonalità di bianco e di nero rappresentano, nel mio rapporto cromatico col testo, il raccoglimento, la meditazione del disegno rispetto al dinamismo del fuoco e della pittura.
La scelta di compilare (e non: impaginare) gli scritti in LaTex non è la sublimazione di uno speciale spirito nerd: l’estrema flessibilità di questo linguaggio permetterà di includere liberamente formule, simboli, grafici senza ricorrere a immagini esterne, e di sperimentare un’autentica programmazione interna alla scrittura, definendo comandi, gestendo matematicamente il flusso delle parole, senza scoprirne però il codice, o approdare a forme già note di perl poetry.
C’era un piccolo gioco che facevamo anni fa nei laboratori di Fisica: cambiare i valori delle costanti universali su un piccolo simulatore dell’Universo, per assistere al suo rapido collasso o esplorarne un’altra evoluzione. Era fantascientifico immaginare che esistesse, in qualche anfratto dello spazio-tempo, una simile cabina di controllo e che un diavoletto di Maxwell si divertisse da lassù a confonderci le idee, perturbando un infinitesimo del mondo.
Vorrei che Winterblatt portasse a chiunque lo sforzo immaginifico di quel gioco e il piacere sensibile del colloquio con il cuore di una macchina, lasciata sola a contare l’infinito.

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