La somiglianza dell’Universo

«Rappresentare una teoria significa rappresentare quel complesso di fenomeni il cui raggruppamento è operato dalla teoria». [A. Einstein]
«Un segno di originalità capace di assicurare status canonico a un’opera letteraria è una singolarità che mai assimiliamo del tutto o che diviene un dato tale che restiamo abbagliati dalle sue idiosincrasie». [H. Bloom]

 

Queste riflessioni nascono dalla scoperta, tra gli scaffali di un mercatino dell’usato in provincia di Cuneo, di un prezioso libriccino del 1922: Prospettive relativistiche dell’etere e della geometria di Alberto Einstein (“Audace” Casa Editrice Italiana, Milano), prima edizione italiana autorizzata. In una cinquantina di pagine, sono raccolti gli appunti di due conferenze: L’etere e la teoria della Relatività, tenuta a Leida nell’Università Reale (5 maggio 1920) e La Geometria e l’Esperienza, tenuta a Berlino nell’Accademia delle Scienze (27 Gennaio 1921). Con l’ispirazione dello scienziato e il candore di un bambino, che si appresti a smontare di fronte agli amici un giocattolo, temendo di romperlo o di perderne un pezzetto e non poterlo ricostruire, Einstein discute la nuova geometria possibile dell’Universo, cercando di renderla sensata, proponendosi di «dimostrare come il patrimonio di possibilità intuitive dello spirito umano non debba necessariamente esaurirsi nel dominio della Geometria euclidea».
Se «le relazioni tra gli oggetti sono l’unica realtà che siamo in grado di comprendere» (H. Poincaré), il modo in cui questa comprensione avviene può limitarsi alla mera esecuzione, sintatticamente impeccabile, di calcoli nella nuova geometria, o arricchirsi di un potere immaginifico, caricarsi della misteriosa quadratura delle lunule di Ippocrate, di quel «[…] moon’s task – staring at seas» [A. Oswald] al quale non dovrebbe mai ridursi la poesia nel suo farsi meraviglia del mondo.
La singolarità di questo ritrovamento mi ha spinto, nei mesi seguenti, a ritornare su questioni antiche, spesso dibattute e altrettanto spesso mal concluse in rappresaglia ideologica, o lasciate infine perdere per sfinimento. Nel 1922 c’era a Milano una casa editrice che si preoccupava di far tradurre e dare massima diffusione ai più recenti sviluppi della Fisica del tempo. Dalla quarta di copertina si apprende che la collana, diretta da Rafaele Contu, «riunirà le più importanti monografie e conferenze recenti dei migliori scienziati di tutto il mondo, su le questioni di attualità di ogni campo della scienza e riesumerà gli scritti non più recenti, ma che han servito a indirizzare o a permettere le moderne ricerche scientifiche. Di essa esciranno prossimamente: A. Einstein, Tutte le memorie fondamentali della teoria della Relatività; Paul Langevin, L’evoluzione dello Spazio e del Tempo; B. Riemann, Su le ipotesi che stanno a base della Geometria; H. Minkowski, Spazio e Tempo; M. Planck, La Teoria dei Quanta». Certo non si può immaginare che, nel 1922, una trattazione rigorosa ma semplificata della questione relativistica, neppur lontanamente paragonabile a Il Newtonianesimo per le dame dell’Algarotti (1797), fosse alla portata di molti. Eppure qualcuno in provincia se ne interessava, qualcuno e non molti. Si saranno forse il curatore e l’editore chiesti a quanti non grandi lettori potesse interessare il problema della finitezza (o meno) dell’Universo, la densità delle stelle, l’incertezza tra il discreto e il continuo? La realtà è che il curatore di collana fu persona poliedrica e dinamica, di orizzonti culturali vastissimi, fondatore e direttore di riviste, traduttore di testi e scrittore egli stesso. L’amore per la Scienza lo portò a lavorare presso la Biblioteca del Vaticano ai Codici di Leonardo, a tradurre, tra i primi, le opere di Einstein, gli studi sulla relatività di Kopff e Schmidt, Dalle stelle agli atomi di Störmer, Luci dell’infinito di Eddington, I misteri dell’atomo di Thomson, spingendosi sino al dialogo Eupalino o dell’architettura di Valéry, a ideare con Ungaretti la tiratura limitata dei «Quaderni di Novissima», a curare un’edizione critica dell’opera di D’Annunzio per L’Oleandro e altro ancora. Insomma, per chi manifesta ispirazione autentica e ha fatto proprio il carattere assoluto del linguaggio nella storia dell’Uomo, ci sono solo questioni fondamentali che richiedono di essere accolte, non portfolio, trend, brand e altre peristalsi del marketing.
Nel panorama editoriale odierno – fatte salve lodevoli eccezioni – mi pare che in troppi confondano la scomparsa (per diffidenza? leggerezza? assuefazione?) del lettore con la morte del libro, occupandosi della bara più che del morto, riciclati prontamente in altro. Un’editoria di tale specie non può che augurarsi la fortuna di un assopimento di massa (quale è in atto da decenni), non può permettersi a catalogo, in risalto, opere impossibili, folli, accostabili a niente, devianti, che interrogano il mistero. Anche l’avanguardia deve avere un suo cliché per essere ammissibile; la lettura di evasione, anziché dar fiato, spazio, orizzonti al pensiero, caricandolo di meraviglia, ne delimita il perimetro, depone delicate rose su un filo spinato. Non la Natura deve farsi semplice per essere compresa, ma son piuttosto gli uomini a misurarsi con la complessità dell’Universo per renderlo sensato e elementare. Eppure non è certo al senso comune che si rifà la teoria delle particelle elementari e anche l’alfabeto adombra al mistico i suoi nomi.
L’altra parte della mia riflessione si riassume forse meglio attraverso alcune domande, qui retoricamente indirizzate a uno scrittore qualsiasi, ma, temo, facilmente estendibili alle arti in generale. Se Einstein riesce a discutere le proprie posizioni sull’Universo in poco più di cinquanta pagine, com’è possibile che capiti di sfogliare monografie intere, riviste, atti di convegni fitti dei più alti intrecci letterari, senza che vi si trovi un quid? Com’è possibile che la geometria dell’Universo traspaia, almeno fino a prova contraria, nella limpida visione di un libretto, mentre il volto di uno scrittore richieda centinaia di specchi, frantumati e ricomposti di continuo, per mostrarsi? Cosa trattiene uno scrittore dal cogliere in un guizzo la perfetta immobilità di un giorno di sole e un critico dal riconoscerla immediatamente come tale? Se certa critica letteraria si attribuisce uno statuto di scientificità – come pare sia nelle intenzioni – perché non riesce ad approdare a una visione comune, condivisa, se non in rari casi, pure non privi di complicatissime eccezioni? O è l’oggetto stesso del discorso a esser poco definito, sfuggente, arbitrario, o sono gli strumenti d’indagine arbitrariamente tarati, incommensurabili.
In questo contesto, non penso regga neppure l’obiezione sulla sostanziale diversità del linguaggio formale rispetto a quello artistico. Il progresso scientifico non si basa sullo sforzo di un automa, di una sofisticata macchina degli algoritmi lasciata sola a calcolare per un tempo sufficientemente lungo: l’intelligenza artificiale è solo artificiale. Qualsiasi visione dell’Universo richiede interpretazione di dati oggettivi (nel senso di Poincaré, per lo meno) alla ricerca di una loro matrice ontologica, e nessuna felice interpretazione si coniuga senza ispirazione. Certo è che i dissensi sull’interpretazione di una teoria fisica costituiscono, non di rado, l’aspetto più fertile e interessante della stessa (si pensi alla grande varietà legata alla meccanica quantistica: logica quantistica, transazionale, statistica, di Copenhagen, a molti mondi, delle variabili nascoste, alla Berkeley ecc.), ma mi pare che essi tendano più a chiarire il senso della conoscenza acquisita, che non a canonizzarla, a metterla in relazione ad altre secondo gerarchia. C’è pur sempre un substrato invariante, un’identità sostanziale che riunisce, almeno in linea di principio, tutti i punti di vista, magari a spese di complicate trasformazioni, di “traduzioni” da un sistema di riferimento a un altro. Benché a qualsiasi teoria si possa riconoscere una maggiore o minore eleganza di esposizione, non è l’esito estetico a determinarne la fortuna; benché il furto, la rapina, la libera ispirazione a idee altrui siano all’ordine del giorno anche nella comunità scientifica, il dato ultimo di qualsiasi scoperta non appartiene mai allo scienziato, ma alla Natura ed è solo per vanità, gratificazione o tornaconto che molti aspirano a dare il proprio nome a un fenomeno o una legge.
Sembra invece che molti scrittori abbiano interiorizzato la Letteratura (la Poesia, specialmente) al punto di ritenerla un fatto proprio e di nessun altro, come se un fisico fosse giunto a conclusione che la curvatura dello spazio-tempo sia una singolarità stupefacente del proprio laboratorio e di nessun altro, qualcosa che lo innalza al di sopra degli altri, non qualcosa che lo pone a contatto con la maggiore profondità di un mistero. C’è, o almeno così mi pare, un attaccamento esasperato del letterato (del poeta, specialmente) alla materia del proprio studio, che lo porta a intenderla più materia del contendere che dello scoprire. Scrivere, tradurre, misurare, calcolare sono solo metodi, più o meno raffinati o elaborati, di verbalizzare l’Universo nel registro della Storia, o piuttosto l’espediente migliore per sopportare l’ancestrale disperazione di essere, in qualche misterioso modo, di questo mondo?
Tutte le lingue dell’uomo sono fiamme di un unico fuoco, ogni precisa parola un fiammifero in questa notte assoluta, piccolo barlume orfico che mostra alla punta delle dita la scabra superficie di un muro, la nostra solitudine in unico volto. In ogni misura Fisica c’è una Geometria, in ogni verso l’impronta di uno spazio metrico, ma questa bellezza non trova nel mondo reale qualcosa che le corrisponda davvero.
Nostra beatitudine e nostra condanna: trovare la somiglianza tra il palmo della mano e l’Universo.

 

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