lettera di congedo per un libro di esordio

mia cara *,
trattieni a stento l’amarezza per il modo in cui * ha accolto il tuo lavoro. Ciò mi spinge a suggerirti una lettura meno emotiva del suo articolo: vi scopriresti allora che la sua mezza bocciatura è in realtà un frettoloso esercizio di retorica e nient’altro, il che non rende certo * migliore o peggiore di molti altri.
Occupandosi di un libro di esordio, non è raro imbattersi in fantasiose dissertazioni di quel tipo, farcite di citazioni, echi, postille avventurose, che vorrebbero inchiodare il nuovo autore alle responsabilità che si è preso mettendosi sulla strada dei predecessori. È una sorta di tassa sull’eredità, che cresce in maniera proporzionale al valore del testo e alla statura del suo nume tutelare.
C’è più mestiere che pudore in chi scrive recensioni – non dimenticarlo. Talvolta è solo per l’incapacità di costruirsi una propria idea mentale di un libro che se ne richiama subito un altro: similia similibus recensentur. In fondo, è pure un bel giochetto staccare e riattaccare a caso i fili di un grande quadro elettrico, per innescare cortocircuiti, bruciare fusibili o far faville: è questa l’immagine che mi son fatto in anni di letture, cercando di capire le ragioni più profonde di un pensiero critico, distorte da un citazionismo esasperato, forse a quel modo estetizzate. Anche in casi più benevoli del tuo, nascondendo nomi e titoli per non sapere in anticipo di chi si stia parlando, ho avuto spesso l’impressione di maneggiare una materia troppo duttile, arbitraria, come di certe maglie elastiche che si adattano a più taglie. Ricordi * in quei giorni d’agosto? Non era un fastidio sentirlo chiamare soltanto per nome da morto?
Passando all’altra questione che poni, non ho mai trovato interessante neppure l’ossessione di chi sembra continuamente in cerca (o in attesa) del genio-orfano, unico padre originale e originario su cui centrare nuovamente il canone, nello sterminio di intere discendenze. E non è raro che chi è orfano di padri si senta poi figlio di tutti.
È pur vero che non tutti affrontano la poesia con serietà. Tralasciando ovvie accozzaglie di assortiti -ismi, alcuni si appropriano, anche con un certo gusto personale, di modelli preesistenti, persino molto complicati, come un vasaro delle forme e degli stampi di un altro, per farne copie proprie da vendere o da esporre. Non serve però spendersi tanto a rimarcarlo, o per cercare di convincere del contrario: quella parola è così fragile da sé, che ogni tentativo fatto per rianimarla le toglie ulteriormente fiato.
Ho visto “eredi” presunti di autori “grandi”, farsi sempre più somiglianti ai loro padri/padrini ancora in vita: indossare via via gli stessi maglioni, stringersi nelle stesse sciarpe, portare le stesse fastidiose scarpe a punta, imparare a memoria la lezione sui nonni, persino cercare di mettere su chili (o smagrirsi), perché la parola del padre trovi nel corpo del figlio lo stesso luogo di origine e risuoni uguale; ne ho visti alcuni più ammiccanti far le fusa, strusciarsi, scambiarsi le amicizie, senza la cura che si avrebbe se davvero fossero tesori.
Chi ha faticato tanto per mettersi al pari con la storia, imparando la lingua da intonare con la propria voce, dovrebbe esser cosciente delle cose che ti ho detto. Diversamente, salderà quel debito in futuro con un giusto furto, non contraendo più legami scoperti con nessuno, ma cercando di occultare nelle proprie trame la parola, il verso sottile sottratto altrove. Altri metteranno su una resistenza organizzata, si proporranno a tiratori scelti del lavoro altrui. L’atteggiamento è molto in voga nelle Arti e nelle Lettere specialmente, dove non corrono denari: le guerre tra poveri sono le più sanguinose e indegne, e i poeti ne son maestri di rara crudeltà.
Da ultima una consolazione, che ti accompagni nei tuoi studi universitari: nessuno anteporrà lo stile di una dimostrazione al suo contenuto, sollevando obiezioni se mai ricalcherai l’idea di Liènard o di Wiechert per fare un passo avanti. Utilizzare questo o quel teorema non significa rubarlo, significa molto più che utilizzare una forma qualsiasi (ipersonetto o endecasillabo) poiché, in quanto teorema, non è solo procedura, né struttura priva di contenuti, ma contenuto e forma al tempo stesso, ambizione massima di qualsiasi scrittore e sua frustrazione eterna.
Un forte abbraccio
Tuo
F.

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